12 Round - recensione dell'action movie interpretato da John Cena

30 luglio 2009

Diretto da Renny Harlin e con protagonista il popolarissimo wrestler John "You Can't See Me" Cena, 12 Round è un omaggio tanto onesto quanto scontato e poco originale ad un'idea di cinema d'azione che getta le sue radici negli anni Ottanta e che sempre più va sparendo.

12 Round - recensione dell'action movie interpretato da John Cena

12 Round - la recensione

Da certi punti di vista, Renny Harlin potrebbe essere considerato una specie di Michael Bay (molto) in minore: ma se il regista di Transformers, giusto o sbagliato che sia, è tutto proteso verso un futuro cinematografico, un post-cinema dove l’immagine pura trascende ogni concetto di materialità e fisicità per proiettarsi verso una dimensione nuova e autonoma, il suo collega di origine finlandese è ancora fortemente ancorato ad un immaginario dove la concretezza fisica di corpi e oggetti la fa da padrona. E un film come 12 Round lo dimostra pienamente.

Per quanto infatti il dinamismo quasi nevrastenico della macchina da presa richiami a certe derive tipiche del cinema contemporaneo, il film di Harlin altro non è che l’ennesima (e comunque ideologicamente onesta) riproposizione di stereotipi, figure, temi e situazioni dell’action hollywoodiano di fine anni Ottanta: da Die Hard ad Arma letale passando per molto altro ancora. E proprio come allora (Harlin diresse il secondo film della serie con Bruce Willis Die Hard 2 - 58 minuti per morire) appare evidente che la cifra di questo tipo di cinema d’azione sia legata ad un senso quasi ossessivo di concretezza materiale di cose e persone, anche nella loro distruzione. E allora non è forse casuale che protagonista del film sia John Cena, quadratissimo e popolarissimo wrestler, monolitico quanto nel fisico quanto nell’inamovibilità dell’espressione, aspirante erede diretto di gente come il mai dimenticato Dolph Lundgren o similari.

Se si accettano o si superano il fastidio per l’incapacità di Cena, il costante senso di déja vù che tocca personaggi e situazioni (dal partner nero e donnaiolo del protagonista al supercattivo terrorista e spietato, passando per la struttura alla “Simon Says” e i consueti accartocciamenti di carrozzerie varie), alcuni “vezzi” registici di Harlin e difetti grandi e piccoli, allora 12 Round potrebbe essere anche compreso e apprezzato nel suo tentativo di portare avanti quasi stoicamente un’idea di cinema che sembra andare svanendo, tirata da un lato dagli eccessi di virtualizzazione, dall’ossessione iperrealista dall’altra.

Quel che davvero non si capisce, però, è perché scegliere un’attrice come Ashley Scott per il ruolo di damsel in distress e, seppur un po’ imbolsita, non farle mostrare nemmeno un centimetro di pelle. Ché si sa, la Scott ha solo due espressioni: col bikini e senza.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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