Stand By Me: la nostalgia che non fa male, le lacrime che fanno bene

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Stand By Me: la nostalgia che non fa male, le lacrime che fanno bene

Ci sono domande alle quali non so rispondere. Domande che mi mettono in crisi. Tipo: “Qual è il tuo film preferito?”, o “Ma secondo te: l'horror più spaventoso di sempre?”.
Essendo tendenzialmente privo di una mentalità analitica e compilativa, e poco propenso agli estremismi esclusivi del tifo, finisco sempre col fare delle pessime figure, col bofonchiare cose poco chiare, lasciando nel mio interlocutore l'impressione di uno che fa questo mestiere per Grazia ricevuta. E non fate battute.
C'è però una domanda – una domanda di questo tipo, intendo – alla quale non ho mai avuto esitazioni a rispondere: quando mi hanno chiesto quale fosse secondo me il film più commovente che avessi mai visto, o quello che mi fa piangere tutte le volte che lo vedo, ho sempre ribattuto al volo: “Stand By Me, naturalmente”.

Non c'è stata una volta, delle tante, in cui il finale di quel film non abbia spalancato il rubinetto delle mie lacrime.
Col passare del tempo, degli anni, e il cadere dei capelli, ho trovato motivi sempre nuovi per commuovermi. E anche pochi giorni fa, rivedendo Stand By Me per scrivere questo pezzo che ne celebra il trentennale dell'uscita, ho scoperto di riuscire a commuovermi in punti sempre nuovi del film, mentre cercavo goffamente di nascondere i miei occhi rossi e i singhiozzi ai colleghi della redazione che, pietosamente, facevano finta di non accorgersi di quello che stava succedendo davanti al mio monitor.

Non solo il finale, quindi.
Non solo praticamente tutti i momenti di confronto e dialogo tra il Chris Chambers di River Phoenix (che bastava già il solo pensarlo morto, al povero attore, ma non dovevo nemmeno farlo) e il Gordie Lachance di Wil Wheaton, o magari quelle parti in cui Gordie ripensa al fratello morto, Denny (un John Cusack ancora magro).
No: grazie a quest'ultima visione ho scoperto che, per farmi salire il magone, mi basta che la macchina da presa, nella prima scena del film, si vada a posare sul giornale posato sul sedile della Land Rover 110 parcheggiara dal Gordie adulto su una strada di campagna, su quell'articolo che racconta della morte di un avvocato, sul viso di Richard Dreyfus, su due biciclette che passano.

Non so onestamente dire con precisione quale sia il segreto di Stand By Me. O meglio: il segreto, se c'è, sta nella perfetta coincidenza di un elevatissimo numero di fattori, in quell'allineamento astrale che è frutto del talento di chi è coinvolto, certo, ma anche un po' di una botta di fortuna.
Il segreto di Stand By Me è Stephen King, autore del racconto da cui il film è tratto, che non solo è uno dei più grandi scrittori viventi ma anche quello che forse più di ogni altro è in grado di raccontare con poche, semplici pennellate le psicologie dei suoi personaggi e la nostalgia per l'infanzia perduta.
Il segreto di Stand By Me è il copione praticamente perfetto di Raynold Gideon e Bruce A. Evans, anche produttori del film, che non hanno mai più scritto niente di così giusto.
Il segreto di Stand By Me è un cast praticamente perfetto: non solo Phoenix e Wheaton, ma anche Corey Feldman e Jerry O'Connell, e l'Asso di Kiefer Sutherland, e tutta una galleria di volti adulti scelti alla perfezione.
Il segreto di Stand By Me, alla fine, è Rob Reiner, regista ingiustamente sottovalutato (e che vi consiglierei di godervi in versione autoironica come attore in una serie tv americana purtroppo cancellata, Happyish), che ha messo insieme questo team e che ha girato un film pulitissimo, misuratissimo, bilanciatissimo e tutto al servizio della storia che racconta.

Una storia, quella di Stand By Me, nella quale ci si perde, abbandonandosi a una sacrosanta nostalgia (che non è necessariamente una maledizione) e a sentimenti senza tempo.
Già, il tempo. Il tempo che però è passato, e se ha lasciato i sentimenti e il cinema intatti, cristallizzati nell'ambra della loro eternità, ha cambiato il mondo in cui viviamo. Mentre rivedevo Stand By Me, tra una soffiata di naso e l'altra, una delle cose a cui pensavo era che già sarebbe stato difficile per me - che nel 1986 (guarda un po' che coincidenza) avevo 12 anni come i protagonisti del film, ambientato nel 1959 - poter vivere un'avventura del genere con i miei amici, figuriamoci per i dodicenni (o le dodicenni, sebbene forse questa sia una storia molto maschile: non lo so, non son mai stato bravo con le etichette di genere) di oggi.

Pensavo a se e come le mie figlie proveranno mai qualcosa di simile a quelle sensazioni, che non riguardano solo gli amici dei tuoi 12 anni o la perdita dell'innocenza infantile che segna l'ingresso nell'età adulta, ma che sono legate al viaggio, all'esplorazione del territorio, a un proibito che è assai più innocente è sicuro di quello che viviamo nel mondo di oggi.
E poco importa che sia difficile se non impossibile per chi, come me, vive nella disgraziata e sudicia Roma del 2016, perché anche perché un'ipotetica Castle Rock dei nostri giorni - pur con i suoi 1281 abitanti che per Gordie e i suoi amici sono tutto il mondo - quella cosa lì, quell'avventura lì, non si potrebbe più vivere.
Magari è anche giusto così, per carità: ma teniamocelo stretto, Stand By Me. Anche per la sua capacità di far vivere ai 12enni di oggi, virtualmente, qualcosa che nel loro mondo - nel nostro mondo - non esiste più.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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