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Highlander - L'ultimo immortale: ne è restato soltanto uno

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Trent'anni fa usciva nei cinema il film che ha generato inutili filiazioni, ma che è rimasto un cult movie.

Highlander - L'ultimo immortale: ne è restato soltanto uno

“Ne resterà soltanto uno!”.
Se c'è una frase simbolo, in un film che non ricordavo così ricco di battute ficcanti come Highlander - L'ultimo immortale, è proprio questa, pronunciata prima dal cattivissimo Kurgan e poi dal protagonista, Connor MacLeod. E, in effetti, ne è rimasto solo uno.
Non parliamo solo del noto esito del film, ma anche del fatto che, nonostante i tanti tentativi di dar vita a una mitologia espansa sugli immortali – con quattro sequel confusi, una serie tv, una d'animazione e un anime giapponese – per la maggior parte delle persone, e con buona pace dello zoccolo duro dei fan, Highlander è solo e soltanto il film di Russell Mulcahy.
Che esordì in maniera disastrosa negli States, andò invece bene Gran Bretagna e divenne rapitamente un piccolo cult. E che ancora oggi, nonostante alcune clamorose ingenuità (che però sono anche un po' il suo bello), colpisce per alcune scelte di stile.

Mulcahy, che dopo questo film non ha più fatto nulla di particolarmente rilevante, veniva dal mondo dei video musicali, e si vede: per il 1986, il suo era un linguaggio cinematografico moderno e a tratti innovativo, con idee di montaggio originali e un dinamismo che, in un paio di sequenze, fa assomigliare il film a un videoclip  nel senso migliore possibile. Sua, poi, l'idea di avere una rockband di nome a firmare la colonna sonora: e quella dei Queen è francamente indimenticabile, fin dalla prima scena sulle note di "Princes of the Universe", giù giù fino a ballad come "Who wants to Live Forever" e pezzi frizzanti come "A Kind of Magic".
Pensare che il regista, inizialmente, aveva contattato i Marillion, che però non erano disponibili per via di un tour mondiale: e forse Highlander sarebbe stato tutto un altro film. Invece Mulcahy, che era rimasto colpito dal lavoro fatto di Freddie Mercury e soci per Flash Gordon sei anni prima, si rivolse a loro, e il resto è storia. E anche un album che si chiama, appunto, “A Kind of Magic”.

Tra i meriti di Mulcahy, anche quelli di aver messo insieme un cast a suo modo perfetto, con un Clancy Brown memorabile nei panni di Kruger/Kurgan, Sean Connery comodissimo nei panni del “pavone spagnolo” (ma in realtà egiziano) Ramirez, e soprattutto un Christopher Lambert che, nonostante reciti in maniera francamente atroce, con quella miopia che lo rende sempre un po' smarrito e assente, e con l'inglese stentato di chi l'ha appena imparato, bene incarna l'aria ferita e smarrita di un Connor che patisce la solitudine e brama l'amore. Mickey Rourke, cui inizialmente era destinata la parte, l'avrebbe fatto troppo maschio.
Una menzione, parlando del cast, anche per la bionda Beatie Edney, la Heather con cui Connor rimase a lungo sposato nei suoi anni scozzesi: che non era niente male.

Il resto del buono di Highlander, e lo si diceva proprio in apertura, viene da una sceneggiatura capace di infarcire il polpettone action fantasy pur gradevole che è con quella vena smaliziata e sarcastica che si andava affermando in quegli anni e che dì a qualche mese avrebbe avuto in Shane Black il suo massimo campione.
Basti pensare al battibecco prima verbale e poi fisico tra Connor e l'odioso poliziotto interpretato da Edward Wiley, alle battute del Kurgan durante l'incontro con Connor in terra consacrata (da “I'm in disguise” a “Nuns. No sense of humor”, con l'apice della citazione di Neil Young “It's better to burn out than to fade away”), ma anche alla replica di Brenda (la poliziotta della scientifica esperta di storia della metallurgia che s'innamora dell'Highlander, interpretata da Roxanne Hart) alla notizia dell'età di Connor: “Sono in vita da quattro secoli e mezzo, e non posso morire,” gli dice lui gravemente; “Beh, ognuno ha i suoi problemi,” gli risponde lei, alzando un sopracciglio.

Nel mezzo, le spadate con le scintille ottenute artigianalmente (batterie della macchina collegate alle armi), quella capacità di essere sfacciati e melensi al tempo stesso così anni Ottanta, perfino la parentesi semi-comica del simil Chuck Norris sfigato alle prese col Kurgan, e i cavi che sostengono la levitazione di Christopher Lambert ben visibili nel finale.
Chissà se, nella versione restaurata in 4K che uscirà nei cinema americani in estate e che è pubblicata in Blu-ray inglese in vendita dall'11 luglio, li hanno cancellati, quei cavi (ma pare di no).



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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