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The Umbrella Academy: Una chiacchierata sulle novità della stagione 2 con Ellen Page e Robert Sheehan

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I nuovi episodi della serie supereroistica in streaming su Netflix dal 31 luglio.

The Umbrella Academy: Una chiacchierata sulle novità della stagione 2 con Ellen Page e Robert Sheehan

Ci siamo, grazie al cielo! Questo venerdì, The Umbrella Academy e il suo disfunzionale ed eccentrico team di supereroi tornano su Netflix con i nuovi episodi della seconda stagione. Rimasti finora con il fiato sospeso, dopo averli visti viaggiare indietro nel tempo per riscrivere la storia e salvare il mondo dall'apocalisse che hanno causato inavvertitamente, i ragazzi si ritrovano sparpagliati nella Dallas dei primi anni '60. Alcuni di loro si sono costruiti una nuova vita sicuri di essere gli unici sopravvissuti. Ma come Cinque scopre ben presto, ciò che hanno fatto ha causato un nuovo giorno del giudizio, ragione per cui ora devono trovare un modo per ricongiungersi, capire cosa ha causato l'apocalisse, fermarla (di nuovo!) e tornare nel presente per bloccare l'altra apocalisse. Insomma, un gran casino di cui abbiamo avuto l'eccezionale opportunità di parlare con le star Ellen Page e Robert Sheehan - rispettivamente Vanya e Klaus Hargreeves, anche conosciuti come Sette e Quattro - sul set della serie a Toronto, in Canada. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Quali saranno le maggiori novità in questi episodi?
Page: La prima stagione raccontava in maniera precisa le difficoltà psicologiche di chi ha dovuto subire abusi domestici. Tutti i protagonisti intraprendono un viaggio complicato che li porta a fare i conti con i traumi subiti da bambini. La seconda stagione invece, essendo ambientata soprattutto all'inizio negli anni '60, racconterà alcune delle battaglie sociali che vennero intraprese in quel decennio, e che purtroppo ancora oggi sono tragicamente attuali. In America molte cose non sono ancora cambiate, e questo è tristissimo.

Dunque, cosa dobbiamo aspettarci da Vanya all'inizio di questa seconda stagione?
Page: Alla fine dell'ultimo episodio della passata stagione, Vanya ha trovato una valvola si sfogo sia ai poteri che ai sentimenti tenuti repressi per anni, fin dalla sua infanzia a dir poco traumatica. Questa è una sensazione che molti spettatori hanno provato e possono comprendere. Nella seconda stagione, ovviamente, dovrà trovare un modo per controllare l'enorme potere che finalmente è riuscita ad abbracciare.

The Umbrella Academy

Robert, come descriveresti il personaggio di Klaus e cosa ti ha spinto a volerlo interpretare?
Sheehan: La cosa più interessante da raffigurare durante la prima stagione è stata il suo dolore, come ci ha fatto i conti. Nei nuovi episodi di The Umbrella Academy, Klaus si spingerà ancora più in profondità nell'investigare la sua condizione, affrontando i dilemmi interiori causati dai traumi subiti durante l'infanzia. Io l'ho sempre visto come un camaleonte, ma talvolta può trasformarsi in una Chimera. È uno che a modo suo sa adattarsi alle situazioni, e per questo riesce a cavarsela quando i fratelli vengono catapultati negli anni '60 all'inizio della seconda stagione. Ovviamente si calerà nella realtà di quel decennio nella maniera più bizzarra. Farà di tutto per sopravvivere e come al solito causerà enormi problemi agli altri. Amo questo personaggio...

Vedremo quindi un Klaus diverso rispetto a quello fragile della prima stagione?
Sheehan: Molto diverso. La ritrovata sobrietà gli permette di controllare meglio il suo potere. Questo lo porterà anche a migliorare la comunicazione, soprattutto con Ben. Ormai recito da quattordici, quindici anni e mi diverto a esplorare sia personaggi complessi che altri più superficiali, se vogliamo metterla in questo modo. È comunque un lavoro in qualche modo terapeutico, sia impersonare uno sciocco sempre pronto a ridere sia una figura tragica. E Klaus racchiude entrambi questi aspetti, quindi è doppiamente interessante da costruire a livello interiore.

The Umbrella Academy

Ellen, cosa ha spinto te, invece?
Page: Per me tutto dipende da quanto mi stimola il personaggio che devo interpretare. Con Steve Blackman, fin dal primo incontro, abbiamo concordato su come sviluppare la psicologia di Vanya, e pian piano è diventata una delle figure più interessanti che abbia interpretato in carriera. Non so bene come all'inizio mi sia connessa a lei, qualche volta a un attore capita di leggere una sceneggiatura e capire immediatamente il modo in cui vuole impersonare il suo ruolo.

Vedi una differenza tra l'interpretare un ruolo per un film o per una serie tv?
Page: Certamente. Essendo The Umbrella Academy la mia prima esperienza in una serie tv regolare ho dovuto imparare a sviluppare l'arco [narrativo] del personaggio in molteplici puntate. A livello fisico è un lavoro differente: devi impegnarti a rappresentare i cambiamenti in maniera più sottile e specifica.

Non sembri quindi rimpiangere la scelta di una serie tv...
Page: No, soprattutto perché si tratta di un prodotto Netflix. Ho scoperto immediatamente che collaborare con Steve Blackman e la compagnia significa che le tue idee vengono ascoltate: sono disposti ad assecondarle anche se significa cambiare i piani. Vanya ad esempio è un personaggio diverso rispetto al fumetto originale, l'abbiamo resa più contemporanea. È qualcosa che in una produzione di uno studio hollywoodiano sarebbe stato molto più difficile da ottenere. Mi è capitato più di una volta di lavorare in condizioni davvero complesse, con persone dalla visione troppo ristretta per ottenere risultati gratificanti. Lo scambio di idee qui è molto più organico, non è necessariamente una discussione estenuante che alla fine non porta ad alcun risultato. Anzi, l'esatto contrario.
Sheehan: La maggior parte del materiale è già nelle sceneggiature, Steve però ci consente variazioni che testimoniano la sua flessibilità, la sua apertura mentale. È una specie di unicorno, non è assolutamente egoista riguardo i suoi script e il tipo di collaborazione che vuole avere con gli attori. Gli showrunner di solito sono l'esatto contrario, molto protettivi riguardo il loro lavoro. Tutti sul set facciamo del nostro meglio per creare un'atmosfera che lasci da parte l'ego.

Dopo aver realizzato lo scorso anno il documentario There's Something in the Water stai pensando di continuare a cimentarsi dietro la macchina da presa?
Page: Sono interessata alla regia ma al momento preferisco la non-fiction. Vorrei continuare girando altri documentari.

The Umbrella Academy

Come hai lavorato per rendere comunque empatica una figura come Klaus con problemi di dipendenza?
Sheehan: La tv americana non rappresenta mai il lato gioviale della dipendenza, mentre ci sono un sacco di persone che al contrario fanno i conti con la propria miseria attraverso l'ironia o il sarcasmo. Volevo dipingere Klaus come uno che trasforma la più degradante delle situazioni in qualcosa di cui sorridere, anche se a denti stretti. Poco tempo fa ho letto un'intervista a Malcolm McDowell in cui diceva che era terrorizzato prima di interpretare il ruolo di Alex in Arancia meccanica. Un suo amico regista allora gli consigliò di recitare ogni scena con un enorme sorriso sul volto, e quello divenne per lui il perno per comprendere quel personaggio senza possibilità di redenzione.

E invece cosa hai adoperato per dipingere la sua trasformazione nella nuova stagione?
Sheehan: La metamorfosi di Klaus comincia dalla scrittura di Steve, che ha portato materiale originale per approfondire i personaggi. Il mio compito è quello di aggiungere qualche scintilla personale a un materiale di partenza già molto complesso ed effervescente. Sono irlandese, provengo da una terra che ha sofferto molto, e che ha reagito celebrando la vita con energia, guardando al futuro. Troppe persone si crogiolano nel proprio dolore. L'industria dello spettacolo ne è piena e lo trovo profondamente disturbante. Io ho provato a dare al dolore una sfumatura diversa, renderlo un po' più colorito.

Ti sei lasciato ispirare da qualche personaggio letterario o cinematografico quando hai iniziato a pensare a lui?
Sheehan: Io in fondo lo vedo come il giullare del Re Lear di Shkespeare, quello che può dire qualsiasi cosa al re perché è considerato il folle di corte. Per questo provo spesso a inventare sul set; non sempre funziona ma rende comunque divertente presentarsi a lavoro. Sia Steve che Netflix sanno che se ogni tanto inviti sul set un po' di caos, qualcosa di buono può succedere. Immagino sia per questo mi hanno scritturato...



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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