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Wanna: egemonia culturale di una televenditrice - La recensione della docuserie Netflix

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Debutta il 21 settembre in streaming su Netflix questa docuserie in quattro episodi che racconta ascesa e caduta della più celebre televenditrice d'Italia, diventata poi (?) abilissima e spietata truffatrice. Una parabola tutta televisiva che racconta l'Italia e gli italiani di ieri e di oggi.

Wanna: egemonia culturale di una televenditrice - La recensione della docuserie Netflix

“Non spegnete i riflettori su Wanna Marchi dopo averla spremuta per trent’anni, perché Wanna Marchi è la televisione”. Lo dice Stefania Nobile, figlia della Marchi, nel videomessaggio che le due donne registrarono loro stesse aspettando che i Carabinieri arrivassero per portarle in prigione, per scontare la condanna comminata nel corso di un processo, guarda un po’ televisivo, cui si era arrivati a partire da un servizio di, guarda un po’, una trasmissione televisiva: Striscia la notizia.
Affermatasi grazie alla televisione, crollata attraverso la televisione, Wanna Marchi riafferma la sua egemonia, oggi, su quella piattaforma che lo strapotere televisivo complementa mentre cerca di soppiantarlo, ovverosia Netflix, sineddoche del mondo intero dello streaming. In un caso come nell’altro, Wanna Marchi torna, sfacciata e beffarda, a suo modo trionfante, oltre che tronfia, di fronte alle telecamere che tanto ha amato, e che sono state la sua vita.

La parabola televisiva di Wanna e di un paese

Il fatto che quella di Wanna Marchi sia stata una parabola tutta televisiva (non satellitare), è uno dei motivi per cui in quella parabola c’è tutto l’andamento e la trasformazione di un paese che, dall’avvento della tv commerciale (e quindi di Wanna Marchi) a oggi, della televisione è stato ed è ancora schiavo. Di una televisione che, nelle sue dinamiche, è stata prodromo poi delle superfetazioni social, quelle del mondo odierno, quel mondo in cui, esattamente come faceva Wanna Marchi, chiunque può piantarsi una telecamera addosso, e chiunque può vendere al pubblico, credulone e romantico, senza baffi da uomo, il nulla che decide di incarnare (“vendeva anche la fortuna, quindi il nulla”, dice l’avvocato che difese le Marchi a processo).
Ma lasciamo da parte i social, per un attimo, tanto ci torneremo.
Torniamo a Wanna Marchi, e alla televisione, e una storia che è fatta di tutti gli ingredienti dell’Italia degli ultimi quarant’anni, quella dagli anni Ottanta in avanti, quella dopo gli anni di piombo, quella del riflusso. Ingredienti che sono le tv locali, le televendite (che poi, son ben altro rispetto a quel che faceva Wanna Marchi), i cosmetici, le cotonature, l’ansia dell’apparire magri e di bell’aspetto. Che sono poi, man mano che gli anni passano la P2, strani faccendieri in strani rapporti con Marcello Dell’Utri, e quindi con Silvio Berlusconi. E che poi diventano i Carabinieri, e la Guardia di Finanza, e la procura di Milano e il Palazzo di Giustizia di Milano. Lo stesso del processo Mani Pulite, guarda un po’. Ripreso e trasmesso in televisione esattamente come poi quello a Wanna Marchi.

"I coglioni vanno inculati"

“I coglioni vanno inculati, cazzo!”, sbotta Wanna Marchi a un certo punto, di fronte alle telecamere della docuserie che racconta la sua storia.
E i coglioni, lo sappiamo bene, siamo tutti noi che siamo o siamo stati a bocca aperta e cervello spento di fronte alla tv, a bere le sue panzane, a mitizzare i suoi protagonisti solo e soltanto per il fatto di stare dentro a quello schermo, davanti a quelle telecamere.
“L’arma finale del dottor Goebbels”, faceva dire il genio Bonvi alle sue Sturmtruppen della televisione.
Guardi Wanna Marchi, quella degli inizi e quella di oggi, guardi la sua spietata determinazione, la capacità di mentire senza battere ciglio, l’assenza di un qualsiasi sentimento che assomigli pur lontanamente non tanto al pentimento, addirittura inaudito, ma al rimorso, o perfino alla consapevolezza della profonda immoralità del proprio essere (quella stessa immoralità che colpì una delle sue telefoniste, ben più del fatto che certe attività potessero essere legali o meno), guardi tutto questo e tutto quello che Wanna Marchi è stata, è, rappresenta e ha rappresentato, e ci rivedi dentro, come in una Grande Madre Generatrice che è perfezionamento televisivo della fascinazione dei grandi leader carismatici con la camicia nera o di altri colori, tutte quelle figure presenti o di un recentissimo passato che, dagli schermi dei televisori o quelli dei telefonini, han fatto circonvenzione di noialtri incapaci (o, per dirla con Wanna, hanno inculato noialtri coglioni).
Figure (venditori, presentatori, giornalisti, politici, influencer, scrittori e scienziati e professori) che promettono l’impossibile, che vendono il nulla, che cristallizzano sé stesse di fronte agli obiettivi alla rincorsa di un’eternità impossibile. Figure che fanno leva sulle paure più semplici e umane, sui legami familiari, sulle tradizioni più ancestrali, sulla debolezza e l’ignoranza.
Che truffano per truffare, con volgarità implicita o esibita, allo scopo di mantenere il potere: quello mediatico, quello economico, quello politico. Il potere, e quindi l’illusione di sé.

Madre e figlia

La dimensione di Wanna è chiaramente tragica. Le proporzioni sono decisamente shakespeariane. Gli intrighi, i raggiri, i mariti violenti buttati fuori di casa. Il successo, il denaro, le ville, i nuovi complici. La caduta, la resurrezione, di nuovo una ancor più rovinosa caduta, con il carattere e lo sguardo di ferro che rifiutano con audace e incosciente ostinazione di piegarsi, con l’incapacità di comprendere che troppo vicino al sole no, non si può andare.
Ma l’aspetto più tragicamente shakespeariano di tutti, in Wanda, è quello che emerge sempre più chiaro e prepotente, e che in qualche modo, incredibile e perverso, tiene in piedi anche tutto il resto, tutte le maschere, tutti gli inganni, tutte le follie. È il rapporto tra Wanna e Stefania, tanto stretto e ossessivo da rasentare l’incestuosità. Wanna che plasma Stefania a sua immagine e somiglianza attraverso le telecamere, Stefania che non lascia la madre un secondo, la idolatra, la idealizza, che dorme nel suo letto. Ancora oggi.
E ancora una volta, Wanna Marchi Grande Madre, conferma ulteriore della sua quintessenziale incarnazione del carattere italiano, quello per cui la mamma è sempre la mamma, e il cordone ombelicale non si taglia davvero mai.

Resta il mistero

Wanna Marchi, egemone. Torna sullo schermo, conquista Netflix, ammalia, tormenta.
Talmente egemone che anche quel che di meno convincente c’è, nella docuserie che la racconta, è figlio della sua essenza televisiva, delle sue televendite trash, del suo stile urlato e aggressivo, che qui si tramutano nell’ossessione eccessiva per gli schermi, nella tendenza a una certa ripetitività, nelle estetizzazioni forzate del montaggio e delle musiche e in certe ricostruzioni un po’ inutili, e un po’ brutti.
E alla fine, quel che rimane è il mistero. Il mistero di come sia stato possibile, tutto quello che abbiamo visto. Di chi realmente ci sia stato, se qualcuno c’è stato, dietro alla loro caduta. Il mistero del fantomatico “tesoro” delle Marchi. Il mistero di cosa si celi dietro le maschere di Wanna e Stefania, di come funzioni la loro psiche. E il mistero, profondo e insondabile, di quel loro spaventoso rapporto.

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