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Una squadra: grande tennis, umorismo, conflitti umani e politica nella docuserie sugli azzurri che han vinto la Coppa Davis

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Presentati in anteprima al Torino Film Festival 2021 una settantina di minuti della docuserie diretta da Domenico Procacci che racconta benissimo e finalmente, dopo 45 anni, una storia che mette assieme tanti livelli narrativi, sportivi, umani. Ecco le impressioni di Federico Gironi.

Una squadra: grande tennis, umorismo, conflitti umani e politica nella docuserie sugli azzurri che han vinto la Coppa Davis

L'operazione è assieme geniale, talmente attesa che non si capisce perché nessuno ci abbia mai pensato prima, e pure un po’ folle. Il risultato, stando ai 70 minuti abbondanti di anteprima che sono stati mostrati al Torino Film Festival 2021, davvero di grande livello, e non solo per gli appassionati di tennis.
Geniale perché quello di Una squadra - docuserie diretta da Domenico Procacci, il produttore fondatore di Fandango, che per la prima volta nella sua carriera (e anche l'ultima, dice lui) si è messo a fare il regista - è un racconto che contiene tutto: la celebrazione di un traguardo storico, l'epica sportiva, la storia politica italiana e mondiale del XX secolo, la conflittualità sopita o evidente tra esseri umani dai caratteri diversissimi dentro e fuori dal campo. 
Attesa perché sono 45 anni che questa storia aspettava di essere raccontata come merita.
Un po’ folle perché i suoi protagonisti, notoriamente, non sono mai stati esattamente in sereni rapporti tra loro: bisticciavano allora, bisticciano ancora oggi, di fronte alla stampa e al pubblico torinese.
Questi protagonisti, i protagonisti di Una squadra, che vengono intervistati rigorosamente da soli, e sono impegnati nella rievocazione di una pagina unica e ineguagliata della storia del tennis italiano, sono Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, i membri della nazionale azzurra di tennis di quegli anni, assieme al loro capitano Nicola Pietrangeli. Sono i vincitori della Coppa Davis del 1976.
Quella storica, l'unica vinta finora, nella storia, dall'Italia.
Quella della finale che fu giocata a Santiago, in un Cile appena finito sotto la dittatura del Generale Pinochet. Furono in molti, nel calore politico di quegli anni, a chiedere a gran voce agli azzurri del tennis di non partire, ci fu addirittura un caso politico, e al ritorno, come ricorda Nicola Pietrageli, invece che dal plauso i vincitori dell'Insalatiera d'argento furono accolti "come ladri che avessero rubato le caramelle a un bambino".
Anche di questo parla Una squadra, e di molto altro. Molto di più di quel che è stato mostrato a Torino. Racconta - racconterà - anche di come si arrivò a quella finale, della crescita sportiva di quei quattro tennisti, della loro difficile convivenza, e delle successive finali di Davis da loro disputate: quelle perse, nettamente o per poco. Di "capitoli importanti della vita sportiva dei giocatori, quell'episodio shakespeariano che è l'esonero di Nicola, tanti episodi accaduti negli anni, partite che fanno storia a sé", spiega Procacci.

In Una squadra le dichiarazioni di Panatta, Bertolucci, Barazzutti, Zugarelli e Pietrangeli sono montate ad arte da Giogiò Franchini, spesso e volentieri a generare un contrasto ironico che sottolinea ripetutamente differenze di pensiero, memorie diversamente evanescenti e spesso discordanti, differenze esistenziali nel modo di intendere vita e sport dei quattro giocatori, di quattro uomuni divisi in due gruppi: i viveur Panatta e Bertolucci da un lato, i più riservati Barazzutti e Zugarelli dall'altro. Con Panatta e Zugarelli a fare da estremi opposti nello spettro possibile delle sfumature intermedie, e Pietrangeli a tollerare di volta in volta gli uni e gli altri.
Protagonisti, questi, che Procacci ha voluto tratteggiare come se fossero "gli archetipi del cinema italiano, con Adriano che è Gassman, Paolo che è Tognazzi, Tonino Manfredi, mentre in Corrado rivedo il Satta Flores di C'eravamo tanto amati, e Nicola potrebbe essere Adolfo Celi."
Alle parole di questi quattro monumenti dello sport italiano, di questi quattro moschettieri capaci di grandi momenti di commedia all'italiana, in Una squadra si alterna l'uso attento e studiato di materiali d'archivio (consulente Luca Rea), di immagini di match storici e di vita quotidiana.
Procacci ha costruito in sceneggiatura con Sandro Veronesi e Lucio Bianchelli, e al montaggio con Franchini, quello che ha definito "un documentario che non è un vero documentario", ma che è una storia bellissima e divertente che pare contenere tutto, tenere tutto in equilibrio, e che è capace di ritmo, ironia, passione. Si ride, spesso e volentieri. Si viene coinvolti dall'epos dei match. Ci si riempie di nostalgia per un tennis bellissimo, elegante, pieno di passioni. Complimenti davvero.
Non sarà facile attendere fino a quando Una squadra debutterà finalmente nella sua versione completa. "L'idea è quella di andare su Sky a maggio", dice Procacci.
Io non vedo l'ora.

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