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1994: i rivoluzionari arrivano al potere

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La serie Sky chiude la trilogia sugli anni cruciali della politica italiana degli anni ’90.

1994: i rivoluzionari arrivano al potere

Rivoluzione (mancata) e Terrore. Sono i titoli di lavorazione con cui internamente alla produzione erano note le serie televisive 1992 e il suo capitolo successivo, 1993. Le prime due tappe di una trilogia dedicata a Mani pulite, alla nascita di Forza Italia e alla sua successiva vittoria elettorale, il miracolo italiano di Silvio Berlusconi. Un riferimento rivoluzionario per un momento che ha cambiato radicalmente il panorama politico, sociale e partitico, con la nascita della Seconda repubblica. È dunque arrivato ora il momento della Restaurazione, o meglio del momento di riflessione razionale seguito allo slancio rivoluzionario. Parliamo, naturalmente, di 1994, serie Sky Original pronta per la messa in onda, dell’elezione in Parlamento e in generale dell’ingresso nelle stanze del potere dei personaggi pronti a tutto delle prime due stagioni. 

Sono ancora una volta loro, i personaggi di finzione le cui vicende si mescolano abilmente con quelle dei grandi volti noti di quegli anni, il valore aggiunto di un capitolo conclusivo della trilogia che ha cercato un chiave narrativa più ambiziosa. Prendendo spunto dalla rivoluzione, quella sì concretizzata, del grande sceneggiatore Aaron Sorkin e altri insieme a lui, che tendono a raccontare vicende note, o biopic stessi, attraverso la scelta di alcuni ridotti momenti chiave. Pensiamo ai tentativi tentativi all’epoca quasi sperimentali della serie The West Wing o, in ambito cinematografico e biografico, la sceneggiatura di Steve Jobs.

1994 si concentra in ogni episodio su un personaggio, o più spesso su un evento, per coinvolgere i vari protagonisti e raccontare i fatti chiave di quella stagione politica. Per esempio l’incontro cruciale fra Berlusconi e Bossi a Villa Certosa, dimora sarda del cavaliere, in cui era in gioco la sopravvivenza stessa del governo di coalizione fra Forza Italia e Lega (oltre ad AN), o il G7 di Napoli sulla criminalità in cui venne recapitato all’allora presidente del consiglio in carica un avviso di garanzia da Di Pietro e dalla procura di Milano.

Un’occasione per variare il ritmo, per approfondire personaggi che nelle altre stagioni erano talvolta solo esecutori monodimensionali, che ora assumono uno spessore maggiore. L’ascesa al potere non ha rallentato poi molto i bollenti spiriti e le ambizioni di Leonardo Notte (Stefano Accorsi), sempre più consigliere ombra del presidente, che ora ottiene potere di indirizzo e nessuna carica, l’ideale per un’eminenza grigia che si rispetti; o di Pietro Bosco (Guido Caprino), eroe casuale della gente comune milanese stufa della piccola criminalità, diventato un Batman metropolitano, candidato poi dalla Lega e diventato ora addirittura Sottosegretario agli Interni

I due si impareranno a conoscere grazie alla splendida donna che li avvicina, Veronica Castello (Miriam Leone), la soubrette disinibita e pronta a tutto che ora lascia le scollature nell’armadio per dei più autorevoli tailleur istituzionali e si impegna per le cause femminili, fino al punto di fare strategia comune con le donne dell’altro schieramento. È questo il terzetto di “uomini comuni” su cui si fonda anche questa stagione, in cui il passato inizia a incidere sui comportamenti dell’oggi e i personaggi evolvono in maniera decisa. Senza dimenticare la loro vera natura, naturalmente, quella intima nascosta agli occhi dell’opinione pubblica. Non mancano, quindi, sotterfugi e mosse senza scrupoli, che rendono questa trilogia la cosa più simile a House of Cards mai realizzata dalla televisione italiana.

Ci sono poi i personaggi reali, spesso consultati dal terzetto degli sceneggiatori per documentarsi, nei confronti dei quali si evita il rischio "parodia alla Bagaglino", ritagliando loro uno spazio all’interno della serie non per forza identico a quello rimasto nella memoria dell’opinione pubblica. Da Maroni musicista a Bossi stratega sempre con la pura di essere tradito, da Di Pietro ossessionato dalla sua caccia al delinquente a Berlusconi. È proprio lui a emergere per il suo lato da simpatica canaglia, quasi paterno con i suoi collaboratori, anche grazie a un eccellente lavoro di Paolo Pierobon, che evita la mimesi fotocopia per trovare una sua via efficace eppure somigliante all’originale, anche grazie a tre ore di trucco al giorno.

Novità della serie uno stile registro e formale meno omogeneo, che può spaziare più liberamente grazie alla natura particolare di ogni episodio, non più legato al successivo e al precedente come un unico flusso narrativo. Motivo per il quale, oltre alla consueta regia di Giuseppe Gagliardi, ha diretto quattro episodi anche Claudio Noce. Una serie che si segue con interesse, dal ritmo incalzante eppure non sbrigativo, occasione per tornare con la memoria a quegli anni cruciali per leggere la politica e la società italiana di oggi, ma anche fruibile da chi negli anni '90 non era ancora nato.

Foto di scena ©Antonello&Montesi



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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