The Big Sick: la recensione della commedia romantica che ha conquistato il Sundance

24 agosto 2017
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La storia autobiografico del comico Kumail Nanjiani.

The Big Sick: la recensione della commedia romantica che ha conquistato il Sundance

La commedia americana ha iniziato questo decennio in una situazione di crisi forse senza precedenti. La capacità delle produzioni hollywoodiane di far ridere tutto il mondo, di plasmare l’immaginario di culture e approcci alla risata anche molto diversi, sembrava esaurita con il calo al botteghino dei vari Adam Sandler o Ben Stiller. Un processo che ha alimentato, almeno in Europa, l’avanzamento delle commedie locali, e il ripiegamento di quelle USA direttamente negli scaffali, sempre più digitali, di videoteche e servizi di streaming.

Una delle poche vere novità è stata la premiata ditta Judd Apatow, capace di passare dalla televisione al cinema con immutata intelligenza, mescolando alla risata la promozione a protagonisti di uomini (o donne) normali, umani, anche goffi, contribuendo a sdoganare il pianto maschile al cinema e la pensione anticipata per il macho a tutti i costi. Ora lancia anche al cinema un talento della comicità da palco, della stand up comedy che ha regalato generazione di talenti alla risata americana: si tratta di Kumail Nanjiani, nominato agli Emmy per la divertente serie Silicon Valley, che in The Big Sick ha raccontato la storia vissuta da lui e da Emily V. Gordon, ovviamente con qualche licenza artistica. I due hanno scritto la sceneggiatura, mentre la regia è stata affidata da Apatow, qui produttore, a Michael Showalter, altro comico che viene dagli sketch. Al Sundance Amazon non se l’è lasciato sfuggire e al botteghino americano è stato un grande successo.

Come Aziz Ansari per il formato da 30’ in Master of None, scuderia Netflix, Nanjiani ha tentato di aggiornare la commedia, senza paura di definirla romantica, all’America dei nostri giorni; almeno quella delle due coste più socialmente avanzate. Ha inglobato l’immigrato di seconda generazione - proveniente dal sub continente indiano - fra quelli che ridono, non solo fra quelli che della risata sono vittime. Una bocca d’aria fresca per un territorio asfittico, trovando nuovi angoli nascosti e inesplorati nel racconto con ironia della convivenza fra culture, più che altro nello stile - di scrittura e recitativo - di messa in scena della storia d’amore fra un giovane comico di Chicago, di famiglia pakistana, che fa l’autista per Uber mentre cerca di sfondare nel suo lavoro, e dribbla le sempre più insistenti richieste della famiglia di sistemarsi con una bella donna... pakistana. Un sano matrimonio combinato come tradizione vuole.

The Big Sick pone un altro ostacolo apparentemente insuperabile alla risata: la malattia, come suggerisce il titolo. Occasione nella quale dimostra le sue migliori qualità, riuscendo a schivare la retorica del politicamente corretto - qualche volta affiorante consolatoria nella prima parte -, grazie alla scrittura asciutta e all’interpretazione piena di quiete pronta a esplodere verso direzioni impreviste dei genitori di lei, magnificamente interpretati da Holly Hunter e Ray Romano. Ma sono i due protagonisti che rendono il film davvero godibile: Kumail Nanjiani, fra il divertente e il pasticcione, e Zoe Kazan, tenace eppure piena di fragilità come in Ruby Sparks. Fa piacere salutare un film adulto, che rispetta il proprio pubblico senza dover cadere in banalizzazioni infantili.

Rimane una tendenza a rimanere nell’ambito della piacevolezza accomodante, eccentricità accolta dal mainstream in quanto in fondo innocua, smentendo la portata dirompente della stand up comedy, come dimostrato da alcune battute presenti proprio nel film.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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