My Salinger Year: recensione del film d'apertura della Berlinale 2020

20 febbraio 2020
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Una commedia coming of age che delizierà gli appassionati di letteratura, cresciuti col mito di New York, del New Yorker e dell'autore de "Il giovane Holden".

My Salinger Year: recensione del film d'apertura della Berlinale 2020

Joanna, interpretata dalla Margaret Qualley di C’era una volta a… Hollywood,  sogna di diventare una scrittrice. Di più: vuole essere "straordinaria". E dopo aver visitato New York - la New York dell'Algonquin, del Waldorf, del New Yorker, la New York che è il sogno di tutti gli aspiranti all’Olimpo letterario - lascia fidanzato e Berkley per trasferirsi lì.
È a suo modo ingenua, perché giovanissima, ma è determinata tanto quanto la Tess McGill di Una donna in carriera, e come il personaggio di Melanie Griffith finisce per lavorare per Sigourney Weaver; che qui non è una stronzissima dirigente dell'alta finanza, né l'ancora più rapace Miranda Priestly di Il diavolo veste Prada, ma la severa (e in fondo buonissima) titolare di un'agenzia letteraria. E mica una qualsiasi: quella che rappresenta J.D. Salinger in persona.

Sì, perché siamo nella seconda metà degli anni Novanta, quando il leggendario autore di "Il giovane Salinger", "Franny e Zooey" e dei "Nove racconti" era ancora vivo, ma già da tre decenni viveva lontano da tutto e da tutti, quasi come un eremita, refrattario alla sua stessa fama (che, peraltro, in questo modo contribuiva ad alimentare).
E difatti il lavoro di Joanna, all'inizio, è quello di leggere tutta la corrispondenza di ammiratori, studiosi, accademie e produttori indirizzata allo scrittore. Leggerla (perché dopo Mark David Chapman, trovato a leggere il romanzo più noto di Salinger dopo aver ucciso John Lennon, i suoi agenti vogliono stare tranquilli), e rispondere con un formulario standard rimasto lo stesso dagli anni Sessanta.
E dire che Joanna, Salinger non l'ha nemmeno mai letto. Eppure, riesce perfino a farsi prendere in simpatia dallo scrittore - che in agenzia chiamano confidenzialmente "Jerry" - che per telefono capisce subito le sue aspirazioni, ben diverse dal ruolo da segretaria che ricopre in agenzia, e la sprona a scrivere. Tutti i giorni. Anche fosse solo per quindici minuti al mattino. Eppure, leggendo certe accorate lettere, s’incuriosisce nei confronti di quell’uomo così misterioso, e cortese, e ne scopre la letteratura.
E tutto cambia: perché leggere (e scrivere, anche) cambia. La vita.

My Salinger Year è tratto da un libro omonimo pubblicato nel 2014, nel quale Joanna Rakoff racconta quella che è stata la sua vera esperienza in quella celebre agenzia, del tentativo poi abortito di un piccolo ma volenteroso editore di ripubblicare in un volume singolo "Hapworth", il lungo racconto di Salinger apparso nel 1965 sul New Yorker. Della sua vita di poco più che ventenne, dei suoi rapporti sentimentali e di come ha trovato il coraggio di inseguire il suo sogno e trovare la sua strada.
La storia di My Salinger Year è quindi vera, e quella verità è catturata e restituita da Philippe Falardeau, che del film è sceneggiatore e regista, e che è capace di raccontare in maniera elegante e credibile momenti di semplice intimità, di commovente incertezza, e di giovanile esaltazione.

Volutamente antimoderno, illuminato da una fotografia dorata (vagamente neo-alleniana) e tutto giocato sui toni del marrone, quello di Falardeau è un film che manderà in sollucchero gli amanti della cultura letteraria high-brow le cui icone - New York, il New Yorker, l'Algonquin, lo stesso Salinger, appunto - sono citate in maniera chiara a più riprese, ma mai volgarmente ostentate. Il suo essere "colto" non è mai arrogante, e non è semplice e fastidioso name-dropping quando la Joanna della Qualley si ritrova faccia a faccia con Rachel Cusk (sì, proprio quella di "Resoconto", "Transiti" e "Onori", ma prima di quei libri) o con Judy Blume.
Poteva essere insopportabile in questo suo costante strizzare l’occhio, ammettiamolo. Anche quando Joanna non fa colazione da Tiffany ma prende un dessert al Waldorf, sulle note di "Moon River": e invece non lo è mai.
È, invece, un onesto e riuscito racconto di formazione, e una commedia gradevole, un feel good movie capace anche di ragionare di letteratura e di mercato letterario, di emozioni e vita, e di emancipazione femminile.

Poi certo, ci sono anche alcune sbavature, qualche passaggio un po' sbagliato, ma anche gli errori sono ammantati di una certa grazia. Quella che hanno anche i volti del cast: da una Sigourney Weaver che ammorbidisce le sue rigidità in un fare compostamente materno a una Qualley la cui spontaneità fa dimenticare l'eccesso di faccette, passando per comprimari di livello come Brían F. O'Byrne, Colm Feore e la giovane Seána Kerslake, attrice irlandese che ricorda la Scarlett Johansson degli esordi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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