Les Amandiers: la recensione del film di Valeria Bruni Tedeschi In concorso a Cannes 2022

23 maggio 2022
4 di 5

Una storia personale quanto i ricordi da attrice in formazione sotto la guida di Patrice Cherau nella prestigiosa scuola del teatro Les Amandiers, come il titolo del miglior film da regista di Valeria Bruni Tedeschi, in concorso al Festival di Cannes 2022. La recensione di Mauro Donzelli.

Les Amandiers: la recensione del film di Valeria Bruni Tedeschi In concorso a Cannes 2022

Un plotone di esaminatori, che passano dal divertimento a una certa ammirata presa in giro, schierati a reagire con ogni colore emotivo. Una serie di giovani che si alternano con monologhi, dialoghi a due, improvvisazioni, dalla tragedia classica alla sperimentazione. Un flusso continuo inatteso con cui Valeria Bruni Tedeschi fa subito capire il tono, folle e colto, ma anche ironico e privo di forzature, del suo Les Amandiers, racconto della prestigiosa omonima scuola di teatro appena fuori Parigi nella fine degli anni ’80. 

Sono Stella, Etienne, Adèle e con loro gli altri studenti di una realtà di élite, appena una dozzina, che percorrono la linea d’ombra della giovinezza con la voglia di diventare attori per davvero. C’è molto dei vent’anni della regista italofrancese, che quella realtà l’ha vissuta in quegli stessi anni, con la direzione di Patrice Chéreau a segnarla come artista e persona. Una storia di formazione all’interno di una realtà stimolante e totalizzante, con il mondo al di fuori che irrompe inevitabilmente imponendo le prime tragedie e i suoi grandi cambiamenti, specie quelli sociali specifici dei ragazzi della loro età, alle prese con passioni e amori, ma anche la droga e la minaccia in espansione dell’AIDS.

Da quella prima sequenza Les Amandiers dimostra la sua specificità, che caratterizza anche la sua autrice. Evita le trappole dell’esibizione intellettualistica, osa ma accoglie il ridicolo, espone le fragilità dei suoi personaggi mettendoli all’altezza di chi guarda. È posseduto da una vitalità senza freni, da una spontaneità che ci rende subito dipendenti da questa squadra di donne e uomini, variamente assortiti ma con in comune uno slancio costante che li porta a gettare ogni parte di loro sul palco. 

Sono due le figure di riferimento per i ragazzi, il sole e la luna. Il direttore della scuola, Pierre Romans, e il direttore del teatro, Patrice Chéreau, interpretato con la ormai consueta credibilità da Louis Garrel. Una figura carismatica che non viene idealizzata, di cui è chiaro il portato cruciale per quegli studenti ma sono anche messe in rilievo le contraddizioni, umane e artistiche. Les Amandiers è una irresistibile corsa fra anime fragili, non cerca l’eleganza di una perfezione irraggiungibile, ma è un viaggio irresistibile capace di sbatterci in faccia ogni emozione, rendere credibile il palleggio emotivo fra scena portata nella vita e vita portata sulla scena. Perché da quella porticina che conduce in teatro, da quell’entrata degli artisti tanto sognata, l’unica meta possibile è un sipario che si apre, anche di fronte al dramma e alla morte, portando anzi sul palco quelle emozioni che minacciano di bloccarti, “perché è questo che sappiamo fare”. È necessario, non possono fare altrimenti, per loro è l'unico modo per esprimersi e sentirsi vivi.

Valeria Bruni Tedeschi riesce a dimostrarlo con il suo miglior film, un ritratto travolgente lanciato a velocità massima, capace di raccontare il sublime dell’arte con l’ironico candore quasi indifferente, sicuramente profondamente credibile, di un gruppo di giovani in cerca di un pubblico.

Les Amandiers
La nostra video recensione del film dal Festival di Cannes 2022 - HD


  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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