L'Apollonide - recensione del film di Bertrand Bonello

16 maggio 2011
1.5 di 5

Non è azzardato affermare che l'intera storia della produzione artistica umana sia perfettamente circoscritta dal triangolo formato da Vita, Amore e Morte. Tutto parla di quello, tutti parlano di questo, in un modo o nell’altro

L'Apollonide - recensione del film di Bertrand Bonello

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L'Apollonide - recensione del film di Bertrand Bonello


(presentato in concorso al Festival di Cannes 2011)
A volte verrebbe da chiedersi perché. Perché certi registi sembrano essere privi dello spirito critico necessario per comprendere come e quanto i loro lavori oltrepassino dei limiti estetici e morali.
L'Apollonide è uno di quei film che solleva interrogativi simili, oltrepassando il buongusto e sfruttando il tema che sceglie di trattare per un facile e scandaloso sensazionalismo che finisce per condannare il regista anche sul piano prettamente morale.

Ritratto anemico e beceramente decadente ritratto della vita all'interno di una casa chiusa Parigina (temporalmente piazzato, con grande furbizia e ostentata sottolineatura, a cavallo tra la fine del 1899 e il 1900), L'Apollonide inanella con una sfacciataggine impressionante una serie di difetti che pare non finire mai.
Bonello sembra più interessato a ritrarre con falsa malizia i nudi più o meno integrali delle sue protagoniste che non a raccontare una storia e dei personaggi, indulgendo in sequenze estetizzanti che vanno dall'artistoide all'intellettualistico, sempre col velo di una voglia di provocazione che vorrebbe scandalizzare i benpensanti a colpi di sesso, sangue, dolori e tristezze ma che pare frutto dei capricci di un preadolescente.

In questo panorama piatto e noioso, per di più fastidioso esteticamente, che potrebbero semplicemente far archiviare il film come uno scult, ecco che Bonello batte sul tasto della collocazione temporale, cita le griffe, con il banale intento di raccontare come il XX secolo fosse un secolo nato su fondamenta fatte di squallore e sfruttamento. Grazie per la sottolineatura.
Ma al tempo stesso celebra progressivamente il mito della casa chiusa come luogo tutto sommato romanticamente affascinante e persino umanitariamente utile.
Perché le ragazze - tutte puttane con un cuore, ovviamente, parte di una grande famiglia allargata - sognano l'emancipazione, ma la prospettiva della chiusura della loro casa le riempie di tristezza e panico, mentre i clienti rimpiangeranno un luogo tanto rilassante ed elegante.

Se la fin del bordello è l'inizio del marciapiede, non si tratta solo di un dato storico e magari oggettivo: per Bonello e le sue modalità di rappresentazione, in un finale superirritante con cambio di fotografia, è unicamente funzionale al perpetramento di un immaginario pruriginoso e maschilista, al sottolineare come "si stava meglio quando si stava peggio". A Bonello evidentemente le case chiuse piacciono: e il suo film è un gran bordello.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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