L'amour ouf: la recensione del melodramma di Gilles Lellouche con Adèle Exarchopoulos in concorso a Cannes

24 maggio 2024
2.5 di 5

Violenza e amore, melodramma e crimine fra disagio sociale e industria in crisi. L'amour ouf è il secondo film da regista dell'attore Gelles Lellouche, presentato in concorso al Festival di Cannes. La recensione di Mauro Donzelli.

L'amour ouf: la recensione del melodramma di Gilles Lellouche con Adèle Exarchopoulos in concorso a Cannes

Eros e Thanatos, amore e morte, entrambe declinate con una cieca violenza assunta come preventiva, irrefrenabile. Istintiva forma di comunicazione che implica la distruzione, vendetta imposta dall’allontanarsi della prospettiva di quell’amore riconosciuto come obiettivo unico di vita. Ma per arrivarci, quanta fatica nel melodramma implacabile, violento e grondante quella tenerezza folle e infantile di chi scalcia con furia cieca quando il ciuccio cade in terra. Quanta fatica per rivendicare il dominio dell’amore sopra ogni cosa, costellando il cammino di vittime collaterali. Gilles Lellouche fa seguito al suo esordio, la divertente e lieve commedia al cloro 7 uomini a mollo, con “una commedia romantica e musicale ultra violenta”. Lo rivendica un piccolo sottotitolo di L’amour ouf, con tanto di cuore, rigorosamente anatomico e sgocciolante sangue, aorta in vista a confermarcelo.

Lellouche si avvicina più ai territori criminali di alcuni dei suoi film più significativi come attore, nell’adattare il romanzo a disagio social criminale a sfondo portuale britannico Jackie Loves Johnser OK? di Neville Thomson, insieme anche a una sceneggiatrice molto lontana da lui come Audrey Diwan, vincitrice come regista del Leone d’oro per La scelta di Anne. Fra Irvine Welsh e Guy Ritchie, attraversando la Manica per ambientarlo nel nord della Francia, in riva a un mare poco romantico e molto industriale, mantenendo il sapore anglosassone di cazzotti, carbone, disagio sociale e criminalità di bassissimo cabotaggio

Siamo negli anni ’80. Jackie e Clotaire si trovano sui banchi di scuola. Lei studia, lui invece va in giro con la sua compagnia con un destino già segnato: il mezzo bandito. Proprio quando riconoscono la stessa strafottenza nei conforti della vita e si innamorano, il loro destino li separa. Lui finisce in carcere per dieci anni per qualcosa che non ha fatto, ma ha taciuto difendendo i suoi compagni, lei cerca faticosamente di costruirsi una vita adulta tradizionale, anche se la rabbia dolorosa di averlo perso e dovuto dimenticare - senza successo - l’accompagna sempre. Da adulti sono Adèle Exarchopoulos e François Civil, due fra i migliori trentenni del cinema francese, in ruoli respingenti come forse mai accaduto in carriera. Perché è difficile empatizzare poi tanto con loro e il loro amore, almeno per un paio delle tre ore appena scarse, in un film di esibita cafonaggine tamarra, a cuore aperto, nel senso ventricolare e meno poetico. Brutale, eccessivo, passa da un realismo cupissimo a sprazzi di lirismo da cartolina che lasciano spiazzati.

Nessuna mezza misura accompagna noi spettatori, tracimando a destra e sinistra, con una tachicardia narrativa che non permette mai un quieto battito a riposo. Tanto che alla fine ci si ritrova in dubbio se ammirarla, questa incoscienza di Lellouche senza mezze misure, fra pugni, sangue e amore vomitato come su una scritta di vernice sotto casa, pure sgrammaticata. Rimane l’attesa per capire se i gruppi sanguigni di questi due ossessionati siano compatibili, se nella combinazione della loro irrequietezza alla fine delle tre ore magari esca fuori qualcosa di buono. Se si perdono pezzi, in una storia che sembra sempre sul punto di crollare su sé stessa, almeno vale la pena di rimanere per capire se dopo la pioggia arriva l'arcobaleno, se li si perdona verso un tramonto dai colori pacchiani.

L'amore? Uff. Che fatica.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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