GOTHIC

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Nel 1816 a Villa Donati, sul lago di Ginevra, in una notte tempestosa, Lord Byron con l'amante Claire, e Percy Shelley con la compagna Mary (sorellastra di Claire), insieme all'ambiguo dottore Polidori, medico di Byron, bevendo laudano per eccitarsi e farneticando sul demonio e sulle sue apparizioni, s'impegnano in una seduta spiritica. Claire dà in smanie ed accenna ad un bambino morto (probabilmente si riferisce al figlio di cui Mary ha sempre pianto la perdita prematura). Dopo la seduta si cominciano a vedere per casa sanguisughe e pitoni, una capra, molti topi, teste mozze e creature deformi, nel consueto quadro di bianchi tendaggi svolazzanti. Sembra che un inafferrabile fantasma si aggiri nelle tante stanze, ridestando le paure annidate nell'inconscio dei convenuti, soprattutto acuendo in Mary le angoscie del parto e portando all'acme il delirio generale. Il giorno dopo, tornato il sole, durante un picnic, tutti sorridono e recitano versi. Tutti tranne Mary: la sola che, durante il terrificante incubo notturno, sembra aver presentito e visto il tragico destino di morte che l'avvenire riserba ai presenti.

  • SCENEGGIATURA: Stephen Volk
  • FOTOGRAFIA: Mike Southon
  • MONTAGGIO: Michael Bradsell
  • MUSICHE: Thomas Dolby
  • PRODUZIONE: PENNY CORKE PER HELIOLODGE LIMITED
  • DISTRIBUZIONE: MEDUSA DISTRIBUZIONE (1987) - PENTAVIDEO, MEDUSA VIDEO (PEPITE)
  • PAESE: Gran Bretagna
  • DURATA: 83 Min
  • FORMATO: NORMALE A COLORI


CRITICA DI GOTHIC:

"Dopo la rivoluzionaria e molto controversa regia dell'opera lirica Mefistofele a Genova, ecco il delirante talento visionario di Ken Russell proporsi anche sugli schermi italiani con altri e più torrenziali 'stati di allucinazione', destinati a suscitare, come già avvenne all'anteprima del dicembre scorso agli 'Incontri' di Sorrento, più diatribe che consensi. Eppure non si può negare che 'Gothic', il cui spunto è stato elaborato dal giovane sceneggiatore Stephen Volk (un patito della letteratura e del cinema dell'orrore), rientri nelle corde specifiche del regista, alimentando fino all'eccesso il suo gusto dissacratorio e le sue torbide ossessioni. (...) Nel migliore dei casi, si avverte piuttosto che il racconto e soprattutto stabilito in funzione di colei che stava per divenire la signora Mary Shelley e che proprio dall'esperienza di quella notte avrebbe tratto ispirazione per il suo celebre romanzo Frankenstein. Infatti è questo personaggio il solo tratteggiato con qualche sfumatura e reso con proprietà nei suoi terrori, da Natasha Richardson. Al contrario di Gabriel Byrne (il Colombo televisivo) e Julian Sands, freddamente stilizzati nei rispettivi ruoli di Byron e Shelley." (Leonardo Autera, 'Il Corriere della Sera', 15 Febbraio 1987)"Nel segno dello spiritismo e del terrore, sorretta da un copione che via via la privilegia sempre più nettamente, è proprio la fragile Mary Shelley a prendere il sopravvento su tutti: le dà volto esanime e aspetto ancora un po' acerbo Natasha Richardson, figlia di Vanessa Redgrave, ubbidiente più che convintissima in un ruolo che comunque è una grande occasione, al suo debutto assoluto in cinema. Assai più ingrata la sorte dei due protagonisti maschili, e segnatamente quella di Gabriel Byrne: il suo Byron è raramente luciferino, ma da professionista serio sopperisce con impegno all'evidente deficit di frenesia e carisma malefico, che avrebbe dovuto consigliare un'altra scelta di cast. Meglio lo Shelley invasato di Julian Sands, già visto in 'Camera con vista', e meglio ancora la scarmigliata Claire di Myriam Cry e il repellente Polidori di Timothy Spall." (Gabriele Porro, 'Il Giorno', 17 Febbraio 1987)"In un trip quasi psichedelico nella riscrittura horror e gotica, all'insegna del frammentario o addirittura del casuale per la polverizzazione di immagini slegate fra loro e perfino ripetitive nella seconda parte, secondo i canoni dilaganti e già stantii del videoclip d'autore. Certo, le suggestioni visive, qua e là, non mancano, tra riproposte di modelli ora surrealistici, ora neoclassici, ora riferibili, volutamente, ai cliché del cinema dell'orrore. Ma tra feti sanguinanti, capezzoli che diventano occhi, topi morti in bocca, materie verminoso-putrescenti ovunque e bicchieri con acqua & sanguisughe tracannati d'un colpo, anche le intuizioni geniali e la più raffinata citazione pittorica si perdono negli eccessi di un gusto dubbio. Che spinge all'estremo le distorsioni patologiche e morbose dell'immaginario, strappa qualche urlaccio con le atrocità che sembrano saccheggiate ai film sugli zombies di George Romero, diminuisce, se non arriva proprio a mortificare, le buone performances degli attori. Tra i quali spicca Julien Sands (il giovane biondo di 'Camera con vista') nei panni di Shelley ed offre espressioni sufficientemente infette e febbricitanti Gabriel Byrne (il Cristoforo Colombo-televisivo) in quelli di Byron." (Claudio Trionfera, 'Il Tempo', 15 febbraio 1987)

SOGGETTO:

BASATO SUL TESTO DI MARY SHELLEY

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