Firebrand: la recensione del film in concorso al Festival di Cannes 2023

21 maggio 2023
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Un film storico di impostazione tradizionale che vuole rileggere in chiave femminile e femminista un momento chiave della storia inglese. Notevolissimo Jude Law nei panni di Enrico VIII, meno Alicia Vikander in quelli della protagonista: Katherine Parr. La recensione di Firebrand di Federico Gironi.

Firebrand: la recensione del film in concorso al Festival di Cannes 2023

Si spera che lo sappiate tutti, chi è Enrico VIII, uno dei sovrani più noti della storia inglese.
C’è anche un divertente account parodia dedicato a lui, su Twitter: spiega bene, con gran sintesi, chi sia stato il re dei grandi appetiti, delle mogli avvelenate o fatte decapitare. Cinque di loro hanno fatto una brutta fine. Una sola, l’ultima, la sesta, gli è sopravvissuta: Katherine Parr, che è la protagonista di questo Firebrand.

Karim Aїnouz (quello di La vita invisibile di Euridice Gusmao) fa una premessa con due belle didascalie, ricordando che la storia ci racconta di uomini e di guerre, e che quando si tratta degli altri, delle donne, il materiale è talmente poco che ci si può permettere qualche guizzo di fantasia.
È chiaro subito, fin da quando Firebrand di apre con Katherine impegnata nella reggenza del regno mentre il marito è impegnato a guerreggiare in Francia, che questo è un film che vuole riscrivere la storia al femminile, e che vuole sottolineare l’importanza della Parr non solo negli anni in cui è stata regina, ma anche in quelli successivi. Tramite l’influenza che la sua figura, il suo carattere e la sua determinazione hanno avuto su quella giovane principessa che di Enrico VIII era figlia e che Katherine ha cresciuto come una madre amorevole, e che diverrà Elisabetta I, per esempio. O nel peso che ha avuto nell’evoluzione della Chiesa anglicana, con le sue chiare - e pericolosissime - inclinazioni nei confronti delle dottrine protestanti.

Rispetto a un altro film visto a Cannes 76, il Jeanne du Barry di Maïwenn (altra rilettura della storia attraverso uno sguardo femminile e altra ricostruzione delle complesse dinamiche di corte, che in quel caso come in questo sembrano indirettamente legate a un ragionamento sulle disparità del presente), Firebrand ha dalla sua una compiutezza cinematografica, di forma e di racconto, che basta a renderlo più interessante, e di certo maggiormente dignitoso. Anzi, è una messa in scena decisamente elegante, quella di Aїnouz.
La forza di Firebrand - che è decisamente più sanguigno di Jeanne du Barry, e che è un film di passioni e di tensioni, di emozioni e psicologie - sta però tutta negli attori, più che nella sua messa in scena.
Jude Law è all’inizio quasi irriconoscibile, quando entra in scena nei panni del corpulento e malato e spietato Enrico VIII, e si dona completamente al film e alla parte, offrendo un’interpretazione dallo spessore shakespeariano che è una delle cose più intense che abbia mostrato nel corso della sua carriera.
Il problema è che Firebrand non è un film su Enrico VIII, ma sulla sua regina: e il problema è che Alicia Vikander, già fisiognomicamente poco coerente in quel contesto Cinquecentesco, e che sempre troppo abbronzata per essere una regina d’Inghilterra, finisce a volte per mostrare alcuni limiti quando si confronta testa a testa con Law, ma anche con molti dei comprimari di questo film.
Per esempio, già prima che Enrico VIII entri in scena, nell’incontro tra Katherine Parr e Anne Askew, che diventa uno scontro impari tra Vikander e Erin Doherty: una giovane attrice che, nei pochi minuti in cui è sullo schermo, arriva potentissima allo spettatore.

Per il resto, Firebrand è tutto quello che ci si poteva aspettare sulla carta, e che Aїnouz ha tenuto a specificare con le sue didascalie iniziali, e anche con il fatto di aver lasciato che a introdurre il film allo spettatore, e a congedarlo da esso, sia la voce narrante della giovane Elisabetta (Junia Rees, volto da tenere d’occhio). Con l'aggiunta di un guizzo coerente, ma tutto sommato discutibile, della reinvenzione femminista sull’esito delle storie di vita di Katherine Parr e dello stesso Enrico VIII.
Meno coerenti le didascalie finali, che raccontano come il regno di Elisabetta I, pupilla di Parr, sarebbe stato assai meno contrassegnato dal dominio delle guerre e degli uomini, nel nome dell'illuminata gestione femminile del regno.
E chissà che quel ruggito del re, che lamenta l’aborto spontaneo della moglie dicendo che avrebbe voluto uno “spare”, oltre al già presente “heir” (il futuro Edoardo VI), non sia stato ispirato dal titolo del recente libro di Henry Windsor.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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