Amarcord

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Amarcord è un film di genere commedia, drammatico del 1973, diretto da Federico Fellini, con Pupella Maggio e Armando Brancia. Durata 125 minuti. Distribuito da DEAR - WARNER HOME VIDEO, L'UNITA' VIDEO (GLI SCUDI).

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TRAMA AMARCORD:

A Borgo, tra il 1930 e il 1935, l'adolescente Titta cresce subendo condizionamenti entro e fuori dell'ambito domestico. Mentre tenta di affermare la propria personalità, gli sovvengono molteplici ricordi. Suo padre Aurelio è un piccolo impresario edile perennemente in discordia con la moglie Miranda; zio Pataca vegeta alle spalle dei parenti; zio Teo è ricoverato in manicomio; il nonno si gode egoisticamente una salute di ferro, non trascurando di prendersi delle libertà con la domestica. Nella provinciale cittadina emergono: Gradisca, una procace parrucchiera; Volpina una ragazza un po' scema e priva di freni inibitori; una tabaccaia mastodontica, quasi mostruosa; un avvocato dalla retorica facile e magniloquente; Giudizio, il matto; Biscein il bugiardo; il motociclista esibizionista e tutta una galleria di personaggi che, agendo nel mondo della scuola, della chiesa, e nelle feste fasciste, nelle celebrazioni folcloristiche o negli avvenimenti eccezionali, rivelano caratteristiche bislacche. Le stagioni trascorrono inesorabili, scandite dal cadere della neve o dalle "manine" staccatesi dai primi fiori primaverili.


CRITICA DI AMARCORD:

"Al gran maestro Federico Fellini basta mettere in libera uscita la consueta, pur se strepitosa, galleria di balordi già incontrata in tutti i suoi film da trent'anni in qua per lasciare i critici a bocca aperta e incastonare in bacheca un altro Oscar. Fu vera gloria? Ai posteri, sempre che non si addormentino davanti alla tv, l'ardua sentenza". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 29 agosto 2000)"La sorpresa di Amarcord consiste nel fatto che tra le righe non si riesce a leggere quasi nulla. Fellini fruga qua e là nel passato, ma sembra non voler trinciare giudizi. Probabilmente il film va letto in una chiave rovesciata rispetto a quella che viene spontaneo usare. Forse Fellini, mentre mostra di annegare nei ricordi, vuol farci capire che il passato in realtà non esiste se non nella nostra fantasia. Forse la frustata è diretta non tanto sul mondo di ieri, quanto sull'abitudine che abbiamo di dargli una credibilità che va oltre i limiti della nostra povera memoria. Ma se i ricordi sono amari e confusi, se perdono sapore e colore, se non hanno senso, se sono indecifrabili, il discorso diventa attuale. L'attenzione si sposta sulla coscienza dell'uomo contemporaneo, sull'oggi. Ma qui Fellini si ferma rigorosamente". (Sergio Trasatti, "L'Osservatore Romano", 20 dicembre 1973)"Fellini gioca in economia. Adopera i residui di stoffe già esibite al pubblico, frammenti di un discorso che, in fondo, è già stato fatto. Qualche scampolo ha colori vivi e guizzanti (il nonno nella nebbia, per esempio, e la mucca che diventa, agli occhi del bambino che va scuola, un mostro mitologico); qualche altro è sbiadito a causa del tempo e della polvere; qualche altro ancora, infine, poteva essere mandato al macero". (Franco Bolzoni, "Avvenire", 19 dicembre 1973)"E quindi, certo, è possibile all'artista quando è tale, e quando è Fellini, crearsi dei finti ricordi per cacciare quelli veri: e, per rafforzare la finzione, costruirsi un luogo immaginario, nella prediletta Cinecittà, e una lingua che è una specie di miscuglio fra l'emiliano e il romagnolo, anche con qualche pizzico di accenti limitrofi. E però il sospetto che quei ricordi siano veri, tutti o quasi, riemerge nel vedere come Federico li rievoca. Perché li rievoca con pudore, sempre attento a non gonfiarli troppo, a non strizzarli fino a farne uscire l'ultima, spettacolare goccia, limitando al massimo il surreale, un paio di sequenze e nemmeno le più riuscite, contrariamente al solito, e su tutto il resto ammorbidisce, sfuma, attenua. Non rinunciando al popolaresco, a qualche paesana grossolanità, ma senza mai spingere a fondo nemmeno in questa direzione". (Paolo Valmarana, "Il Popolo", 19 dicembre 1973)"Molte delle inquadrature di Amarcord sembrano l'edizione per così dire critica del 'kitsch' fascista, della sua iconografia rurale, della sua propaganda industriale, colta nel momento piccolo-borghese, con la cultura delle nostre zone depresse. Forse solo Il conformista, prima di Amarcord, ci aveva restituito un fascismo visto così dall'interno, al di fuori delle solite, oziose decalcomanie. E' utile aggiungere che il film funziona anche sul piano del puro e semplice spettacolo e che tutto vi è al proprio posto: a cominciare dal numeroso stuolo degli attori, noti e sconosciuti, professionisti e occasionali (con particolare riguardo al folgorante intermezzo di Ciccio Ingrassia, nel ruolo dello zio pazzo). Rispettiamolo, dunque questo "Amarcord": questo film intenzionalmente modesto, ma molto più realizzato, concluso di tante altre opere felliniane, partite con maggiori ambizioni". (Callisto Cosulich, "Paese sera", 19 dicembre 1973)"La visione di Fellini, s'è accennato, è amarognola, agrodolce. L'infanzia di Titta non è stata una festa: liti in famiglia, nonno svagato che tocca il sedere della fantesca (sembra una vignetta di un altro romagnolo, Leo Longanesi), zio tocco di mente che, portato in gita dai parenti, si arrampica su un albero gridando: «Voglio una donna!», fasc

CURIOSITÀ SU AMARCORD:

- OSCAR PER MIGLIOR FILM STRANIERO (1974); NASTRO D'ARGENTO PER MIGLIOR REGIA (1974); DAVID DI DONATELLO PER MIGLIOR REGIA E MIGLIOR FILM A FEDERICO FELLINI (1974); BBC BEST FILMS OF ALL TIME (1996).- NEL FILM E' INSERITA UNA BREVE SEQUENZA DI "BEAU GESTE" (1939) DI W.A. WELLMAN CON GARY COOPER.

FRASI CELEBRI:

1978

SOGGETTO:

un'idea di Federico Fellini

IL CAST DI AMARCORD:



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il trailer del film
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