Amarcord

Amarcord

Voto del pubblico
Valutazione
4.1 di 5 su 34 voti
Anno: 1973
Paese: Francia, Italia
Durata: 125 min
Distribuzione: Dear - Warner Home Video, L'unità Video (Gli Scudi)
Amarcord è un film di genere commedia, drammatico del 1973, diretto da Federico Fellini, con Pupella Maggio e Armando Brancia. Durata 125 minuti. Distribuito da Dear - Warner Home Video, L'unità Video (Gli Scudi).
Genere: Commedia, Drammatico
Anno: 1973
Paese: Francia, Italia
Durata: 125 min
Distribuzione: Dear - Warner Home Video, L'unità Video (Gli Scudi)
Fotografia: Giuseppe Rotunno
Musiche: Nino Rota
Produzione: Franco Cristaldi per F.C. Produzioni (Roma), PECF (Parigi)

TRAMA AMARCORD

Amarcord è un film del 1973 diretto da Federico Fellini che ne firma la sceneggiatura insieme a Tonino Guerra.
La vicenda narra la vita che si svolge nell'antico borgo di Rimini da una primavera all'altra, nei primi anni Trenta. Un anno esatto di storia, dove si assiste ai miti, ai valori e al quotidiano di quel tempo attraverso gli abitanti della provinciale cittadina: la provocante parrucchiera Gradisca, la sciocca Volpina, una tabaccaia mastodontica, un ampolloso avvocato dalla facile retorica, un emiro dalle cento mogli, il matto Giudizio e un motociclista esibizionista.
Tutti loro interagiscono col folklore delle feste paesane, le adunate del "sabato fascista", attendono al chiaro di luna il passaggio del transatlantico Rex e la famosa gara automobilistica delle Mille Miglia. Ma i veri protagonisti sono i sogni ad occhi aperti dei giovani del paese, presi da una prepotente esplosione sessuale.
Tra questi adolescenti emerge Titta, che cresce subendo condizionamenti sia fuori che dentro le mura domestiche. La sua vita si divide tra l'inarrivabile Gradisca, i grossi seni della tabaccaia e i balli d'estate al Grand Hotel spiati da dietro le siepi. La sua famiglia è composta dal padre Aurelio (Armando Brancia), un piccolo impresario edile perennemente in discordia con la moglie Miranda (Pupella Maggio), lo zio Pataca, che vegeta alle spalle dei parenti, lo zio Teo (Ciccio Ingrassia), ricoverato in manicomio e il nonno che scoppia di salute e non si fa mancare delle libertà con la domestica.

CRITICA DI AMARCORD

"Al gran maestro Federico Fellini basta mettere in libera uscita la consueta, pur se strepitosa, galleria di balordi già incontrata in tutti i suoi film da trent'anni in qua per lasciare i critici a bocca aperta e incastonare in bacheca un altro Oscar. Fu vera gloria? Ai posteri, sempre che non si addormentino davanti alla tv, l'ardua sentenza". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 29 agosto 2000)"La sorpresa di Amarcord consiste nel fatto che tra le righe non si riesce a leggere quasi nulla. Fellini fruga qua e là nel passato, ma sembra non voler trinciare giudizi. Probabilmente il film va letto in una chiave rovesciata rispetto a quella che viene spontaneo usare. Forse Fellini, mentre mostra di annegare nei ricordi, vuol farci capire che il passato in realtà non esiste se non nella nostra fantasia. Forse la frustata è diretta non tanto sul mondo di ieri, quanto sull'abitudine che abbiamo di dargli una credibilità che va oltre i limiti della nostra povera memoria. Ma se i ricordi sono amari e confusi, se perdono sapore e colore, se non hanno senso, se sono indecifrabili, il discorso diventa attuale. L'attenzione si sposta sulla coscienza dell'uomo contemporaneo, sull'oggi. Ma qui Fellini si ferma rigorosamente". (Sergio Trasatti, "L'Osservatore Romano", 20 dicembre 1973)"Fellini gioca in economia. Adopera i residui di stoffe già esibite al pubblico, frammenti di un discorso che, in fondo, è già stato fatto. Qualche scampolo ha colori vivi e guizzanti (il nonno nella nebbia, per esempio, e la mucca che diventa, agli occhi del bambino che va scuola, un mostro mitologico); qualche altro è sbiadito a causa del tempo e della polvere; qualche altro ancora, infine, poteva essere mandato al macero". (Franco Bolzoni, "Avvenire", 19 dicembre 1973)"E quindi, certo, è possibile all'artista quando è tale, e quando è Fellini, crearsi dei finti ricordi per cacciare quelli veri: e, per rafforzare la finzione, costruirsi un luogo immaginario, nella prediletta Cinecittà, e una lingua che è una specie di miscuglio fra l'emiliano e il romagnolo, anche con qualche pizzico di accenti limitrofi. E però il sospetto che quei ricordi siano veri, tutti o quasi, riemerge nel vedere come Federico li rievoca. Perché li rievoca con pudore, sempre attento a non gonfiarli troppo, a non strizzarli fino a farne uscire l'ultima, spettacolare goccia, limitando al massimo il surreale, un paio di sequenze e nemmeno le più riuscite, contrariamente al solito, e su tutto il resto ammorbidisce, sfuma, attenua. Non rinunciando al popolaresco, a qualche paesana grossolanità, ma senza mai spingere a fondo nemmeno in questa direzione". (Paolo Valmarana, "Il Popolo", 19 dicembre 1973)"Molte delle inquadrature di Amarcord sembrano l'edizione per così dire critica del 'kitsch' fascista, della sua iconografia rurale, della sua propaganda industriale, colta nel momento piccolo-borghese, con la cultura delle nostre zone depresse. Forse solo Il conformista, prima di Amarcord, ci aveva restituito un fascismo visto così dall'interno, al di fuori delle solite, oziose decalcomanie. E' utile aggiungere che il film funziona anche sul piano del puro e semplice spettacolo e che tutto vi è al proprio posto: a cominciare dal numeroso stuolo degli attori, noti e sconosciuti, professionisti e occasionali (con particolare riguardo al folgorante intermezzo di Ciccio Ingrassia, nel ruolo dello zio pazzo). Rispettiamolo, dunque questo "Amarcord": questo film intenzionalmente modesto, ma molto più realizzato, concluso di tante altre opere felliniane, partite con maggiori ambizioni". (Callisto Cosulich, "Paese sera", 19 dicembre 1973)"La visione di Fellini, s'è accennato, è amarognola, agrodolce. L'infanzia di Titta non è stata una festa: liti in famiglia, nonno svagato che tocca il sedere della fantesca (sembra una vignetta di un altro romagnolo, Leo Longanesi), zio tocco di mente che, portato in gita dai parenti, si arrampica su un albero gridando: «Voglio una donna!», fasc

CURIOSITÀ SU AMARCORD

Fellini negò che il film fosse autobiografico, ma ammise delle somiglianze con la sua infanzia.

L'espressione romagnola "A m'arcord" (io mi ricordo) è diventata un neologismo della lingua italiana, col significato di "rievocazione in chiave nostalgica".

Nella scena del lancio di palle di neve compare, tra i bambini, il futuro cantante Eros Ramazzotti.

Nel film recita in un breve cameo anche Francesco Di Giacomo, il cantante del gruppo Banco Mutuo Soccorso.

Incluso tra i "1001 film da vedere prima di morire", a cura di Steven Schneider.

La pellicola vinse molti premi, tra cui l'Oscar come miglior film straniero, il David di Donatello per miglior film e miglior regia, il Nastro d'argento per miglior regia, miglior soggetto, migliore sceneggiatura e migliore attore esordiente a Gianfilippo Carcano, infine il Globo d'oro per il miglior film.

INTERPRETI E PERSONAGGI DI AMARCORD

Attore Ruolo
Pupella Maggio
Miranda
Armando Brancia
Aurelio
Magali Noël
La "Gradisca"
Ciccio Ingrassia
Teo, lo zio matto
Nando Orfei
Il "Patacca"
Luigi Rossi
Avvocato
Gianfilippo Carcano
Don Baravelli
Gennaro Ombra
Bisein
Bruno Zanin
Titta Biondi
Dina Adorni
Insegnante
Domenico Pertica
Il Cieco
Francesco Vona
Candela
Maria Antonietta Belluzzi
La Tabaccaia
Stefano Proietti
Oliva
Josiane Tanzilli
La "Volpina"
Giuseppe Ianigro
Il nonno di Titta
Francesco Maselli
Il Prof. Bongioanni
Carla Mora
La cameriera Gina
Antonino Faà Di Bruno
Il Conte
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