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Utøya 22. juli: recensione del film di Erik Poppe in concorso al Festival di Berlino 2018

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Una potente e non facile ricostruzione degli eventi che hanno segnato per sempre la storia della Norvegia.

Utøya 22. juli: recensione del film di Erik Poppe in concorso al Festival di Berlino 2018

Nella storia della serena, democratica e pacifica Norvegia, la strage di Utøya rappresenta qualcosa di difficilmente immaginabile per noi, abituati come siamo a stragi e atti terroristici di vario genere. Di certo, era dai tempi di Quisling - e forse nemmeno allora - che quello che oggi, grazie alla scoperta del petrolio negli anni Settanta, è uno dei paesi più ricchi del mondo non doveva fare i conti con qualcosa di così traumatico; con eventi e persone che sollevano interrogativi così forti sulla sua identità e sulla sua società.
Insomma, Erik Poppe, nel prendersi la responsabilità di dirigere questo film, si è preso anche una gran bella gatta da pelare. Una sfida, quella di Utøya 22. juli, da cui però il regista è stato in grado di uscire vincitore perché capace di incanalare nel film lo smarrimento, la confusione, il dolore di quegli eventi; ma anche, in qualche modo, la reazione che è stata così nobilmente espressa dall’allora primo ministro Jens Stoltenberg in un discorso passato già alla storia e diventato virale, tanto da venire spesso e volentieri tirato in ballo all’indomani di altri drammatici eventi di sangue, nel quale si faceva appello proprio a quei valori fondamentali che la strage metteva in crisi.
Per farlo, la scelta è stata quella di legarsi a un personaggio, una ragazza di diciannove anni di nome Kaja, una delle partecipanti al campeggio organizzato dal partito laburista norvegese sull’isola del fiordo di Oslo. È lei che incontriamo quasi immediatamente, dopo le immagini delle telecamere a circuito chiuso che hanno registrato le esplosioni di Oslo, usate da Anders Breivik come diabolico atto di distrazione. Lei, che parla, guarda dritta in camera e dice “Stammi a sentire. Perché non puoi avere un idea di quello che succede”: e anche se scopriamo che sta solo parlando al telefono con la madre, prima che i primi colpi vengono sparati e tutto è ancora tranquillo, è chiaro che quello è un appello a noi che guardiamo.

E noi, allora, la seguiamo Kaja.
La seguiamo mentre discute scherzosamente ma non troppo di politica con qualche amico, e quando poi, quando inizia l’inferno, corre, scappa, piange, si nasconde, si confronta con chi è con lei su cosa fare, cerca la sorella che non trova, aiuta un ragazzino rimasto solo, e poi una ragazza ferita che gli morirà fra le braccia, e poi corre ancora, si nasconde, e via così, per 72 terrificanti minuti che Poppe - con l’aiuto fondamentale di Martin Otterbeck, direttore della fotografia e operatore - ha girato interamente in tempo reale (tanto è durata la sparatoria sull’isola prima che si riuscisse a bloccare Breivik) e in uno, reale piano sequenza tanto coinvolgente che te ne accorgi solo dopo un po’, che non ci sono tagli di montaggio.
Lontano dalle sublimazioni di un Elephant almeno quanto lo è dalla retorica spettacolare e cinica di certo cinema americano e europeo che si propone di ricostruire fatti di questa tragica tipologia, quello di Poppe è un film potente, che arriva a colpire lo stomaco senza mai usare trucchetti e furberie; e che, al tempo stesso, è in grado di raccontare come, per via di quegli eventi, lo spirito e i valori del popolo norvegese - rappresentati attraverso le parole e i gesti di Kaja, che non ha caso dichiara ambizioni politiche - siano stati feriti a morte, ma che in qualche modo siano anche stati capaci di tornare a nuova, incarnati in nuovi personaggi e nuove consapevolezze che non ne hanno reso vano il sacrificio.

Non era facile gestire un equilibrio di questo genere, tenere insieme la forza di un piano formale molto impegnativo con queste necessità che sono quasi etiche, senza cadere in eccessi di cinismo o di patetismo: ma Utøya 22. Juli ci riesce.
Ci riesce grazie ad alcune scelte attente e solo apparentemente marginali di Poppe, come ad esempio quella di non mostrare mai l’autore della strage (solo verso la fine del film se ne intravede la sagoma da lontano, confusa tra gli alberi) né di nominarlo mai nelle didascalie che chiudono in film, che ricordano il numero delle vittime e il fatto che il film sia nato dalla raccolta di testimonianze dirette degli eventi. O come quella di una sceneggiatura capace di trovare una struttura, magari basilare, nel caos di quel movimento così apparentemente libero e randomico, e di dare un senso più ampio a quello che Kaja incontra sul suo cammino e alle sue reazioni. O anche, la capacità di usare la macchina da presa facenone a un tempo il testimone oggettivo e lo sguardo di un altro protagonista che è sempre fuori campo e che sei tu, che guardi e che vivi con Kaja e gli altri ragazzi quegli eventi terribili.
È questo che interessava a Poppe: non capire (“il 22 luglio è il giorno che non dimentichiamo mai, ma che difficilmente possiamo comprendere,” scrive nel pressbook del film), non spiegare, ma descrivere un’esperienza traumatica e le sue conseguenze sulla Norvegia e su tutti noi, calandoci lì, nel mezzo: testimoni e protagonisti assieme.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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