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Shirley, un gioiello alla Berlinale 2020: Josephine Decker racconta Shirley Jackson col suo cinema unico e potente

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Con Shirley, interpretato da Elisabeth Moss e Michael Stuhlbarg, la regista americana si conferma per l'ennesima volta uno dei maggiori talenti in circolazione, sovrapponendo alla perfezione il suo sguardo con la letteratura dell'autrice di "L'incubo di Hill House" e di altri straordinari romanzi e racconti. A produrre, Martin Scorsese.

Shirley, un gioiello alla Berlinale 2020: Josephine Decker racconta Shirley Jackson col suo cinema unico e potente

Chi sia Shirley Jackson, perlomeno dopo Hill House, oramai lo dovreste sapere tutti. Sarebbe stato meglio l’aveste saputo da prima, ma poco importa.
Josephine Decker, invece, è ancora assai sconosciuta.
Peccato. Perché è dal 2014 che cerco di spiegare quanto sia brava questa 38enne regista, attrice e sceneggiatrice americana. Da quando al Festival di Berlino la sezione Forum aprì proiettando entrambi i suoi primi lungometraggi: Butter on the Latch e Thou Wast Mild and Lovely.
Quei film furono proiettati anche al Torino Film Festival dello stesso anno, così come i successivi Flames (co-diretto con Zefrey Throwell, una dolorosissima cronistoria della fine del loro amore) e il sensazionale Madeline’s Madeline, racconto di formazione rivoluzionario nella forma e nello stile, anche questo passato a Berlino.
Ovvio, quindi, che la Berlinale 2020 di Carlo Chatrian, nella nuova sezione competitiva Encounters, non potesse lasciarsi sfuggire l’occasione di proiettare anche il nuovo film della Decker, il primo che non nasce da una sua sceneggiatura originale ma che porta comunque impressi la personalità e il talento debordanti di questa artista.

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Si chiama appunto Shirley, il nuovo film di Josephine Decker, e non a caso. Perché protagonista di questa storia immaginaria, tratta da un romanzo di Susan Scarf Merrell adattato da Sarah Gubbins, è proprio la scrittrice, interpretata da Elisabeth Moss. La storia, ambientata nei primi anni Cinquanta, è quella di una giovane coppia (Rose e Fred Nemser, rispettivamente Odessa Young e Logan Lerman) che si trasferisce a casa della Jackson e del marito Stanley Hyman (Michael Stuhlbarg) al Bennington College, dove Hyman ha insegnato per anni, e dove la donna viveva in uno stato di semi-reclusione, vittima della sua depressione e delle sue nevrosi.
Mentre il giovane Fred fa da assistente a Hyman, e ne ricalca le famigerate infedeltà, che la Jackson ha mal sopportato per tutta la vita, Rose stringe lentamente e con difficoltà un legame profondo con la scrittrice, che nel frattempo è ossessionata dalla scomparsa di una studentessa dal campus universitario, e cerca faticosamente di scriverci sopra un romanzo.

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Anche in Shirley, la potenza del racconto e delle immagini della Decker, la sua capacità di flirtare con quella zona indefinibile e fatta di puro cinema che sta tra la realtà della storia e l’immaginazione e la psiche dei personaggi rimangono intatte. Così come la sua capacità di essere opprimente, disturbante e ossessionante anche tenendosi formalmente lontana da quello che tradizionalmente intendiamo come horror.
E proprio per questo, la sovrapposizione con la letteratura di Shirley Jackson, e con le emozioni che suscita nel lettore, è totale, formando insieme una miscela esplosiva e coinvolgente, generando atmosfere malsane e barocche nelle quali si ritrovano, l’una di fianco all’altra, esaltandosi vicendevolmente, le personalità di queste due grandi artiste.
Il cast è praticamente perfetto. Moss e Stuhlbarg divorano letteralmente ogni scena, incarnando alla perfezione l’intelligenza affilata e provocatoria e l’anticonformismo spiazzante dei loro personaggi; mentre Young e Lerman funzionano benissimo nei panni delle loro vittime sacrificali prima, e di qualcosa di diverso poi. Un grande contributo arriva anche dalle musiche di Tamar-kali (la stessa compositrice di The Assistant), e dalla fotografia di Sturla Brandth Grøvlen, ma sono Josephine Decker e Shirley Jackson a imprimere il loro marchio, evidentissimo, in ogni inquadratura del film.

Se il romanzo che la Jackson sta scrivendo in Shirley è chiaramente “Hangsaman”, e se la storia della studentessa scomparsa, e il mondo in cui la scrittrice e Rose ne parlano, rimandano esplicitamente al meraviglioso racconto “La ragazza scomparsa” (pubblicato in Italia da Adelphi, come molte altre opere di Shirley Jackson), la capacità d’intrecciare la trama e il contenuto del film con quelli delle opere letterarie della sua protagonista non sta in queste evidenze tutto sommato semplici, ma in qualcosa di più profondo e complesso.
Perché prima e più di ogni altra cosa, Shirley è il film che racconta la storia di due donne e del loro legame. Un legame fatto non solo di affinità caratteriale, o di vicinanza fisica e emotiva, ma reso forte, potente e doloroso dalla loro comune condizione: quella di donne forti e intelligenti, volitive, eppure ognuna a suo modo costretta dalle regole e dalle imposizioni della società americana del tempo; e ancora di più dai vincoli di rapporti matrimoniali e sentimentali complessi e un po’ perversi, e ancora patriarcali, dai quali - nonostante la forza e l’intelligenza - facevano fatica a emanciparsi.

Se la cronaca e la storia impediscono a Shirley di modificare il destino della sua protagonista, la parabola del personaggio di Rose è quella che racconta la morte di un modello femminile, succube e senza identità (come la ragazza scomparsa), e la nascita di uno nuovo, grazie al quale le cose non saranno più quelle di prima, oh no, e la determinazione febbrile dello sguardo di Shirley Jackson, la capacità di rottura e turbamento che possiede la sua opera, diventano elementi fondativi della femminilità.
Per questo, ma non solo per questo, in mesi in cui la bandiera del #MeToo e di altre legittime rivendicazioni femministe sventola su tanti film, libri e articoli spesso privi di una reale sostanza se non quella del tema che basta a sé stesso, Shirley è il film più radicalmente, potentemente e intelligentemente femminista che mi sia capitato di vedere di recente. E lo è per quello che racconta, certo, ma anche per il come.
Per la forza selvaggia che possiede il cinema di Josephine Decker, il suo carattere unico e inconfondibile, fieramente personale anche quando è figlio di suggestioni altrui che non vengono negate, ma sono state chiaramente digerite e metabolizzate fino a diventare qualcosa di nuovo. “L’originalità nasce dall’unione tra spirito critico e creatività,” dice Stanley Hyman nel film.
Non c’è dubbio, quindi, che la Decker sia, in tutto e per tutto, originale. Speriamo qualcuno la porti presto nei cinema italiani.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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