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Oscar 2018: le candidate come miglior attrice non protagonista

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Cinque signore della recitazione, cinque mirabili performance, quattro americane e un'inglese. E tre mamme.

Oscar 2018: le candidate come miglior attrice non protagonista

"Non esistono piccoli ruoli, esistono piccoli attori" - diceva Konstantin Stanislavskij, a significare che, in un'opera di finzione, anche i personaggi secondari sono importanti e vanno avvicinati e interpretati con la massima attenzione. Con il guru del "metodo" è sicuramente d’accordo l'Academy, che tiene in grande considerazione i non protagonisti, a cui annualmente assegna un premio, anzi due (uno ai maschietti, uno alle femminucce). Quanto ai "piccoli attori", nessuna delle cinque ladies che concorrono agli Oscar 2018 in questa categoria rientra in una simile definizione. Adesso in gara ci sono quattro americane e un'inglese, alle prese soprattutto con complesse figure materne. Scopriamo insieme chi sono le candidate agli Oscar 2018 come miglior attrice non protagonista.

Capelli a caschetto, occhiali enormi, pelliccia, sondino nel naso e pappagallo sulla spalla: ecco come appare Allison Janney all'inizio di Tonya, biopic fra la commedia caustica e il mokumentary dedicato alla campionessa di pattinaggio artistico Tonya Harding. Appare diversa da com'è nella vita di tutti i giorni l'attrice che conosciamo soprattutto per The West Wing, e talmente sgradevole da risultare di una simpatia irresistibile, anche se di questa donna che ha collezionato e tiranneggiato mariti il personaggio impersonato da Margot Robbie ha detto: "Era un mostro". Questo "mostro", che al cinema se la batte con la madre di Claude Rains in Notorious e con il personaggio di Faye Dunaway in Mammina cara, la Janney l'ha amato dalla punta dei piedi alla parrucca che ha indossato ogni mattina sul set dopo ore di trucco. La cattiveria di LaVona Golden, che lancia un coltello alla figlia e poi dice: "Ogni famiglia ha i suoi alti e i suoi bassi", l'ha stregata, come anche la sua bruttezza, che ha trovato "liberatoria". La vittoria del Golden Globe e dello Screen Actors Guild rendono Allison la favorita nella corsa all'Oscar.

Ha una lunga carriera alle spalle la deliziosa Octavia Spencer, che ha esordito davanti alla macchina da presa a metà degli anni '90 e ha trovato fama e fortuna grazie a The Help, che nel 2011 l'ha portata dritta all'Oscar come miglior attrice non protagonista. Per lo stesso trofeo la ragazza dell'Alabama dagli occhi da cerbiatta è stata candidata, oltre che in questo 2018, nel 2017, e il merito era del piccolo ma importante Il diritto di contare. La donna delle pulizie che Del Toro le ha affidato ne La forma dell'acqua e che aiuta Elisa a proteggere il mostro, ha in comune con i personaggi dei film di Tate Taylor e Theodore Melfi l'appartenenza agli anni '50, epoca in cui le donne di colore erano cittadine "di seconda classe". Una simile caratteristica le ha rese particolarmente gradite all’attrice, che le ha capite e ne ha sposato la forza. La sua Zelda, che in un certo senso è la voce anche di Elisa e della creatura anfibia (entrambe mute), meriterebbe la statuetta dorata solo per una scena in cui cerca di gestire un marito distratto, dipendente dalla tv e, come direbbe Fantozzi, "dal rutto libero". Se la Spencer vincerà, sarà anche per via del cosiddetto "effetto catena" o "domino", fenomeno per cui, una volta vinto un premio, un film tende spesso ad aggiudicarsi quasi tutti gli altri.

Proprio non può fare a meno di lei Mike Leigh, che l'ha diretta in Belle speranze, Segreti e bugie, Topsy-Turvy, Tutto o niente, Il segreto di Vera Drake, Another Year e in Turner, e si sa che quando il regista inglese scrittura un attore, è per la sincerità con cui aderisce al personaggio e per una faccia da persona vera e non da star. Ne Il filo nascosto, in più, Lesley Manville ha fatto uno straordinario lavoro di sottrazione, aprendo la porta, in mezzo a tanta austerità e calma, a squarci di frustrazione e impotenza e lasciando appena trapelare i sentimenti contrastanti provati da una donna che vede insediarsi nel proprio nido un nuovo e un po' perverso angelo del focolare. E’ una creatura complessa Cyril Woodcock, sorella devota dell'imperatore dell'eleganza Reynolds Woodcock, e anche se è una persona piuttosto mite, ricorda un po’, nella fisicità, la governante di Rebecca - La prima moglie, somiglianza che le dà la giusta ambiguità e imperscrutabilità. Fra le non mamme, insieme alla Zelda della Spencer, nella cinquina delle migliori non protagoniste, la Manville ha studiato alacremente per prepararsi alla parte, pranzando spesso e parlando al telefono con Daniel Day-Lewis per stabilire con lui la giusta intimità. Solo per questo andrebbe premiata dall'Academy.

Qualora ne avesse bisogno, visto che non le manca certo la notorietà, Mary J.Blige godrà comunque di un momento di celebrità durante i novantesimi Academy Award anche se non dovesse vincere l'Oscar. La regina dell'hip hop-soul canterà infatti, davanti alla platea del Dolby Theatre, "Mighty River", brano di quel Mudbound per il quale è stata candidata come miglior attrice non protagonista. A lei la regista Dee Reese ha affidato la figura femminile forse più bella del film, quella della madre del Sergente Ronsel Jackson che dall'Europa in guerra torna in un'America provinciale e razzista. In questa donna dalla forza interiore straordinaria, la Blige ha riversato la disperazione del proprio matrimonio fallito, dandole così grande verosimiglianza. In più ha dovuto rinunciare al trucco e soprattutto ai capelli lisci o leggermente ondulati e biondi che sono ormai il marchio distintivo del suo look, il che non è da sottovalutare. Quando si è vista per la prima volta nei giornalieri nei panni di Florence, l'attrice è scoppiata a piangere. Commossa dalla determinazione della sua madre coraggio, per la prima volta non ha visto nemmeno un "pezzettino" di Mary J. Blige in un suo personaggio. Forse non lo dovremmo dire, ma per noi dovrebbe essere lei a trionfare il 4 marzo.

Completa la cinquina delle possibili migliori attrici non protagoniste Laurie Metcalf, mamma iperprotettiva di Saoirse Ronan in Lady Bird, che con cinque candidature è un altro titolo forte di questa edizione degli Academy Award. Oltre che volto noto della tv, la Metcalf ha una solida carriera teatrale alle spalle, e chi la conosce sa quanto sia brava nella difficile arte del monologo e nel ritrarre donne della working class. Ecco perché Greta Gerwig l'ha scelta (affidandole la parte di una volenterosa e instancabile infermiera e mettendo nel personaggio qualcosa di sua madre), ed ecco perché la sua performance è così incisiva. La signora Marion fa da spalla alla giovane protagonista del film in diverse scene e Lady Bird, oltre che un romanzo di formazione, in fondo è la storia di un rapporto madre/figlia, conflittuale e altalenante. Di Laurie la regista ha lodato l'intensità con cui pronuncia le sue battute (per esempio quando dice a Lady Bird: "Vorrei che tu fossi la miglior versione possibile di te stessa"), la duttilità, la concentrazione e un rigore che non fa mai rima con freddezza, visto che nel personaggio giocano un grande ruolo fragilità e tenerezza.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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