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Martin Scorsese chiarisce definitivamente il suo pensiero sui cinecomic Marvel sulle colonne del New York Times

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Difficile essere in disaccordo col grande regista, in questi giorni nei cinema italiani col superbo The Irishman.

Martin Scorsese chiarisce definitivamente il suo pensiero sui cinecomic Marvel sulle colonne del New York Times

Mentre il suo splendido The Irishman è nelle sale - qui l'elenco di quelle che lo programmano in Italia - Martin Scorsese sceglie uno dei più prestigiosi quotidiani al mondo, il New York Times, per chiarire definitivamente il suo pensiero riguardo al cinecomic della Marvel (ma, è lecito dire, sui cinecomic e su un certo tipo di cinema hollywoodiano commerciale in generale".
Come ricorda lo stesso regista all'inizio dell'editoriale pubblicato dal NYT, intervistato in ottobre dalla rivista inglese Empire, rilasciò una dichiarazione che non ha mancato di suscitare un vespaio di polemiche, ovviamente sapientemente cavalcate dai media di tutto il mondo.
"Dissi che avevo provato a guardarne alcuni e che non facevano per me," scrive Scorsese, "che mi sembravano più vicini a un parco di divertimenti che non ai film come li ho amati e conosciuti nel corso del corso della mia vita, e che alla fine del conti, non li considero cinema."
Apriti cielo, ovviamente. Nell'era dell'indignazione digitale e delle partigianerie più vicine al tifo calcistico che non al dibattito intellettuale tra posizioni differenti che tanto bene viene descritta da Bret Easton Ellis nel suo "Bianco" ("Tutti veniamo maltrattati sui social. I social esistono solo per quello, nessuno ti fa un complimento lì sopra: funzionano così,"  ha dichiarato lo scrittore americano alla Festa del Cinema di Roma poche settimane fa), questa dichiarazione è stata presa come l'insulto di un anziano signore che non capisce più il mondo in cui vive da tantissimi appassionati. Molti dei quali, siamo pronti a scommettere, non hanno visto più di uno o due dei capolavori del regista, se li hanno visti.
"Se qualcuno vuole caratterizzare le mie parole in questo modo, non posso fare niente per oppormi," scrive Scorsese, col giusto menefreghismo di chi sa che non può né vuole stare a sentire chiunque. Poi continua, specificando di saper riconoscere il talento di chi realizza certi film, ma anche dicendo che "Il fatto che i film in sé non mi interessino è una questione di gusti personali e di temperamento."
Ammette che se fosse stato più giovane, o cresciuto in anni differenti, avrebbe potuto apprezzare di più i cinecomic, o perfino volerne girare uno, "ma sono cresciuto in altri anni, e ho sviluppato un idea di film - di cosa fossero e di cosa potevano essere - che è lontana dall'universo Marvel tanto quanto la Terra lo è da Alfa Centauri."

E da qui, Scorsese passa a spiegare cosa lui intenda per cinema. Una definizione che è francamente altamente condivisibile: "Per me, e per i cineasti che amo e rispetto, per gli amici che hanno iniziato a fare film nello stesso periodo in cui l'ho fatto io," scrive, " il cinema aveva a che fare con la rivelazione: con una rivelazione estetica, emotiva e spirituale. Aveva a che fare con i personaggi: con la complessità delle persone e la loro natura contraddittoria e a volte paradossale, con il modo in cui si feriscono e amano l'un l'altro, e su come improvvisamente si possono trovare faccia a faccia con loro stesse. Aveva a che fare con il confrontarsi sullo schermo e nella vita che drammatizzavano e interpretavano con l'inaspettato, e con l'ampliamento dell'idea di ciò che era possibile in quella forma artistica."

Da qui in avanti, Scorsese rivendica - a pieno titolo - la natura artistica del cinema, citando alcuni titoli e registi (da Bergman a Siegel passando per Godard, Donen, Fuller e altri) che ne rappresentano le diverse espressioni e iniziando poi a parlare di Alfred Hitchcock e del suo cinema facendone un esempio che mette in qualche modo in parallelo con l'esperienza contemporanea dei cinecomic per la capacità di emozionare il pubblico e di creare con lui un legame alchemico e elettrizzante.
"In un certo senso, alcuni film di Hitchcock erano anche loro come dei parchi di diventimenti," dice Scorsese, aggiungendo però dopo che a caratterizzarli erano comunque "le dolorose emozioni al centro della storia."

"Molti degli elementi che definiscono il cinema per come lo intendo si ritrovano nei film Marvel," dice poi il regista. "Quello che non c'è è la rivelazione, il mistero o il genuino pericolo emotivo. Niente è a rischio. Quei film sono fatti per soddisfare una specifica lista di richieste, e sono costruiti come variazioni su un numero finito di elementi," aggiungendo poi che la natura delle moderne franchise, in buona sostanza, quella di prodotti costruiti a tavolino dal marketing per il consumo. "Un altro modo di mettere la questione è che sono," scrive sempre riferendosi ai cinecomic, "tutto quello che non sono i film di Paul Thomas Anderson o Claire Denis o Spike Lee o Ari Aster o Kathyryn Bigelow o Wes Anderson. Quando guardo un film di uno di questi registi, so che vedrà qualcosa di assolutamente nuovo, che verrò condotto di fronte all'inaspettato o forse perfino in alcune aree dell'esperienza che non sono definibili. E la mia idea di quello che è possibile fare raccontando storie con immagini in movimento e sonoro sarà allargata."

Così, Scorsese arriva poi al vero cuore della questione. "Qual è allora il mio problema? Perché non lascio i film di supereroi e altre franchise al loro destino?," chiede retoricamente. "La ragione è semplice," risponde. "In molti luoghi in questo paese e nel mondo, quei film sono oggi la scelta principale a disposizione se vuoi vedere qualcosa sul grande schermo."
Il regista spiega che, nell'era dello streaming, che è diventato il mezzo principale attraverso il quale vengono fruiti i film, e in cui i cinema indipendenti diventano sempre di meno, lo spazio per il cinema diverso da quello delle grandi franchise è sempre di meno, se non inesistente.
"E se mi dite che è solo una questione di domanda e di offerta, e di dare al pubblico quello che vuole, dovrò essere in disaccordo," prosegue. "È come la questione dell'uovo e della gallina. Se alle persone viene data solo una cerra cosa e gli viene venduta senza tregua solo quella cosa, è ovvio che vorranno sempre più solo quella cosa. Ma, potreste dire, non potrebbero le persone andare a casa e vedere quello che vogliono su Netflix, o iTunes, o Hulu? Certamente. Lì, ma non sul grande schermo, dove i registi vorrebbero che i loro film fossero visti."

Il punto cruciale delle trasformazioni subite dall'industria cinematografica negli ultimi vent'anni, per Scorsese è stata "la graduale ma costante eliminazione del rischio," laddove il fattore di rischio più elevato di tutti è l'artista indivisuale, il regista.
E Scorsese cita una stagione in cui "gli Studios hollywoodiani era vivi e in salute e la tensione tra gli artisti e le persone che gestivano il business era costante e intensa, ma era una tensione produttiva, che ci ha regalato alcuni dei più grandi film mai realizzati: per usare le parole di Bob Dylan, i migliori di quelli erano 'eroici e visionari'. Oggi quella tensione è sparita."
Secondo Scorsese, oggi la situazione è tale che esistono due fronti avversi: "l'intrattenimento audiovisivo si scala mondiale, e il cinema. Ogni tanto s'intrecciano ancora, ma sta diventando una cosa sempre più rara. A temo che la potenza finanziaria del primo venga usata per marginalizzare o addirittura ridurre l'esistenza dell'altro."
"Per chiunque sogni di fare film o sta appena cominciando, la situazione attuale brutale e inospitale nei confronti dell'arte. E il solo atto di scrivere queste parole," conclude Scorsese, "mi riempie di una terribile tristezza."

Per evitare di chiudere anche noi in questo modo, e di lasciarci con la tristezza, citiamo ancora proprio Martin Scorsese, e nello specifico un aneddoto raccontato dal regista a Paolo Mereghetti nel corso di una intervista pubblicata dal Corriere della Sera:

Mentre stavo facendo dei sopralluoghi nel Midwest, in Oklahoma, stavo guidando da ore, intorno a me c'erano solo distese di campi e una mucca ogni tanto. Poi, in mezzo a quel nulla mi è apparso un ranch, circondato da erba a perdita d' occhio. Io ero stanco morto, faceva un gran caldo, era agosto: ho deciso di fermarmi. Mi hanno accolto una madre col figlio, gentilissimi. Ricordo che avevano anche un cane. Ci siamo stretti la mano e il ragazzo, molto gentile, mi ha chiesto di fare una foto. Poi mi guarda e mi chiede se può farmi una domanda. Io immagino già che sia la solita: "Quale dei suoi film preferisce?". E invece lui mi chiede: "Ha contribuito lei a distribuire 'La clessidra' di Wojciech Has?". Sono rimasto senza parole. Un ragazzo che viveva in mezzo al nulla aveva visto quel film che io avevo fatto restaurare e distribuire e lo aveva trovato meraviglioso. "Mio fratello e io poi abbiamo recuperato tutti gli altri film di Has e anche altri titoli polacchi" ha aggiunto. Una persona in mezzo al nulla... Ecco, forse una cosa buona l' ho fatta."


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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