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Limbo: la recensione del thriller di Soi Cheang presentato alla Berlinale 2021

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Presentato nella sezione Berlinale Special un thriller d'azione hongkonghese tanto elegante nella forma quanto brutto, sporco e cattivo in quello che mostra e che racconta. Durissimo da sostenere, rende al tempo stesso impossibile distogliere lo sguardo e sposta in avanti i confini del noir contemporaneo. La recensione di Federico Gironi.

Limbo: la recensione del thriller di Soi Cheang presentato alla Berlinale 2021

Soi Cheang l’ho incontrato e conosciuto - in senso cinematografico - al Far East Film Festival di Udine. Nel 2005 la prima volta, con Love Battlefield, esplosivo mix di azione e romanticismo. Poi nel 2007, con il feroce thriller Dog Bite Dog.
Le cose della vita ci hanno fatto perdere di vista per qualche tempo, e quindi sapere di poterlo incontrare nuovamente nel programma del Festival di Berlino 2021, sezione Berlinale Special, mi ha fatto molto piacere.
Quello avvenuto con Limbo, però, non è stato certo un appuntamento rilassante, o un pranzo di gala: perché Limbo è un thriller nerissimo. Un film durissimo da sostenere, ma che rende al tempo stesso impossibile distogliere lo sguardo, tanto elegante nella forma quanto brutto, sporco e cattivo in quello che mostra e che racconta.

C’è una città, non importa quale. Forse Hong Kong, ma una Hong Kong deformata e distopica, simile alla Los Angeles di Blade Runner, fotografata in un bianco e nero contrastatissimo ma che di patinato non ha proprio niente.
Soi Cheang la città di Limbo la mostra a livello suolo, sottosuolo, a dispetto di uno skyline modernissimo che si fa solo intuire. Il suo sguardo è sempre piantato in quelle che sembrano, metaforicamente, le fondamenta marce e putrescenti delle metropoli contemporanee: vicoli lerci, discariche a cielo aperto e non, appartamenti angusti, sudici e diroccati, luoghi popolati da senza tetto, spacciatori, ladri, prostitute, tossici e psicopatici.
In mezzo a tutta quella immondizia, i cui miasmi rivoltanti pare di poter sentire davvero, così come pare di poter sentire davvero il fastidio dei nugoli di mosche che li popolano, vengono ritrovate delle mani. Mani tagliate. Mani sinistre: in tutti i sensi. Poi, anche i corpi cui quegli arti appartenevano. Sempre sepolti dalla mondezza.
Ad indagare un poliziotto navigato e tormentato (il grande Gordon Lam Ka Tung), poi anche un novellino pulitino pulitino ma tosto (Mason Lee, il figlio di Ang). C’entra poi anche un ragazza appena uscita di galera (una magnifica e commovente Liu Cya) che ha molto a che fare coi tormenti del poliziotto di Lam, e che lui vuole punire in tutti i modi possibili e immaginabili, e che però finisce così per metterla nei guai. Proprio con quel tipo cui sta dando la caccia. Col maniaco delle mani recise.

La trama è un congegno precisissimo. L’azione è travolgente. I drammi umani sono strazianti. Soi Cheang gioca con la struttura temporale in modo sottile e originale, facendo del tempo un punto di vista, mostrando lo scavare - metaforico e letterale - nello sporco, nei rifiuti e nei liquami dei protagonisti, mostrando non il degrado ma la decomposizione di quella città, che poi sono tutte le città del mondo, sono la nostra società.
Eppure, più  in questo contesto l’uomo diventa rifiuto umano, più cede alla violenza, al rancore e alla vendetta (come nel caso del poliziotto di Lam), più diventa chiara l’esigenza, l’urgenza del perdono, della compassione. L'urgenza che può curare anche colei che, al contrario, si mortifica e umilia e si degrada pur di poter ottenere qualcosa in grado di alleviarle i dolori della coscienza.
In Limbo Soi Cheang raccoglie ancora una volta l’eredità di coloro che hanno fatto grande il cinema di Hong Kong, da John Woo a Johnnie To, riportando il thriller cantonese lì dove dovrebbe stare, a fare quel che dovrebbe fare: mescolando action e mélo, tingendo di nero il mondo senza lasciar quasi uno spiraglio di luce per sperare, un filo d’aria per respirare, spostando in avanti i confini dei noir contemporaneo e regalando un’esperienza cinematografica difficilmente dimenticabile.

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