Festival di Berlino 2014: al Forum emerge il fenomeno Josephine Decker

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Festival di Berlino 2014: al Forum emerge il fenomeno Josephine Decker

Non capita spesso che ad un festival si presentino due titoli dello stesso autore.
Una delle più recenti e significative eccezioni è stata fatta a Venezia qualche anno fa, dove però fu un peso massimo come Werner Herzog a presentare nel giro di pochi giorni Il cattivo tenente e My Son, My Son, What Have Ye Done.
Ed è quindi notevole che il Forum del Festival di Berlino di quest’anno, la sezione che si occupa dei film più sperimentali e di nicchia dell’intera manifestazione tedesca, è stata inaugurata dal double-bill firmato dalla giovane regista statunitense Josephine Decker.

Thou Wast Mild and Lovely e Butter in the Latch, i due film della regista, i suoi primi due lungometraggi che arrivano dopo numerosi corti, raccontano ovviamente storie diverse fra loro.
Il primo è incentrato sulla tensione sessuale tra un giovane che lavora come stagionale in una fattoria del Kentucky e la coetanea figlia del proprietario, complicandosi in un groviglio di giochi delle parti e assurde macchinazioni, con l’ingresso in scena della moglie e del figlio del bracciante e culminando in un crescendo di paranoia e violenza.
Il secondo vede protagoniste di due amiche che assieme frequentano corso di musica e cultura balcanica nei boschi della California e che entrano in stizzito contrasto per via di un ragazzo cui entrambe si interessano,  trasformando lentamente la vicenda in un’angosciosa speculazione (anche onirica) sulla magia e la schizofrenia.
Entrambi, però sono accomunati da uno stile registico nervoso e personale, fatto di camere a mano, dettagli ravvicinati, digressioni sulla natura, sfocature insistite e angolazioni sbilenche. E dalla capacità di generare ansia, inquietudine, il senso di minacce orribili e incombenti attraverso un montaggio via via più serrato e alcune immagini forti e di grande impatto visivo ed emotivo.

Volendo usare una facile formuletta pseudo-matematica, necessariamente semplificatrice, è come se la Decker avesse applicato all’impianto standard del cinema indie americano di derivazione mumblecore (la presenza di Joe Swamberg come protagonista di Thou Wast Mild and Lovely è in questo senso significativa) le lezioni di registi come Malick da un lato e Lynch dall’altro, con un’occhio alle nuove leve dell’horror a stelle e strisce passate in rassegna dai film collettivi V/H/S (dove c'entra ancora Swamberg) e V/H/S 2.
I limiti sono quelli di una recitazione non sempre sottile, e ancor di più di un certo narcisismo della Decker, che si compiace delle sue capacità sfiorando gli estetismi. Ma questi suoi due lungometraggi sono comunque la testimonianza di un talento notevole e di un cinema capace di toccare corde viscerali tanto quanto di astrarre e di andare verso versanti ancestrali e metafisici.

Non agli stessi livelli, sempre all’interno di Forum, è stato Kumiko, the Treasure Hunter, nuovo film firmato dai fratelli Zellner, che a Berlino, sempre nella stessa sezione, si videro già nel 2012 con Kid-Thing.
Nulla da ridire sulla trama, che prende ispirazione da una storia vera e ha uno spunto narrativamente notevole: protagonista è Rinko Kikuchi nei panni di una ragazza solitaria ed eccentrica do Tokyo che si convince che la famosa valigetta piena di dollari sepolta e mai più recuperata da Steve Buscemi in Fargo sia davvero ancora lì, in attesa di essere recuperata. E dopo aver visto e rivisto quella scena, parte per il Minnesota, ossessionata, per disseppellire il suo tesoro.
Rigoroso nella prima parte nipponica, meno convincente nel suo eccedere in coenismi ammiccanti nella seconda statunitense, Kumiko è soprattutto un film che sotto la passione cinefila e la voglia di raccontare il potere seducente del desiderio e del cinema (che forse sono la stessa cosa), non sa bene che pesci e che strada prendere, aggrappandosi alla forma precisa e senza sbavature ma infilandosi in un vicolo cieco dove si va a sbattere contro un finale che fa rima con banale.
 


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