Driven: la recensione del film di chiusura del Festival di Venezia 2018 che racconta la storia di John DeLorean

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Driven: la recensione del film di chiusura del Festival di Venezia 2018 che racconta la storia di John DeLorean

DeLorean. Un nome che oramai è inscindibilmente connesso con la saga di Ritorno al futuro, con Marty, Doc e gli 1,21 Gigowatt necessari ad azionare il flusso canalizzatore e far viaggiare nel tempo l’auto, una volta raggiunte le 88 miglia all’ora (poco più di 140 km/h).
Ma anche al di fuori dei film di Robert Zemeckis, quella di John Z. DeLorean e della sua sfortunata avventura industriale, e della visionaria e disastrata DMC - 12, è una storia affascinante e degna di essere raccontata.

Il vero protagonista di Driven, però, non è tanto DeLorean (interpretato da Lee Pace), quanto il personaggio di Jason Sudeikis, Jim Hoffman, l'uomo che lo coinvolse in un traffico di cocaina che lo fece finire sul banco degli imputati in un processo che lo vide poi assolto da tutte le accuse.
È attraverso lo sguardo ammirato prima e disincantato poi di Hoffman, un simpatico cialtrone, piccolo truffatore finito a dover fare l'informatore per l'FBI, che osserviamo l'uomo e il suo sogno, la sua megalomania, le sue ombre, il suo barare, e la storia industriale di quella vettura così sfortunata prima, e mitica poi.

Non è un capolavoro, Driven. Non è un film esente da difetti, magari anche sostanziali, proprio come l'auto e i personaggi che racconta. Non ha la perfezione della GTO, tanto per rimanere in termini automobilistici, e per citare l'altra celebre creazione di DeLorean presente nel film.
Come loro, però, riesce a essere a tratti accattivante, molto spesso simpatico, e a suo modo quasi affascinante nel suo essere scombinato e sconclusionato. Una commedia con risvolti da bromance che regala uno spaccato sincero su un mondo, un periodo, un personaggio.

Regia di servizio, fotografia, costumi e scenografie coloratissime che ben restituiscono l'atmosfera di quegli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, musiche azzeccate, una scrittura brillante e due caratteristi bravi come Judy Greer e Corey Stoll a fare da supporto ai protagonisti.
Un modo leggero, disimpegnato e gradevole di chiudere un festival di cinema.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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