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Black 47: recensione del film con Hugo Weaving presentato fuori concorso al Festival di Berlino 2018

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Un po' di western, un po' di Rambo, un po' di revenge movie sullo sfondo della Grande carestia irlandese.

Black 47: recensione del film con Hugo Weaving presentato fuori concorso al Festival di Berlino 2018

Nella travagliata storia d’Irlanda, la Grande carestia che colpì il paese tra il 1845 e il 1849, e che causò la morte di un milione d’irlandesi e l’emigrazione forzata di un altro milione, è considerata uno degli eventi più segnanti. Particolarmente duro fu l’inverno del 1847, che è noto appunto come "Black 47", una definizione che poi si è allargata fino a comprendere tutto quel drammatico periodo.
È allora, in quell’inverno così duro, che fa il suo ritorno a casa, nei pressi di Connemara, un Ranger di nome Michael Feeney - uno che ha lo sguardo fisso e un po’ stolido di James Frecheville - che, dopo aver combattuto per l’esercito inglese in Afghanistan e in India, è tornato dalla sua famiglia per farla emigrare in America. Solo che la sua famiglia non c’è più: la madre è morta di fame, il fratello è stato impiccato dagli inglesi, e pure la donna che ama - che inizialmente trova in vita - finisce morta congelata tipo Jack Nicholson alla fine di Shining dopo essere stata sfrattata dalla catapecchia in cui viveva con i figli.
E allora, tutto quello che a Feeney rimane è la vendetta. Una tremenda vendetta fatta di sangue e uccisioni.

Comincia con i toni del melodramma storico, Black 47, ma presto si capisce che Lance Daly, il regista, voleva qualcosa di più: voleva innestare nel suo film le dinamiche del western, e perfino quelle di un film come Rambo.
Feeney infatti è raccontato proprio come il celebre personaggio di Stallone: ex membro di un corpo d’elite, decorato, letale, implacabile. Uno che torna dal fronte con intenti pacifici, e poi qualche poliziotto arrogante gli fa saltare la mosca al naso e lui allora mette mano alle armi e si dà alla macchia, e sulle sue tracce allora si mette l’esercito inglese che però ha bisogno di farsi aiutare da uno che lo conosce bene: non il colonnello di Richard Crenna, ma un ex commilitone interpretato da Hugo Weaving.
Inutile dire che la caccia all’uomo occuperò circa l’intera durata del film, e che quello che il personaggio di Weaving e i soldati inglesi vedranno nel corso della loro ricerca, cioè le condizioni disastrose in cui versano gli irlandesi, vessati o ignorati nel migliore dei casi dai dominatori britannici, metterà a dura prova la loro fedeltà alla Corona e alla missione.

A compensare la fissità espressiva di Frecheville e la prevedibilità pressoché totale della struttura narrativa di Black 47, ci provano gli scenari naturali - dei quali pure Daly abusa - e gli sforzi di un attore solido come Weaving, ma il compito è arduo, e reso ancor più impervio dal taglio rozzo e manicheo con cui i personaggi vengono raccontati, e dal patetismo ostenato con cui il regista passa in rassegna, con odiosi carrelli, contadini denutriti, impazziti, o laidi collaborazionisti.
A un certo punto, poi, allo sparuto gruppetto che sta sulle tracce di Feeney si aggiunge anche un personaggio che poteva riservare delle sorprese: quello di un furbo beone irlandese interpretato da Stephen Rea, che si aggrega in qualità di traduttore dal gaelico prima e di testimone fedele degli eventi poi, e che si rivelerà più impegnato di quello che si pensi inizialmente. Un bel personaggio che Rea caratterizza un po’ alla Tom Waits, ma che finisce anche lui per essere un po’ mortificato e sprecato, dentro un film che bene cosa vuole dire e quali siano i suoi principali riferimenti, ma che non sa mai bene come farlo ed evitare di essere scontato e retorico. Anche nei riferimenti alla storia recente che passano per l’Afghanistan e la pratica della decapitazione lì imparata da Feeney.

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