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3 Days in Quiberon: recensione del film su Romy Schneider presentato in concorso al Festival di Berlino 2018

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I giorni dell'ultima intervista dell'attrice, un anno prima della sua morte prematura.

3 Days in Quiberon: recensione del film su Romy Schneider presentato in concorso al Festival di Berlino 2018

Ricordo che la vera, definitiva epifania relativa alla bellezza totale e devastante di Romy Schneider l’ho provata di fronte a un bellissimo documentario che si chiama L'enfer d'Henri-Georges Clouzot, che appunto ricostruisce la storia di quel film mai finito che il grande regista francese voleva girare con l’austriaca.
A quel tempo, al tempo di L’enfer, la Schneider aveva ventisei anni. Al tempo invece degli eventi raccontati in 3 Days in Quiberon di anni ne aveva invece 42, era già incappata nei problemi di depressione e alcolismo che la uccideranno appena un anno dopo, ma non una per questo meno bella. Anzi, lo era forse anche di più, come testimoniano le foto scattate da Robert Lebeck, che col giornalista di Stern Michael Jürgs l’era andata a trovare nella spa della Bretagna dove stava cercando di disintossicare il suo organismo.
Lebeck e Jürgs, per quella che sarebbe stata l’ultima, celebre intervista di Romy, rimasero lì con lei tre giorni, e con loro c’era anche un'amica d’infanzia dell’attrice, che in quella situazione delicata cercava di proteggerla dalla sua stessa sincerità e dalla sua fragilità.

Non c’è molto altro che questo, nel film diretto da Emily Atef, e forse non è poco.
C’è il racconto di una donna fragile e piena di problemi che proprio in quei giorni, e tramite quell’intervista, trova la forza per un colpo di reni che purtroppo non le sarà poi sufficiente a riprendere del tutto in mano le redini della sua vita.
Ci sono tutta la bellezza e lo charme seducente di un’attrice capace di conquistare con uno sguardo, che la regista cerca di restituire con un bianco e nero (a dire il vero, un po’ troppo patinato) che vuole replicare quello delle foto di Lebeck, e con una protagonista, Marie Bäumer, che non è solo in effetti molto somigliante alla Schneider, ma è indubbiamente anche molto brava, e capace di rendere con la stessa intensità i punti forti, e quelli deboli, del suo personaggio.

Non c’è molto altro che questo, nel film diretto da Emily Atef.
Forse non è poco, e di certe cose si può godere (anche oltre l’apprezzamento estetico per la bellazza della Schneider/Bäumer); forse non è abbastanza, perché 3 Days in Quiberon non cerca mai di scartare dai binari di una messa in scena prevedibile e un po’ piatta, da un racconto elementare, da una rappresentazione e una descrizione dei personaggi che non evita alcuni cliché, sia per quanto riguarda la protagonista, che per quello che invece concerne i suoi tre compagni d’avventura, con l’amica d’infanzia sempre sottilmente sospesa tra lealtà e gelosia, col gionalista manipolatore che alla fine dimostrerà la sua umanità, e col fotografo infatuato, caciarone e protettivo.

Poco o tanto che sia, 3 Days in Quiberon è un ritratto sintetico e intenso della Schneider, che regala alla fine la voglia di andarsi a rivedere un po’ delle foto di Lebeck (le trovate sul suo sito ufficiale o googlando il suo nome assieme a quello dell’attrice), e i film di questa donna così bella, sensibile e sfortunata. Magari ricominciando proprio da quel documentario su L’enfer, tanto per chiudere un cerchio, e andare avanti, come aveva cercato di fare Romy Schneider con quell’intervista che sarebbe stata la sua ultima prima di una morte ingiusta e prematura.



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