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Maurizio De Giovanni: "Nella mia mente Ricciardi continua a parlare"

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Al Noir in Festival abbiamo incontrato Maurizio De Giovanni, l'inventore del Commissario Ricciardi e de I Bastardi di Pizzofalcone, di cui è da poco uscito il nuovo romanzo, Angeli. Lo scrittore ci ha parlato delle due serie di libri e ha svelato che sta pensando di scrivere ancora di Ricciardi.

Maurizio De Giovanni: "Nella mia mente Ricciardi continua a parlare"

Maurizio De Giovanni è un amico del Noir in Festival, e in pieno secondo lockdown, durante un incontro letterario virtuale nel corso della trentesima edizione, ci aveva promesso che sarebbe tornato alla prima nuova occasione in presenza. E così è stato, e noi non potevamo perdere certo l'opportunità di parlare di nuovo con l'inventore del Commissario Luigi Alfredo Ricciardi. Lo abbiamo intervistato in una Milano invasa dalle decorazioni delle feste, molto diversa dalla Napoli natalizia così mirabilmente descritta nel romanzo "Per mano mia". Ci siamo confrontati con lui sul personaggio portato sullo schermo da Lino Guanciale e la buona notizia è che la saga letteraria dell’uomo dagli occhi verdi che vede i morti potrebbe continuare. Ci siamo fatti inoltre raccontare qualcosa di "Angeli per i Bastardi di Pizzofalcone", nuovo capitolo dell’altro ciclo letterario dell'autore, approdato anch'esso sul piccolo schermo. Anche il libro precedente della serie, "Nozze per i Bastardi di Pizzofalcone", era stato presentato al Noir, ma se quel romanzo aveva preso origine dall'immagine, potentissima, di un abito nuziale che galleggiava in mare, questa volta alla base della nuova indagine del Commissario Lojacono c'è un vecchio ciclomotore di famiglia:

"Ti accorgi di avere un'idea quando è ormai germogliata, quando ha già una consistenza. Quindi, per trovare il seme dell'idea, o succede qualcosa di eclatante, come è accaduto per 'Nozze', o è più difficile. Per 'Angeli', però, riflettendoci un po’ su, credo che l'ispirazione sia arrivata dal tentativo, da parte di mia sorella, di aggiustare un vecchio scooter. Era molto affezionata a questo scooter. Noi tutti le consigliavamo di cambiarlo, ma lei non voleva, perché quel motorino era legato al ricordo del marito che non c'era più, era una cosa che aveva comprato con i primi soldi guadagnati e quindi ci teneva molto. Così andò dal meccanico, e lui le disse con chiarezza che non valeva la pena di aggiustarlo. Mia sorella soffrì molto per questa risposta. Io premevo per comprarle uno scooter nuovo, ma lei non volle. Più tardi, riflettendo, pensai che chi allunga la vita delle cose che amiamo in realtà la migliora. Queste persone, che danno un po’ di più di quello che sarebbe necessario per un qualsiasi lavoro - ad esempio l'infermiere che, a fine turno, in borghese, fa un altro giro per salutare i malati, o l'insegnante che, dopo la scuola, va a vedere perché il tale bambino sia assente da settimane, o gli stessi poliziotti - sono degli angeli. Ogni lavoro lo puoi fare con coscienza, oppure con il cuore.

In questo senso, però, la società contemporanea rema contro gli angeli, e lo dimostra il fatto che nel romanzo la vittima sia uno scrupoloso meccanico, Nando Iaccarino.

La logica del consumo e delle competenze vuole che quando una cosa non va più, la cambiamo. Tu conosci qualcuno che ripara per esempio i televisori o le lavatrici? Quando si rompono le centraline elettroniche, questo misterioso componente di ogni oggetto, devi buttare via l’oggetto. Le macchine non le aggiusta più nessuno. Vanno portate in concessionaria, dove le attaccano al computer e qualcuno fa la diagnostica. E’ una mentalità ormai diffusa contro la quale, però, le persone che fanno il proprio mestiere con un minimo di passione combattono, e secondo me è una cosa molto bella e molto importante, una cosa da angeli, appunto, e gli angeli rappresentano il non voler apparire, che è il contrario dell'egocentrismo. Egoismo, insomma, contro altruismo: quello degli artigiani, del terzo settore. Quindi dedicare il mio libro agli angeli mi sembrava un tributo a questi personaggi che danno di più con gioia e senza grancassa.

Allora anche tu sei un angelo, perché ti prendi molta cura del lettore, ad esempio ripresentando ogni volta brevemente i personaggi di una serie a chi forse li ha dimenticati.

Le storie servono a essere raccontate. Le storie sono sempre di due persone: quello che le racconta e quello che le ascolta. La fruizione di una storia è un lavoro. Tu leggendo lavori. Non lo fai, invece, quando sei davanti a uno schermo. Lo schermo è come un fast food: ti fa ingurgitare qualcosa che ha inventato qualcun altro, che resta identico sia che tu lo veda sia che tu non lo veda. Se tu non leggi il mio libro, il mio libro non è mai esistito, perché tu contribuisci a costruirlo. Io ti devo aiutare, perché se non ti aiuto, rimane solo il mio 50%, ed è inutile.

Mi sembra ci sia molta dolcezza in "Angeli", e non è solo la dolcezza di Ottavia. Io ho visto anche la dolcezza di Maurizio De Giovanni...

Ti ringrazio, ma io credo che sia soltanto compassione, nel senso etimologico del termine, quindi coinvolgimento. Io non sono un grande scrittore, non ho talento, lo dico con franchezza, ne sono convinto. Lo ammetto spassionatamente. Io non ho un talento di scrittura, per cui la mia scrittura ha un valore autonomo. Ci sono molti autori - Erri De Luca, Sandro Veronesi, Emanuele Trevi, Michela Murgia, Teresa Ciabatti - la cui scrittura ha un valore autonomo. Io racconto storie, quindi, se mi emoziona raccontare storie, potrai emozionarti anche tu che leggi. Se io non mi emoziono, il mio lavoro non vale niente. E’ la differenza tra artigiano e artista. Io mi ritengo un artigiano, e un artigiano ha una sua dignità, non lo butterei via. L'artigiano della pagina ti fa comunque stare per un paio d'ore in un altro posto, e tu ti puoi divertire, puoi stare bene. Io vedo una cosa e cerco di trasmetterla come la vedo io. Se non la trasmetto per come la vedo io, tu avrai una lettura parziale.

In che senso?

Nel senso che seguirai ciò che succede, in altre parole l’intreccio, ma un libro è fatto non di una ma di tre componenti: la trama, l'ambientazione e i personaggi. Questi tre elementi sono autonomi in un romanzo, e l'ideale sarebbe fare 33, 33, e 33, e metterci un 1% di scrittura, ma se io non trovo l'equilibrio fra queste tre parti, il mio sforzo sarà stato vano. In alcuni libri tu hai una bella trama, personaggi inconsistenti e un'ambientazione piatta, o all'inverso una bellissima ambientazione, ma una trama che non funziona e personaggi che non servono, oppure personaggi enormi che fanno cose straordinarie ma all'interno di una storia che nessuno ha voglia di leggere. Quindi stare attenti a un equilibrio fra queste tre componenti è secondo me alla base di un romanzo. Infine, io in un romanzo ti devo far abitare: hai bisogno delle scale, della colonna fecale, delle finestre, dei bagni. Non posso lasciarti senza i bagni, anche se i bagni sono scomodi e brutti da vedere. Se io ti porto in una casa e ti lascio senza i bagni, tu puoi andarci in visita, non abitarci.

Nei libri della serie dei Bastardi di Pizzofalcone ci sono molti personaggi, più che nel ciclo di Ricciardi. Quanto ti diverte passare da uno all'altro, cambiare punto di vista? E’ un po’ come con il montaggio cinematografico…

Nulla mi diverte come scrivere dei Bastardi, perché i Bastardi sono il Bengodi per un autore, perché ti consentono di cambiare tono da un capitolo all'altro senza di fatto perderti. Al contrario, quando racconti Ricciardi, non ti puoi spostare molto dal personaggio. Anche se narri di Bambinella, di Maione, non puoi allontanarti da Ricciardi. Il mood e l'atmosfera sono quelli di Ricciardi. Con i Bastardi, se io scrivo il capitolo di Aragona, o il capitolo di Romano, uso una grandissima differenza di tono, che però è coerente. I Bastardi, se ci pensi, sono il racconto di un luogo, non di un gruppo di persone. Io potrei cambiarli tutti e otto. Se il commissariato li trasferisse tutti ed entrassero altre otto persone, non cambierebbe il valore del romanzo.

Ogni Bastardo è diverso dagli altri, ma c’è un tratto che li accomuna e che ti piace particolarmente?

Mi piace che siano feriti, amo le loro lesioni. Il loro fattore comune, che poi appartiene a tutti noi, è la consapevolezza dell'errore. Il nostro giudice più terribile siamo noi stessi. I Bastardi conoscono le loro imperfezioni, e se le portano dietro, non le nascondono, perché hanno trovato un contesto in cui mostrarle liberamente.

Dei Bastardi sono nati prima i romanzi e poi la serie tv, però poi hai continuato con i libri. Quando pensi ai personaggi e inventi una nuova storia, li immagini con le facce con cui li hai creati nella tua mente o con i volti degli attori che li interpretano per il piccolo schermo?

Dei Bastardi è finita adesso la terza serie e sto scrivendo la quarta, che avrà un linguaggio molto nuovo, però i personaggi sono quelli. Qualcuno ha scalzato il personaggio come me l'ero figurato io. Per esempio Pisanelli. Io l'avevo immaginato un po’ come Giorgio Napolitano, infatti gli altri lo chiamano Il Presidente: alto, calvo, un po’ curvo. L'avevo pensato così. Gianfelice Imparato, però, è talmente gigantesco e incredibile, che fatalmente adesso Pisanelli è diventato nella mia testa Gianfelice. Uno che invece è rimasto come me lo immaginavo è Aragona. Antonio Folletto è di una bravura eccezionale, è magico, però è bello. Il mio Aragona è brutto e si crede bello, e un personaggio brutto che si crede bello è simpatico. Il personaggio bello che si crede bello viceversa è antipatico, quindi nella sceneggiatura ho dovuto cambiare segno. L’ho dovuto fare stupido. Il mio Aragona non è stupido: è superficiale. Nella serie l’ho reso meno intelligente per dargli una certa gradevolezza, perché un uomo bellino che è stupido può diventare simpatico.

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INIZIO SPOILER:

Passando ai romanzi del Commissario Ricciardi, devo ammettere che mi è dispiaciuto tanto quando Enrica muore di parto. Perché l'hai "sacrificata"?

Ho sofferto molto per la morte di Enrica, perché ero pazzo di lei. Io ero innamorato di Enrica, ed ero pazzo di Tata Rosa, ma le storie hanno una loro soluzione. Contrariamente a quello che crede la gente, l'autore è un demiurgo, nel senso che non è uno scacchista, che analizza e muove le pedine sulla scacchiera come vuole. Non è così. Lo scrittore è un matematico. E’ creativo nel primo passaggio, ma da quel momento in poi deve "risolvere la questione" secondo le regole dello svolgimento del romanzo. Quindi, il romanzo di Ricciardi io avevo già pensato di chiuderlo nel 34. Il '34 è un anno spartiacque per l'Italia. Nel '34 c’è l'autarchia, ci sono le sanzioni internazionali, si gettano le basi di ciò che accade nel ’38, con le leggi razziali. Quindi già pensavo di fermarmi allora. Poi però mi sono reso conto che ho altre storie da raccontare. Nella mia mente Ricciardi continua a parlare, però devo trovare il coraggio di scriverne. Riccardi nei libri scrive lettere a Enrica. Nella mia immaginazione continua a farlo. Le racconta della bambina, le parla di ciò che gli succede. Io le sento queste lettere, e sento anche le risposte di Enrica, che lui però non sente. Perché Enrica le vede queste lettere, e risponde anche. E allora io dovrei scriverle queste lettere.

Stai pensando a un romanzo epistolare?

No. Nel romanzo epistolare succedono delle cose, io invece parlo di lettere e basta, pagine scritte in cui Ricciardi narra a Enrica di sé, e racconta anche cose della sua infanzia e della sua adolescenza che io non sapevo. Quindi questo sarebbe il prossimo romanzo di Ricciardi.

FINE SPOILER

Poi ci sono le serie di Mina Settembre e di Sara. E’ difficile per te calarti in un personaggio femminile, scrivere da donna?

Non è difficile scrivere da donna, perché voi siete più "ampie": è come uscire da un luogo stretto per entrare in un posto più largo, è facile. Complicato invece è identificarsi in un pedofilo, in un violentatore seriale, in un assassino. E’ davvero complicato, perché devi dare ragione a questi personaggi. Non puoi raccontare un pedofilo come un matto perché altrimenti non è credibile. E’ un processo penoso, devastante. Con Sara e Mina, invece, mi diverto.

I lettori ti danno consigli sulle storie?

Mi capita di incontrare persone per la strada che mi mi fanno dei cazziatoni terribili perché ho abbandonato Ricciardi. Alcune signore mi hanno detto: "Levate immediatamente quel ricciolo a Lino Guanciale", e io: "Signora, ma non dipende da me", "lei deve levare quel ricciolo", "Signora, ma non è colpa mia". Comunque, a proposito di Sara, in questo giorni abbiamo appuntamento con Carlo Degli Esposti a Napoli per una serie che farà Netflix. Però devo ancora decidere se prendere per Sara un'attrice che sia plausibile nell'arco di 30 anni o due attrici che però si somigliano.

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