The Guilty - Il colpevole Recensione

Titolo originale: The Guilty

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Il colpevole - The Guilty: la recensione dell'intenso thriller danese

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Il colpevole - The Guilty: la recensione dell'intenso thriller danese

Asger è un agente della polizia danese, di turno a un centralino per le emergenze. Non sappiamo che cosa abbia fatto per essere tolto dal servizio in strada, anche se i colleghi gli fanno gli auguri per un processo che si terrà il giorno dopo. È irrequieto e nervoso, ma risponde con competenza, calma e sicurezza a tutte le richieste che arrivano, anche alle più strane, fino a che non telefona disperata una donna, in auto con un uomo, che gli fa capire di essere stata rapita. Nel tentativo di rintracciarla e aiutarla, Asger decide di prendere in mano la situazione, non lasciare il posto dopo la fine del turno e restare al telefono fino all'epilogo di una vicenda che lo coinvolge profondamente.

Parte così la storia del film danese Il colpevole – The Guilty, che arriva sui nostri schermi dopo aver racimolato premi e consensi nei festival di tutto il mondo, dal Sundance a Torino e a Rotterdam. Quello che colpisce subito, è che, nonostante l'ambientazione, non si tratta di un kammerspiel. Sarebbe sicuramente possibile trarne una pièce teatrale, ma è proprio il cinema il luogo in cui questo thriller vive e respira. Il protagonista, a parte qualche interazione casuale coi colleghi, sta quasi tutto il tempo chiuso in una stanza attaccato al telefono (il centralino o il cellulare) o ad aspettare nervosamente che suoni e gli permetta di riagganciare le persone che stanno vivendo un dramma. Attraverso di lui, i rumori che sente e e le voci che gli parlano, immaginiamo e vediamo volti, luoghi, case e strade, coinvolti con lui nella sua corsa contro il tempo mentre scopriamo man mano nuovi e terribili dettagli.

Certo qualche indizio c'è e i più attenti capiranno a un certo punto una delle svolte narrative del film, ma non c'è mai un solo momento, nei suoi 85, essenziali minuti di durata, in cui l'attenzione si spegne, il filo si perde e ci ritroviamo a guardare l'orologio. Merito di una sceneggiatura calibratissima, di una regia capace di costruire e mostrare l'azione all'interno della stanza e dell'animo del protagonista e di un interprete, Jakob Cedergren, bravissimo nel comunicare con lo sguardo e con il corpo le mille sfumature di rabbia, frustrazione, dolore, impotenza che prova e di rendere vero un personaggio che in parte ci sfugge e che solo alla fine, con una “confessione” pubblica, riesce a riscattarsi dai suoi errori.

The Guilty può ricordare altri film di impianto simile, ma è completamente originale nel suo percorso, molto europeo ed estremamente nordico per il modo che ha di affrontare temi come il senso di colpa e l'espiazione. Il protagonista è un uomo che sa di aver sbagliato (e capiremo strada facendo fino a che punto) e ha paura di non riuscire a recuperare il rispetto di se stesso. Arriva a farlo per tentativi, attaccato alla linea telefonica come a una ciambella di salvataggio, stretto alla voce di una madre, di una bambina e di un uomo disperato, per ricostruire un puzzle che abbia un senso, nell'orrore di quanto è accaduto. Per salvare se stesso, Asger dovrà salvare quella donna. Lo sa e si accanisce a provarci.

Girato in pochissimi giorni dopo una lunga preparazione, e in sequenza, ovvero in ordine cronologico, The Guilty permette al suo protagonista, e a noi con lui,di immedesimarsi in quello che sta accadendo, grazie anche all'interazione con attori invisibili ma di grandi intensità (al punto che la giovane attrice che interpreta Iben, Jessica Dinnage, ha ricevuto il premio Bodil, il riconoscimento nazionale del cinema danese), con una nota speciale per la bambina, capace di trasmettere un'angoscia quasi insopportabile. The Guilty è anche un film sulla parola, su quello che si dice e che si dovrebbe dire, su quanto poco basti per salvare o condannare una vita, sulla nostra fallace convinzione di saper leggere la realtà in base a pochi elementi.

In mani meno capaci, avrebbe potuto diventare un esercizio di stile fine a se stesso, ma gli autori ci hanno messo anima e passione e un amore per il genere che trasuda dai riferimenti al cinema degli anni Settanta. Il regista Gustav Moller, trentenne alla sua opera prima, dimostra una maturità e una capacità sorprendenti nell'orchestrare con sicurezza la struttura di una storia difficile da gestire. Fatevi un regalo, e prima che arrivi l'annunciato remake americano (Jake Gyllenhaal ne ha acquistato i diritti) andate al cinema, entrate in quella stanza a rispondete a quella chiamata: non ve ne pentirete.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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