I CLOWNS

I CLOWNS

Voto del pubblico
Valutazione
5 di 5 su 1 voti
Genere: Fantasy
Anno: 1970
Paese: Francia, Italia
Durata: 93 min
Distribuzione: ITALNOLEGGIO
I CLOWNS è un film di genere fantasy del 1970, diretto da Federico Fellini, con Lina Alberti e Alex Bario. Durata 93 minuti. Distribuito da ITALNOLEGGIO.

TRAMA I CLOWNS:

Il ricordo infantile della sua prima "scoperta" del circo e quello di grotteschi personaggi della sua Rimini - una monaca nana, che si alternava fra il manicomio e il convento; uno schizofrenico, impegnato a simulare la guerra; i rissosi vetturini che sostavano davanti alla stazione; il tronfio e impettito capostazione, beffeggiato dagli studenti, tutte figure clownesche - spingono Fellini a intraprendere un viaggio alla ricerca dei vecchi clown o della memoria che resta di loro. Dopo una visita al circo di Liana Orfei, e una rapida occhiata ai suoi pagliacci, il regista e la sua troupe si spingono a Parigi, capitale dell'arte clownesea, dove intervistano il suo massimo esperto, Remy, e rintracciano alcuni dei grandi clown superstiti, da Alex a Bario, da Pere Loriot a Ludo, da Mais all'ultimo dei Fratellini. A conclusione della sua ricerca, Fellini allestisce un allegorico funerale del clown sulla pista del circo.

CRITICA DI I CLOWNS:

Il mondo va smarrendo del tutto il senso della gioia. La morte del clown. Chi non è pronto a riconoscere, in essa, la morte del «poeta» (anzi, della «poesia») già vigorosamente descritta da Fellini nelle ultime sequenze del suo Satyricon? Occorre dunque registrare perlomeno il più profondo significato del clown come simbolo dell'uomo: del clown bianco (questo è certamente un leit-motiv non nuovo in Fellini) come emblema della pura letizia umana; del clown morto come funerale della gioia o forse dell'uomo stesso; delle trombe suonate da angelici clowns in vesti d'argento, come speranza di un recupero o infine magari di una risurrezione. Il filone simbolico conferisce al reportage felliniano una costante bipolarità di lettura: e si tratta di una alternativa a senso «religioso», anche se - tenuto conto di un Fellini che vuole sempre apparire meno cattolico di quanto invece sia - non vogliamo scoprire nel simbolo qualcosa di più che un semplice invito «temporale» alla gioia e alla bellezza pura; qualcosa che Fellini a nostro parere aveva già avanzato nel Satyricon. Resterebbe insomma pur sempre adombrato quell'«invito alla Grazia» che da molto tempo sembra ossessionare la cinematografia felliniana. (Marco Bongioanni, "Rivista del Cinematografo").I clowns, dentro i loro pantaloni larghissimi, la risata esplosiva e gli occhi pieni di dolore, sono creature della disapprovazione: la loro contestazione è pacifica e antica. Rapsodi fin troppo «rappresentati» da una lunga letteratura anche figurativa e cinematografica - Fellini ne è del tutto consapevole -, ora hanno cercato, e trovato, una castigatezza nuova. Esorcista un riluttante eppure inimitabile personaggio «nuovo» della TV, i pagliacci sono tornati ad essere emblemi casti e severi, che ci richiamano ai tendoni e alla fantasia dell'infanzia ma che ci possono mettere anche una motivata paura. (Sergio Surchi, 1970).Fellini si è indubbiamente posto il problema del mezzo televisivo in quanto tale e l'ha affrontato con la sua consueta intelligenza visiva: si veda, per esempio, lo spazio figurativo assai più contenuto, assai meno dilatato, al quale si è costretto, nonché l'uso maliziosamente rovesciato e caricaturale di una tecnica televisiva come quella dell'intervista, attraverso il quale l'inchiesta si trasforma in spettacolo e racconto. Seconda osservazione: alle prese con un tema tipicamente «felliniano» come quello dei clowns, Fellini non si è in alcun modo sottratto alla tentazione e al rischio di rifare se stesso. In questo senso |I clowns| è ancora una volta un'opera autobiografica in senso viscerale; ancora una volta Fellini non va alla ricerca degli altri o dell'altro, ma solo di se stesso; e ancora una volta non lo fa per capirsi, ma per esibirsi. Terza e ultima osservazione: il film mi è parso del tutto inserito - pur con i suoi indubbi meriti, fra cui soprattutto lo splendido quarto d'ora iniziale - nella fase involutiva dell'arte di Fellini iniziatasi dopo Otto e mezzo. Mi è parso ciò, in altre parole, assai più prestigioso che inventivo, e più «poeticistico» che poetico. Ma su aggettivi come questi, si sa (e sulle sfumature alle quali vogliamo alludere) si potrebbe discutere all'infinito. (Giovanni Raboni, "Cineforum").Anche per le sue circostanze produttive, una commissione per la RAI TV, si parla di |I clowns| come di un film minore. Per impegno, forse, ma non per i risultati. All'origine della sua riuscita c'è, a nostro avviso, la felicità - che è anche facilità - con cui s'intersecano e si compenetrano i vari piani del film: il circo come mito dell'infanzia, l'inchiesta sul circo, la reinvenzione del circo. Vogliamo chiamarli i momenti della memoria, della razionalità e della magia? Nonostante le apparenze, |I clowns| è un film tutto calcolato, meditato, costruito in cui Fellini dosa sapientemente malinconia e ironia, pathos e scetticismo, il taglio dell'inchiesta con l'abbandono alla memoria, la realtà con la finzione, la partecipazione sentime

CURIOSITÀ SU I CLOWNS:

DAVID DI DONATELLO 1971 PREMIO SPECIALE RAI TV LEONE.

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