Blues metropolitano

Blues metropolitano

Voto del pubblico
Valutazione
3.6 di 5 su 5 voti
Genere: Commedia
Anno: 1985
Paese: Italia
Durata: 111 min
Distribuzione: ARTISTI ASSOCIATI - PENTAVIDEO - MEDUSA VIDEO (PEPITE)
Blues metropolitano è un film di genere commedia del 1985, diretto da Salvatore Piscicelli, con Ida Di Benedetto e Barbara D'Urso. Durata 111 minuti. Distribuito da ARTISTI ASSOCIATI - PENTAVIDEO - MEDUSA VIDEO (PEPITE).
Genere: Commedia
Anno: 1985
Paese: Italia
Durata: 111 min
Formato: PANORAMICA
Distribuzione: ARTISTI ASSOCIATI - PENTAVIDEO - MEDUSA VIDEO (PEPITE)
Fotografia: Giuseppe Lanci
Produzione: NUMERO UNO CINEMATOGRAFICA

TRAMA BLUES METROPOLITANO:

Tony è un giovane senza arte né parte, dedito alla droga, la cui vita (finanziata da una zia che l'ha allevato, ora gravemente malata) ruota intorno al mondo della musica: sale d'incisione, concerti, ecc. La sua ragazza si chiama Susy, con aspirazioni canore destinate al fallimento, che Tony regolarmente tradisce con Elena, una matura professoressa universitaria il cui marito è invalido, sia con altre occasionali compagne, tra cui una, anch'ella aspirante cantante, che si dà da fare per l'organizzazione di un concerto. L'organizzatore del concerto, l'avvocato Giordano, ha intanto i suoi guai, sia sul lavoro, perché non riesce a trovare finanziamenti necessari, sia con Stella, la sua nuova ragazza, un tipo quanto meno misterioso, molto libera e facile ad "approfondire" le sue amicizie. Sempre per il concerto, torna in città un percussionista, che tempo addietro aveva avuto una figlia da una ragazza la quale, ora, vive con un altro uomo e che, innamorata di tutti e due, vorrebbe provare a vivere insieme ai suoi amori. Ma il progetto fallisce perché il percussionista è più che mai deciso, al termine del concerto, a ripartire nel suo peregrinare per il mondo.

CRITICA DI BLUES METROPOLITANO:

"Sembra d'intravedere addirittura un rifiuto della narrazione, un continuo richiamo a una puntigliosa vocazione sociologica confermata dall'uso di sorprendenti interpreti fra il dialettale e il naif. Insomma il regista, più o meno consapevole, ha sacrificato il senso dello spettacolo in uno dei generi più squillanti, estrosi e istrionici come il rock-movie, o film musicale contemporaneo, favorendo invece la descrizione puntigliosa degli usi e costumi di un universo giovanile fragile e perverso, da un lato completando idealmente la trilogia su Napoli dopo 'Immacolata' e Concetta' e 'Le occasioni di Rosa', dall'altro tornando ai suoi esordi registici: il cortometraggio 'La canzone di Zeza' sul folk-revival. Ne scaturisce, pur tra le incertezze linguistiche già menzionate, una Napoli diversa da quella illustrata dalle commedie, dalle sceneggiature, dai gialli politici. Qui c'è il centro odierno dove i rampolli persi della ricca borghesia e i disperati veri del lumpenproletariat s'incontrano per scambiarsi quei pochi segnali comunicativi conosciuti: sesso, droga e, naturalmente, rock and roll: un frenetico, nervoso infuocato blues metropolitano, l'unico a garantire la paternità di napoletano a un film in definitiva interessante, pur senza infamia e senza lode." (Guido Michelone, 'Attualità Cinematografiche')

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