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Abel Ferrara, Willem Dafoe e Tommaso: ma non parlate di autoanalisi

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Presentato al Festival di Cannes, fuori concorso, il nuovo film e intenso del regista newyorchese, fortemente legato alla sua nuova vita romana.

Abel Ferrara, Willem Dafoe e Tommaso: ma non parlate di autoanalisi

Da qualche anno, oramai, Abel Ferrara vive in Italia, a Roma. Più precisamente, all'Esquilino, quartiere centrale e multietnico della Capitale, cui il regista americano ha anche dedicato il documentario intitolato Piazza Vittorio.
Da quando è in Italia, Ferrara sembra essersi ritrovato. Ha superato molti suoi problemi, su tutti quelli legati alle dipendenze, e aver ritrovato la strada per il suo cinema migliore.
Tommaso, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2019 - e primo film della neonata società di produzione Simila(r), fondata da Simone Gattoni, Michael Weber e Laura Buffoni -, sembra esserne una piacevole conferma: un film nel quale molti dei temi che ossessionano da sempre il regista newyorchese - come il tradimento, o la religione - trovano qui una declinazione nuova, legata alla nuova vita di Ferrara. Alla sua nuova città, alla sua età, all'essere diventato padre.

La storia di Tommaso è infatti quella di un omonimo regista americano che vive nei pressi di Via Merulana (interpretato da Willem Dafoe, altro residente dell'Esquilino), alle prese con la preparazione di un film (che poi è il Siberia dello stesso Ferrara, che vedremo prossimamente) ma soprattutto con la vita familiare, con moglie e figlia, che sono interpretate invece dalla vera moglie e dalla vera figlia del regista.
Ovvio che allora, parlando della gelosia di Tommaso, della paura che qualcosa possa accadere alla sua bambina, delle sue lezioni d'italiano e delle sue riunioni degli Alcolisti Anonimi, e delle sue ossessioni mistiche, Ferrara stia parlando di sé.
Ma non vuole che per parlare di questo suo film si parli di autoanalisi: "Non voglio mica essere curato io," dice mentre si agita tarantolato su un divanetto, sul quale siedono anche Cristina Chriac, la sua compagna, e Dafoe. È l'attore che si prende il compito di espandere il concetto: "Non penso il cinema possa essere una forma di autoanalisi. Quello che facciamo è sempre un riflesso della nostra vita ma non è una terapia. Semplicemente nei film che giriamo - in tutti i film che giro come attore, anche quelli più hollywoodiani, metto dentro parte del mio vissuto e delle mie esperienze."

Per Dafoe lavorare nuovamente con Ferrara è "una prosecuzione del lavoro che abbiamo fatto in passato. Abbiamo molto in comune con Abel, e nei film che giriamo assieme c'è pochissimo di scritto, tutto nasce sulla base di un set up stabilito da lui su cui poi improvvisiamo." "Lavoriamo sempre meglio assieme, e andando avanti troviamo sempre nuovi modi per farlo," ribadisce il regista.
Cristina Chiriac, invece, è alla sua prima volta su un set, e definisce "meravigliosa l'esperienza di aver lavorato con loro: sono il meglio del meglio, non potevo sognare qualcosa di più. Nel film abbiamo fatto tutto assieme e tutto è venuto in modo armonico e naturale."
E Abel Ferrara è davvero così geloso come il Tommaso del film? "È geloso quando deve essere geloso. È una persona molto liberale, con una mente molto aperta, ma ci sono dei momenti in cui lo diventa, sì," dice Chiriac.
"Posso geloso e posso essere cool, dipende," borbotta Ferrara.

Ma cosa trovano Ferrara e Dafoe in una città come Roma, che non sta certo vivendo il suo momento di massimo splendore, in questi anni? "Amo vivere a Roma, mi piace," dice l'attore. "Certo, la vita può essere un po' troppo caotica, ma io, che sono cresciuto nel Midwest e poi me ne sono andato a New York, del caos e del modi in cui si interfaccia con noi vado in cerca. A Roma, come a New York, c'è molta vita di strada, molta funkiness, e gente come noi ne ha bisogno."
"Questi sono i miei nuovi territori, ho scelto di viverci, e sono quindi i luoghi che alimentano il mio cinema, come in passato è stata New York," aggiunge Ferrara.
Prima di spostarsi all'Esquilino, Cristina Chiriac viveva a Valle Aurelia: "Abel lo chiama 'il ghetto', ma è un quartiere dove ho vissuto benissimo, con gente splendita. Certo, sto bene anche dove sono ora, e poi c'è Abel: Dio me lo ha dato, non è certo un uomo qualunque, è un vulcano, corre tanti rischi, ma ci sono cose straordinarie in lui e nella vita con lui."

Cose straordinarie ci sono anche in Tommaso, un film che mescola racconto quotidiano e visionarietà allucinata, con un gran lavoro da parte del direttore della fotografia Peter Zeitlinger, uno che ha spesso lavorato con Werner Herzog. Un film che parla in maniera intensa e a tratti quasi commovente di questioni complesse, di ragionamenti di un uomo che vede sé stesso, la sua vita e il mondo in modo chiaro e al tempo stesso personalissimo.
Speriamo di vederlo presto al cinema.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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