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Ramy, il viaggio di un musulmano tra spiritualità e identità: Ecco perché è la serie da vedere adesso

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La comedy di Ramy Youssef racconta le sfide di un americano egiziano di seconda generazione: è provocatoria, leggera (ma intelligente) ed è perfetta per capire meglio l'America contemporanea.

Ramy, il viaggio di un musulmano tra spiritualità e identità: Ecco perché è la serie da vedere adesso

Ci sono le serie tv iper pubblicizzate, consigliate dal vicino di casa e persino dall'insospettabile pizzaiolo (che da sotto la mascherina, tra una pizza d'asporto e l'altra, vuole scambiare pareri su La regina degli scacchi). E poi c'è Ramy, una comedy poco conosciuta e ritenuta quasi "di nicchia" (anche chi scrive ammette di averla recuperata in ritardo) che si rivela una vera e propria perla. Uscita negli Stati Uniti sulla piattaforma Hulu e disponibile anche in Italia in streaming su Starzplay (fruibile su Rakuten TV, Apple TV e ora anche su Amazon Prime Video), questa serie rientra a pieno titolo nella categoria - forse inventata dalla sottoscritta - delle "comedy semi autobiografiche con personaggi più o meno disadattati", per la quale ammetto di avere un debole. Scritta, creata, prodotta e interpretata dal suo protagonista Ramy Youssef (artista nato come stand-up comedian che per questo ruolo ha vinto anche un Golden Globe come migliore attore in una serie comica), Ramy racconta in due stagioni di dieci episodi l'una i patemi d'animo di un giovane musulmano, figlio di egiziani emigrati negli Stati Uniti, che prova a conciliare fede e vizi, tradizioni e modernità. Il suo è un viaggio lungo, pieno di ostacoli e di errori e, ovviamente, è proprio questo il bello.

Ramy

La trama di Ramy, semplice ed efficace

Ramy parte dal semplice racconto dei drammi del suo protagonista - un giovane sulla trentina come tanti che da un lato vorrebbe sposarsi e formare una famiglia e dall'altro proprio non riesce a rinunciare agli incontri occasionali prima del matrimonio - per fare luce sui problemi di un'intera famiglia e poi su quelli di una comunità, quella degli islamici del New Jersey. Ramy è sempre combattuto, sempre tra due fuochi: vuole essere un "buon musulmano" ma vuole anche vivere come capita. Vuole osservare la preghiera del venerdì ma non vuole neppure mancare ai party del venerdì sera. È sostenuto da una famiglia amorevole e tradizionalista, almeno all'apparenza, ma che ha riversato su di lui un bagaglio culturale e aspettative non indifferenti. All'inizio della serie Ramy ha un obiettivo: trovare una moglie e sistemarsi. Lungo la strada, però, si perde, fa innumerevoli errori e pessime scelte autodistruttive. E mettendo a nudo i suoi punti deboli, mostra anche quelli di una minoranza di cui le serie recenti parlano veramente poco (sogno un crossover tra Ramy e SKAM Italia, altra serie che ha trattato in modo esemplare l'argomento). Il protagonista, nonostante tutto, ha un codice morale che - per quanto strampalato e fatto di regole opinabili - ci fa sentire in sintonia con il personaggio, uno di quegli antieroi che è impossibile non amare.

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La serie perfetta per capire questa America

Ramy spicca nel panorama delle serie tv degli ultimi anni perché riesce a raccontare in modo autentico e ribaltando gli stereotipi cosa significa essere musulmani negli Stati Uniti di oggi: l'America del Muslim ban, del razzismo strutturale e della violenza. La stessa America, probabilmente, contro cui sono insorti gli americani stessi che hanno votato contro Donald Trump alle ultime elezioni. Anche per questo Ramy sembra la serie perfetta da vedere nell'era post Trump, per capire meglio l'insofferenza, la paura e le circostanze che hanno portato al risultato elettorale che abbiamo visto.

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Ramy: Una comedy, prima di tutto

Ma dimenticate gli spiegoni di quelle serie drammatiche che hanno voluto raccontare le minoranze. Ramy è divertente e autoironica: i dialoghi sono ben scritti e strappano sempre il sorriso, l'autore riesce a parlare con leggerezza anche di temi scottanti come la condizione femminile nel mondo musulmano, i personaggi secondari non sono solo di contorno e spesso sono assai pittoreschi. È il caso dello zio Naseem (Laith Nakli), un antisemita e misogino che sostiene un'elaborata teoria del complotto sulla morte della principessa Diana ma che nasconde anche segreti inconfessabili. Da segnalare, nella seconda stagione, l'interpretazione di Mahershala Ali nel ruolo del nuovo mentore di Ramy. Molto ben costruiti, poi, gli episodi monotematici che si soffermano su un singolo personaggio per mostrarci che, in fondo, il protagonista non è l'unico incasinato della famiglia. E non è neppure troppo diverso da quegli spettatori che, a prescindere da religione e nazionalità, sono ancora alla ricerca di un'identità, una strada e un futuro. Che forse Ramy troverà (o no) nella prossima stagione, visto che la serie - molto apprezzata dalla critica statunitense - si è meritata il rinnovo per un terzo ciclo di episodi.

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