Il bambino di Mâcon

Il bambino di Mâcon

( The Baby of Mâcon )
Voto del pubblico
Valutazione
5 di 5 su 2 voti
Anno: 1992
Paese: Gran Bretagna, Olanda
Durata: 112 min
Distribuzione: ISTITUTO LUCE ITALNOLEGGIO CINEMATOGRAFICO (1993) - VIDEO CLUB LUCE
Il bambino di Mâcon è un film del 1992, diretto da Peter Greenaway, con Julia Ormond e Ralph Fiennes. Durata 112 minuti. Distribuito da ISTITUTO LUCE ITALNOLEGGIO CINEMATOGRAFICO (1993) - VIDEO CLUB LUCE.
Anno: 1992
Paese: Gran Bretagna, Olanda
Durata: 112 min
Formato: SCOPE
Distribuzione: ISTITUTO LUCE ITALNOLEGGIO CINEMATOGRAFICO (1993) - VIDEO CLUB LUCE
Sceneggiatura: Peter Greenaway
Fotografia: Sacha Vierny
Montaggio: Chris Wyatt
Produzione: ALLARTS - UCG IN ASSOCIAZIONE CON CINE ELETTRA, CHANNEL FOUR, FILMSTIFUNG, NORDRHEIN WESTFALEN, LA SEPT CINEMA.

TRAMA IL BAMBINO DI MÂCON:

In una comunità che sta soffrendo la piaga della sterilità, che si crede sia una punizione per aver trascurato Dio e per aver permesso che la Cattedrale di Macon cadesse in rovina, una donna grottescamente gravida, che ha superato l'età per concepire un figlio, è assistita da tre levatrici, le quali si aspettano di farle partorire un mostro. La storia è raccontata come un'opera in tre atti in un teatro di provincia nel 1650 davanti ad un pubblico vivace, dove l'ospite più importante è Cosimo, un diciassettenne ingenuo che si siede insieme al suo gruppo di preti e suore sul proscenio. Nonostante tutte le aspettative, sia del cast che del pubblico, sul palcoscenico nasce un bambino sano e bello, e da un'esame della placenta si presagisce che sarà un bambino miracoloso. Quando alcune mogli sterili e ricche offrono a una delle figlie della puerpera del denaro, per poter toccare il Bambino affinchè le renda fertili, la diciottenne ambiziosa approfitta immediatamente della situazione e si arricchisce. Mentre continua a proclamare la sua verginità, che ha fatto pubblicamente verificare, dichiara che il Bambino è suo, e fa imprigionare sua madre e corrompe il padre con i profitti guadagnati tramite la vendita delle benedizioni del Bambino. La Chiesa prospera, vendendo all'asta i liquidi del corpo del Bambino - la sua saliva, le sue urine, il muco e il sangue . Per vendicarsi, la sorella soffoca il Bambino nel suo letto sui gradini dell'altare e viene condannata a morte, ma una legge del posto stabilisce che una vergine non può essere giustiziata. Sarà Cosimo, il religioso appassionato, a proporre una soluzione, suggerendo che la sorella venga incarcerata nel posto di guardia, in modo che la milizia, benedetta dal Vescovo, possa organizzare la deflorazione secondo i falsi esempi religiosi del martirio sado masochista. Difronte al pubblico che segue, il quale non sospetta che la realtà sta sostituendo il dramma teatrale, l'attrice che interpreta il ruolo della sorella è costretta a subire l'umiliazione del personaggio interpretato. Ella muore dopo la sua orribile esperienza, e la sua famiglia, a causa di una legge e per disgusto verso se stessa, muore con lei.

CRITICA DI IL BAMBINO DI MÂCON:

"The baby of Macon di Peter Greenaway è un film odioso. Ammirevole per la sapienza della regia, l'eleganza della messinscena, l'ambizione della fantasia, la ricchezza dei riferimenti culturali, lo splendore delle scenografie, dei costumi della coreografia, ma incontestabilmente odioso. Poco male, certo. Mica è obbligatorio essere carini e simpatici. Se non fosse che questo film odioso è portatore di un curioso paradosso. Quello di usare la stessa forma di lenocinio che condanna, quello di essere disonesto come il bersaglio che vuole colpire. Greenaway smercia sul mercato delle bugie e delle reliquie artistiche quella che pretende sia una denuncia dello sfruttamento delle superstizioni religiose. Ma Greenaway, simulando una denuncia della visione religiosa della Controriforma che arriva fuori tempo massimo e ha toni "antipapisti" rugginosi, in realtà, con il suo uso inutile e gratuito della violenza, opera nei confronti dei suoi spettatori, portati a vederlo nella luce della grande arte, lo stesso sfruttamento "pornografico" che nei confronti dei suoi fedeli creduloni operava il mercato ecclesiastico della fede. Greenaway ha dichiarato (o crede veramente) di provocare con la sua "blasfema" rappresentazione l'istituzione Chiesa, e di scendere in campo in difesa dello sfruttamento dell'infanzia sfruttata. Per parlare biblico: farebbe meglio a guardare la trave nel suo occhio e in quello della madre che gli ha prestato - si suppone non gratuitamente - quel bel bamboccio biondo per sfruttarlo come hanno fatto". ("la Repubblica", Irene Bignardi, 20/12/93)"Che rarità, un film-che-divide! In tempi di mode planetarie perfino un pugno in faccia come questo può essere una benedizione: e diciamo "benedizione" a sottolineare gli intenti non proprio edificanti dell'impresa. Che è un truce e asfissiante pamphlet in costume diretto contro orrori assai contemporanei. Teatro nel teatro (e nel cinema, in un gioco di specchi senza fine), vertigine della finzione, sempre pronta a rovesciarsi in realtà; conflitto fra poteri, mercificazione dell'infanzia: si capisce cosa ha portato Greenaway verso questo film cupo, sfarzoso e affogato in una foresta di citazioni pittoriche in tre soli colori, oro, rosso e nero (la fotografia, un miracolo di esattezza e repulsione, è di Sacha Vierny). Ma il suo mondo non è mai stato più ermetico e ossessivo. E anche se nelle note di regia mette, con bella intuizione, l'arte ecclesiastica di rappresentare i miracoli fra gli antenati del cinema e della pubblicità, l'Horror vacui di Greenaway stavolta gira a vuoto e la denuncia rischia di condividere i metodi di ciò che denuncia". ("Il Messaggero", Fabio Ferzetti, 20/12/93)"La metafora sociale è spietata. La condanna più che all'attuale sfruttamento dei bambini, è rivolta alla violenza ideologica e fisica dei poteri spirituali e temporali, ai modi mistificanti con cui quella violenza viene presentata e rappresentata. Perfezione della fotografia di Sacha Vierny, splendore e magnificenza della messa in scena (i designers prodigiosi sono Ben Van Os e Jan Roelfs), sapienza figurativa e coreografica: Greenaway è al vertice della sua grande maniera". ("La Stampa", Lietta Tornabuoni, 24/12/93)"Anche l'Istituto Luce ha preso la cattiva abitudine di non tradurre in italiano (per snobismo? per pigrizia?) i titoli dei film. Non ci voleva molto a trasformare The Baby of Macon in Il bambino di Macon, senza per questo disperdere l'allusione religiosa. Greenaway ha già spiegato alla stampa di essersi ispirato, per reazione, a due celebri fotografie di Oliviero Toscani, rimproverando a quegli scatti pubblicitari (un bambino appena uscito dal ventre materno, una Natività levigata in stile top model) una sofisticata mercificazione dell'infanzia. Chissà se ha ragione. Di sicuro The Baby of Macon, opus numero 8 dell'estroso cineasta architetto-pittore, è un film molto ambizioso: per la laboriosità della messa in scena, l'ambiguità intellettuale del messaggio, il gusto provocato

CURIOSITÀ SU IL BAMBINO DI MÂCON:

- REVISIONE MINISTERO DICEMBRE 1993.- PRESENTATO AL FESTIVAL DI CANNES.

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