Dove siete? Io sono qui

Dove siete? Io sono qui

Voto del pubblico
Valutazione
4.2 di 5 su 6 voti
Anno: 1993
Paese: Italia
Durata: 107 min
Distribuzione: I.I.F. - SKORPION ENTERTAINMENT
Dove siete? Io sono qui è un film di genere drammatico, sentimentale del 1993, diretto da Liliana Cavani, con Chiara Caselli e Gaetano Carotenuto. Durata 107 minuti. Distribuito da I.I.F. - SKORPION ENTERTAINMENT.
Genere: Drammatico, Sentimentale
Anno: 1993
Paese: Italia
Durata: 107 min
Formato: NORMALE A COLORI
Distribuzione: I.I.F. - SKORPION ENTERTAINMENT
Fotografia: Armando Nannuzzi
Montaggio: Angelo Nicolini
Musiche: Pino Donaggio
Produzione: GIOVANNI BERTOLUCCI PER SAN FRANCISCO FILM

TRAMA DOVE SIETE? IO SONO QUI:

Una storia d'amore fra due ragazzi non udenti che nasce in mezzo alle ostilità e all'indifferenza di molti. Fausto è di famiglia benestante e ha una madre che lo obbliga a dimenticare il suo handicap, forzandolo a comportarsi da "normale". Elena, figlia di operai, ha dovuto abbandonare il liceo poichè la scuola non le forniva insegnanti specializzati e non riusciva a capire le lezioni. S'incontrano e trovano insieme la forza di reagire: Fausto all'ipocrisia che gli impedisce di riconoscersi per quello che è, Elena alla sfiducia e alle barriere d'ogni tipo che la ostacolano nel suo desiderio di studiare e di raggiungere mete consentite agli altri. L'esame di maturità di Elena, che Fausto ha convinto a tornare a scuola, è il banco di prova dei loro sentimenti e della scommessa di vita che hanno intrapreso.

CRITICA DI DOVE SIETE? IO SONO QUI:

"Dove siete? Io sono qui" toccando la natura più interiore dei ragazzi protagonisti, alterna ai momenti toccanti altri estemporanei - come le apparizioni di un "guru" orientale rappresentate in suono - nello stile un po' ieratico tipico della regista di "Il portiere di notte". (Il Giornale, Alfio Cantelli, 28/09/93)Saranno i personaggi secondari, quasi sempre improbabili o di servizio; saranno certi buchi di sceneggiatura (come la fidanzata ufficiale che scompare nel nulla); saranno quei flashback insistiti sull'infanzia del protagonista, o l'incapacità di trovare una figura poetica funzionante (il danzatore Butoh) senza logorarla nell'uso. Ma il film della Cavani, troppo simbolico per riuscire realistico, troppo poco realistico per essere davvero simbolico, resta purtroppo un'occasione mancata: importante finchè testimonia la voglia ritrovata di interrogare la realtà, deludente per il linguaggio che propone. (Il Messaggero, Fabio Ferzetti, 03/10/93)

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