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Thirst, la recensione del nuovo film di Park Chan-wook

Il tanto atteso horror di vampiri diretto da Park Chan-wook è in realtà un film che parla di molto altro, ricchissimo di tematiche e di sperimentazioni narrative e linguistiche.


Thirst, la recensione del nuovo film di Park Chan-wook

Il tanto atteso horror di vampiri diretto da Park Chan-wook è in realtà un film che parla di molto altro, ricchissimo di tematiche e di sperimentazioni narrative e linguistiche.

Aspettarselo era più che lecito. Thirst, il tanto anticipato e atteso horror di vampiri di Park Chan-wook in realtà tutto è tranne che un horror. Perlomeno se s’intende il termine nella maniera più ristretta e convenzionale. Perché il vampirismo, in Thirst, è sostanzialmente un dettaglio, un pretesto e un artificio narrativo per parlare di ben altro, nonostante alcune scene che comunque potranno soddisfare i palati degli amanti del cinema dell’orrore più raffinato.
Perché la storia di un prete cattolico che, dopo essersi volutamente inoculato un gravissimo virus per farsi cavia per un vaccino, si becca anche il “virus” del vampirismo dopo una trasfusione, e che si “trasforma” ancora di più innamorandosi (ricambiato) della moglie di un amico d’infanzia ritrovato per caso, spinto dai suoi nuovi istinti, nasconde un numero elevatissimo di tematiche. Thirst è un film che parla d’Amore (di coppia ed in senso comunitario), di compassione, di egoismi e bramosie, di redenzione, di quali siano le modalità adatte per fare del “bene”, ponendo anche interrogativi sulla natura dell’idea stesso di atto caritatevole. Thirst è un film che mette in luce come l’amore reciproco possa essere una meravigliosa forma di cannibalismo mentale e morale, e della natura sottilmente ma non perversamente egoistica di un qualsiasi gesto d’altruismo. Ma non c’è traccia di pedanteria nei modi e nei tempi utilizzati da Park nell’affrontare questi temi: il tono è sempre lieve ma con spessore, i registri variano dalla commedia, all’orrore, al melodramma, i livelli s’intrecciano, le invenzioni linguistiche si susseguono senza soluzione di continuità. Proprio come accadeva in I’m a Cyborg but That’s Ok, splendido film drammaticamente sottovalutato, specie nel nostro paese: film che non a caso era un’altra azzeccatissima storia d’Amore. Park pare essere ripartito proprio da lì, per Thirst, più che dalla sua celebrata trilogia della vendetta: gli orizzonti del suo cinema si fanno più ampi e variegati, si conferma la voglia di sorprendere e sperimentare con una levità quasi giocosa.
E si conferma il talento di un regista che è capace di colpire gli occhi e il cuore con immagini cinematografiche di rara efficacia e potenza (qui ad esempio un paio di scarpe che vengono donate da lui a lei alla metà del film e che ritornano in un finale bellissimo e struggente) e di raccontare sentimenti e temi “importanti” con una disinvoltura che non nasconde tutt’altro che una banale superficialità.

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