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La guerra è finita: i bambini della Shoah nella nuova mini serie di Rai1

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Michele Soavi presenta Isabella Ragonese e Michele Riondino in quattro serate da servizio pubblico

La guerra è finita: i bambini della Shoah nella nuova mini serie di Rai1

Il servizio pubblico alle prese con la memoria dell’Olocausto, anche prima del giorno ormai tradizionale del 27 gennaio. Rai 1 dedicherà quattro prime serate, a partire dal prossimo lunedì 13 gennaio, alla mini serie La guerra è finita, scritta da Sandro Petraglia e diretta da Michele Soavi. Una pagina poco conosciuta e se possibile ancora più drammatica di altre, quella dei bambini sopravvissuti ai campi di concentramento, in una storia ambientata proprio alla fine della Seconda guerra mondiale, dall’aprile del 1945. Al centro il dopo, il ritorno alla vita di un gruppo di ragazzi con tatuato sulle pelle il numero di matricola, sullo sfondo degli effetti finali della guerra civile fra resistenza e reduci della repubblica fascista di Salò.

“Mi è subito parsa una storia indispensabile da raccontare”, ha dichiarato alla stampa Ninni Andreatta, direttrice di Rai Fiction. “Racconta la resurrezione di alcuni bambini e ragazzi sfuggiti ai campi di concentramento. Un futuro che incomincia con alle spalle un passato doloroso, un dovere del servizio pubblico verso la memoria, un affresco ampio che traduce una vicenda reale con libertà d’invenzione. Anche grazie ad alcuni adulti, questi ragazzi ottengono nuove speranze per il futuro delle loro vite spezzate. Giovanni è un bambino che sintetizza un po’ il tutto, passando da un mutismo dovuto al trauma al ritorno alla parola. Poi c’è il giovane Mattia, ragazzo che nasconde il suo arruolamento fra i repubblichini, che acquisisce piano piano la consapevolezza di quello che non aveva conosciuto.”

A quasi vent’anni dal grande successo della fiction Perlasca, un eroe italiano, Carlo Degli Esposti torna a produrre con la sua Palomar una storia poco conosciuta, se non inedita. Petraglia racconta come abbia scritto questa storia mosso dall’emozione provata anni fa, leggendo una delle prime pagine del romanzo La tregua di Primo Levi, da lui adattato per Francesco Rosi. Una pagina su un bambino senza nome né voce, morto poche settimane dopo la liberazione di Auschwitz. “Quelle parole hanno lavorato dentro di me, che credo sia impossibile raccontare o mostrare la tragedia della Shoah, ho pensato però potessimo raccontare il dopo e in particolare la realtà di Selvino, una piccola realtà lombarda in cui vennero aiutati dei bambini reduci dai campi senza più nessuno al mondo. Un mondo pieno di speranza, mentre l’Italia rinasceva delle macerie non solo fisiche ma anche morali. Nel 1945 nessuno in Italia sapeva quello che era accaduto nei campi e lo abbiamo fatto scoprire piano piano agli adulti del film e con loro agli spettatori che vedranno La guerra è finita.”

Parlando di riferimento personale, anche Soavi ha ricordato di averne uno, con la nonna cugina di Natalia Ginzburg, e di cognome Levi. “Fin da ragazzino mi ha sempre turbato moltissimo la filastrocca Il re degli elfi di Goethe, in cui un padre corre al galoppo nella notte e stringe un figlio sperando di salvarlo. Questo raggio di speranza ci ha fatto realizzare questa storia, con una scrittura piena di discrezione e dei ragazzi che ringrazio tantissimo per il grande lavoro svolto per quattro mesi, i più caldi dell’anno, in un casale di campagna. Sembravamo agli arresti domiciliari, abbiamo sofferto, riso, vissuto, in un’esperienza credo formativa e importante per tutti. Una storia che ci racconta anche del presente, al di là della nostra volontà, basti pensare ai venti di guerra di questi ultimi giorni.”

Nella serie Michele Riondino interpreta Davide, un padre sfuggito ai campi di concentramento e diventato partigiano, in cerca della moglie e dei figli. “Un progetto che ha dato la possibilità a noi interpreti”, ha detto Riondino, “di ascoltare e proporre storie che siamo abituati a sentire al passato, come quella di Liliana Segre, in questa occasione proposte con freschezza dalle vittime appena salvate. Il valore aggiunto di questa storia era per noi adulti di raccontare certe cose in maniera credibile, ma anche tutelando i bambini. Le testimonianze dei ragazzi che subiscono violenze sono pazzesche, basti pensare la portata che poteva assumere in un lager perdere il cucchiaio, cioè rischiare di non potersi più nutrire della brodaglia che consegnavano. Raccontiamo ai bambini qualcosa di ben lontano da una fiaba, ma i campi con la forza narrativa del Diario di Anne Frank. Un modo nuovo di affrontare il tema e onorare la memoria, oggi che si tende a trasformare in opinione quello che è un pensiero criminale come il fascismo.”

“Giulia è un personaggio di un bellissimo affresco”, ha dichiarato Isabella Ragonese, “si sente in colpa per non aver vissuto la guerra in prima persona, avendo vissuto e studiato in Svizzera e proveniendo da una famiglia alto borghese. Cerca l’occasione per sanare la ferita e far parte di questa comunità, di questa bella Italia, una generazione di donne e uomini che hanno ricostruito il paese, oltre a un’idea di futuro quando sembrava impossibile pensarlo. Crede nel valore della testimonianza, dovremmo ricordare sempre di fare i conti con il passato per andare avanti, cosa impossibile se non si riconoscono colpe e colpevoli. Allestisce un piccolo studio di psicologia per incontrare i ragazzi e immedesimarsi in loro, ascoltando per la prima volta con stupore misto a orrore e incredulità quanto accaduto. Ci deva far riflettere e porci sempre nella posizione di ascoltare come fosse per la prima volta, pure e pronti a essere toccati profondamente”.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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