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Il Commissario Ricciardi: Alessandro D'Alatri ci racconta il suo meraviglioso viaggio nella serie

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In occasione della presentazione alla stampa della serie di Rai 1 Il Commissario Ricciardi, abbiamo avuto il piacere di intervistare il regista Alessandro D'Alatri, che ci ha raccontato l'entusiasmo e la fatica nel portare sullo schermo i romanzi di Maurizio De Giovanni.

Il Commissario Ricciardi: Alessandro D'Alatri ci racconta il suo meraviglioso viaggio nella serie

Se Il Commissario Ricciardi, la serie cult dei romanzi di Maurizio De Giovanni è arrivata sul piccolo schermo, lo dobbiamo anche ad Alessandro D'Alatri, che già aveva firmato la seconda stagione de I Bastardi di Pizzofalcone. Romano doc, D'Alatri, classe 1955, è uno dei nostri migliori registi di cinema e tv. Ha iniziato la carriera da ragazzo, come ci ha raccontato, facendo l'attore in un film di Vittorio De Sica, per poi passare dietro la macchina da presa come apprezzato regista di spot pubblicitari e debuttare al cinema nel 1991 con Americano Rosso, con Fabrizio Bentivoglio, con cui vince il David di Donatello e il Ciak d'Oro come miglior regista esordiente. Un altro David e un Nastro d'Argento li ottiene per Senza pelle con Kim Rossi Stuart, nel 1995. Firma 8 lungometraggi di finzione (l'ultimo, The Startup, nel 2017) e un documentario, e negli ultimi 4 anni di trasferisce praticamente a Napoli, come ci ha raccontato nell'intervista che gli abbiamo fatto via zoom in occasione della presentazione de Il Commissario Ricciardi, dove si è espresso con entusiasmo su quello che è stato un lavoro difficilissimo ma gratificante al tempo stesso, e i cui risultati possiamo vedere adesso su Rai 1. Lasciamo dunque qua sotto la parola ad Alessandro D'Alatri.

L'esperienza di lavoro col Commissario Ricciardi

È stato un viaggio meraviglioso, in quanto mi trovavo in una città dove già avevo lavoravo con altre due esperienze, il tv movie In punta di piedi e I bastardi di Pizzofalcone. I Bastardi però erano già alla seconda stagione quindi avevo già in qualche modo un cammino tracciato, ma stavolta è stata un'avventura dall'inizio, abbiamo proprio gettato le fondamenta di questo percorso. Napoli è una città che dire accogliente è dir poco, nel senso che è una città che ama essere amata. E io me ne sono innamorato perdutamente e ci ho passato questi quattro anni della mia vita con grande gioia. Napoli per raccontarla basta respirarla e va fatta respirare anche al pubblico. Soprattutto facendo una serie ambientata negli anni Trenta, dove per molti motivi alcune cose erano quasi impossibili da replicare. I romanzi di Maurizio De Giovanni sono talmente precisi che addirittura danno i numeri civici dei portoni. La Napoli di oggi era molto trasformata, quindi è stato molto complesso cercare di rispettare i percorsi e fare respirare quelle atmosfere.

Ricostruire la Napoli degli anni Trenta

C'è molto colore perché a Napoli è passata qualsiasi cultura e quindi anche le fisionomie dei personaggi erano particolari. Ad esempio la Napoli borbonica negli anni Trenta era ancora molto viva, erano passati appena 50 anni, quindi c'era un'Italia completamente diversa dalle grandi città del Nord, da Milano, Firenze o perfino da Roma, c'era un altro sapore, perciò lavorare ed esplorare ancora quei sapori è stato molto interessante. Facendo le prime ricerche iconografiche ho visto che non c'erano film ambientati a Napoli negli anni Trenta, c'era un po' di materiale dell'Istituto Luce ma erano sempre cose legate al fattore politico e istituzionale. Allora già questa era una bella scommessa, raccontare un'epoca antecedente alla grande tragedia che sarebbe arrivata di lì a poco, con la seconda guerra mondiale e l'alleanza col nazismo, in cui c'era ancora un'Italia ingenua, dove la famiglia era la famiglia, le ideologie anche se contrapposte avevano però ancora un fondamento, c'era ancora una civiltà rurale. Era un'Italia che noi non abbiamo mai più visto, che abbiamo perso. Io poi in realtà con gli anni Trenta avevo già un lungo rapporto. Perché da ragazzino a 13 anni interpretai il giovane Giorgio ne Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, che era ambientato negli anni Trenta, come Americano Rosso, il mio primo film, mia madre è nata nel 1931... è un mondo che ho sempre sentito intorno a me e mi piaceva raccontarlo proprio perché c'era quest'Italia che poi noi abbiamo perduto definitivamente. Ricostruire quell'umanità, quei rapporti più realistici, più concreti di quanto noi possiamo conoscere oggi mi piaceva molto. Napoli da questo punto di vista è ancora accogliente, quindi erano due mondi che si incontravano e questi due mondi erano molto ben descritti nei romanzi di Maurizio De Giovanni, che non lasciano al caso.

Il cast del Commissario Ricciardi

La cosa bella è stata poi soprattutto lavorare col cast, avevamo più di 350 ruoli all'interno del progetto e il patrimonio attoriale napoletano è inesauribile, anche perché c'è una tradizione drammaturgica straordinaria e dunque questo mi ha consentito di entrare nel tessuto attoriale in maniera molto, molto più profonda di quanto avessi fatto prima. Il cast di Ricciardi è stato un lavoro meticoloso che ha preso più di 6 mesi di lavoro, ed è una cosa di cui sono particolarmente soddisfatto.

L'ambientazione sociale del Commissario Ricciardi

In questa avventura tutte le storie sono trasversali alla società napoletana. Ci sono tutte le classi, ci sono tutti i quartieri, ci sono tutti i meccanismi di quella società. E il fascismo in qualche modo è ancora qualcosa che sta sullo sfondo. Napoli è una città che è sempre stata un po' refrattaria al potere, a tutt'oggi, c'è un'allegra confusione, un'armonica confusione. Quindi anche nei romanzi di De Giovanni il fascismo è un po' un effetto collaterale della società, non è un elemento centrale. Purtroppo poi lo sarebbe diventato in futuro, ma fortunatamente noi abbiamo preso in considerazione quella prima parte di quegli anni.

I costumi e gli ambienti della serie

È stato meraviglioso lavorare con i costumi. Io penso che l'ultima grande eleganza, anche maschile ma soprattutto femminile, sia proprio quella degli anni Trenta. Quello della costumista Alessandra Torella è stato un lavoro eccellente, meticoloso nella ricerca dei tessuti, sulle forme, e infatti le donne della serie di Ricciardi sono elegantissime, anche nelle cose più semplici, proprio perché l'Italia aveva un altro rispetto del corpo femminile. Gli arredi hanno reso giustizia a un'epoca, considerando anche che non avevamo risorse enormi, però lo sforzo era quello di dare un grande risultato. Credo che la mia meticolosità, la mia pignoleria in qualche modo siano servite, perché non c'è nulla nelle inquadrature che sia mai stato lasciato al caso. Per me è stata una delle esperienze più belle della mia carriera e anche una delle più difficili perché era un progetto molto complesso e stiamo ancora in queste ultime ore sistemando gli effetti speciali. È la lavorazione più faticosa che ho fatto in tutta la mia vita, ma è anche la cosa che mi ha dato più soddisfazione perché ha richiesto tutta la mia esperienza.

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Il Commissario Ricciardi va in onda tutti i lunedì alle 21.25 su Rai 1 e successivamente in streaming su Raiplay.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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