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Perché il Blu-ray è ancora meglio dello streaming

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Ma solo in termini oggettivi, perché conta il dispositivo con cui guardiamo i film e quanto valore diamo a una determinata opera.

Perché il Blu-ray è ancora meglio dello streaming

Poco tempo fa abbiamo dedicato un articolo al futuro del supporto fisico tra Blu-ray e Ultra HD 4K, condividendo con voi dei dubbi sulla tenuta futura dei dischi in un mondo connesso e dipendente dallo streaming. Oggi vogliamo tentare una strada diversa, spiegando perché, dati alla mano, la visione di un Blu-ray o un Ultra HD 4K rimane oggettivamente migliore di un'esperienza nello streaming attuale. Non usiamo a caso l'avverbio "oggettivamente", perché come vedremo ci sono circostanze che rendono anche vano questo discorso.

La questione del bitrate

L'espressione "Mbps" sta per "megabit per second", cioè "megabit al secondo". Con essa si misura la quantità di dati che vengono processati in un secondo durante la riproduzione di un video, sia esso in rete o proveniente da un disco. Un filmato digitale è codificato con una compressione più o meno aggressiva, che genera un bitrate più o meno ridotto: all'aumentare della compressione, si riducono il bitrate e quindi anche la grandezza del file originario, con la conseguenza di ottenere un'immagine meno definita. Se questa spiegazione vi basta, potete saltare al prossimo paragrafo. Per i più curiosi, aggiungiamo che con "meno definita" intendiamo meno nitida: questo vale sia per il singolo fotogramma, dove col crescere della compressione più pixel adiacenti simili vengono identificati come uguali, sia per la sequenza di fotogrammi in un filmato, dove le differenze tra un fotogramma e l'altro vengono via via sempre più ignorate col crescere della compressione.

Diamo i numeri

Il bitrate di un Blu-ray (risoluzione Full HD 1920x1080) può raggiungere i 40Mbps (solitamente viaggia intorno ai 32-35), quello di un dvd (risoluzione SD 720x576) è di solito sui 7Mbps: su questi supporti la maggior parte dei film supera la capienza dischi a singolo strato (25Gb per i Blu-ray, 4.7Gb per i dvd), richiedendo dischi a doppio strato (50Gb per i Blu-ray, 9.4Gb per i dvd). Questo per dare l'idea della grandezza dei file. Per il neonato formato Ultra HD 4K si parla di bitrate tra un minimo di 50Mbs fino ad arrivare a 128Mbs.
Se prendiamo in considerazione uno dei più quotati servizi di streaming legale in Italia, cioè Netflix, scopriamo che la larghezza di banda richiesta per uno streaming più o meno costante è di 3Mbps per la risoluzione SD, 5Mbps per l'HD e 25Mbps per il 4K. Viaggiamo evidentemente su valori parecchio più bassi, ma persino più alti rispetto ad altri concorrenti come Chili TV, che richiede un range SD-HD tra 1 e 4.5Mbps. Tutto questo immaginando, nella migliore e più rosea delle ipotesi, che il traffico sulla linea non sia tale da abbassare drasticamente la qualità dello streaming, e quindi il bitrate (alzi la mano un utente di Netflix al quale non sia mai capitato!). iTunes consente il download in HD (di solito 720p) o SD con bitrate rispettivamente di 5.1Mbps e 2.5Mbps. Per completare la panoramica, a titolo indicativo, un canale satellitare come Sky Cinema Uno HD trasmette con bitrate medio di quasi 7Mbps.
Sul fronte audio, mentre un Blu-ray offre nella maggior parte dei casi almeno una traccia in DTS (solitamente quella originale), anche nella sua versione DTS HD o Dolby TrueHD, prive di compressione, lo streaming viaggia spesso in stereo o in Dolby Digital 5.1, e la riproduzione del suono deve sottostare alle stesse regole di quella video: dipende dalla larghezza di banda e di compressione scelta dal servizio on demand.

E quindi?

La compressione video dei servizi di streaming attualmente disponibili in Italia è ben lontana dallo sfiorare la qualità di compressione dei formati fisici. Oggettivamente. Questo sarebbe tuttavia un ragionamento del tutto astratto se non tenessimo in conto due fattori: la modalità di fruizione dei contenuti e lo spirito con cui si affronta un determinato contenuto.
La visione di un film o di una serie tv su uno smartphone, un tablet, il monitor del pc o un televisore più piccolo di una trentina di pollici (magari senza audio home theater) non rende il bitrate basso un problema per cui strapparsi i capelli. In altre parole: la maggior parte degli utenti se ne infischia, comprensibilmente. Se non si è attrezzati con un televisore grande e di alta qualità (sui 40 pollici), con un impianto di diffusione sonora all'altezza, quei numeri su indicati rimarranno soltanto numeri. Di contro, un Blu-ray normale o Ultra HD 4K rimangono l'unico modo di rendere onore a una spesa importante per un tv raffinato e il relativo impianto 7.1. Con quei valori, uno streaming non è al momento degno di una tale passione e di un tale allestimento.
Il secondo fattore è appunto lo spirito con cui si affronta un film o una serie tv: quando la visione è "usa e getta", anche se risulta un po' amaro ammetterlo, spesso non c'è in noi la pretesa di ottenere la massima qualità di riproduzione. Viceversa, l'affetto totalizzante per un film, la volontà collezionistica, non solo richiederebbe per principio la massima qualità, ma pure la soddisfazione del possesso fisico, questione sulla quale ragionammo nel citato precedente articolo.
In definitiva, quando qualcuno dice "Io non uso più dischi, tanto ormai c'è lo streaming e risparmio spazio in casa", ha ragione a metà: è bene ricordare che, dati alla mano, dischi e streaming non sono affatto equivalenti, pur ammettendo che nella colossale rivoluzione della fruizione che stiamo vedendo le loro differenze finiscono in secondo piano.

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  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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