Mowgli - il figlio della giungla è ora disponibile su Netflix: ce ne parla in esclusiva il regista Andy Serkis

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Mowgli -  il figlio della giungla è ora disponibile su Netflix: ce ne parla in esclusiva il regista Andy Serkis

E' disponibile da oggi, 7 dicembre, in streaming su Netflix, il film Mowgli - il figlio della giungla, versione in motion capture, del celeberrimo romanzo di Rudyard Kipling.
A dirigere il film è Andy Serkis, diventato ormai uno degli esperti indiscussi di questa tecnica che lo ha reso famoso nei panni di Gollum ne Il signore degli anelli, tanto per citare un esempio.
Con un cast straordinario di attori che hanno prestato voce, in originale, e fattezze, a Baloo, (Andy Serkis), Bagheera, (Christian Bale), Kaa (Cate Blanchett) e Shere Khan, (Benedict Cumberbatch), Mowgli, ha avuto un passaggio da Warner a Netflix, sempre più interessata ad espandersi nel mercato della distribuzione cinematografica. Come ci ha confermato lo stesso Serkis che abbiamo intervistato a Londra, a ridosso dell’uscita del film.

Sembra un Mowgli molto diverso dal solito, questo. È stata una sua scelta? E perché?
Perché volevamo raccontare una storia che fosse incentrata principalmente su Mowgli.
Le impressioni che ognuno ha su Il libro della giungla, sono molto diverse e molto personali. Ognuno di noi, crescendo, e avendo letto il libro, (più quelli delle mia generazione, credo), ha avuto il suo impatto particolare col libro, con il film d’animazione Disney del 1967, e, naturalmente la versione più recente di Jon Favreau anche.
Ma, quando mi hanno presentato questa sceneggiatura, l’ho trovata molto, molto vicina al tono del libro, qualcosa che volevamo esplorare e che essenzialmente fosse la storia di un bambino che cerca di scoprire il suo posto nel mondo.
Un viaggio estremamente complesso a livello emotivo e psicologico. E questa è stata la nostra missione. Per cui sapevamo che il tono del film sarebbe stato più cupo. Perché lo è il libro. E anche la giungla, che è un luogo di estrema bellezza, ma non idilliaco. È un luogo di grande pericolo, in un mondo che sta cambiando, come anche quello del 1890, quando il libro è stato scritto.
La colonizzazione dell’India era in atto, e mi sembra che il libro fosse la giusta predizione che potesse avere risonanza anche 100 anni dopo con un pubblico contemporaneo e che potesse prendere nota di queste tematiche.

È stata una sorpresa per lei quello che è successo tra Warner e Netflix?
Guardi, nel panorama della distribuzione cinematografica è cambiato tutto in modo talmente drastico. Posso dirle che il nostro film è stato commissionato prima che si parlasse di quello di Jon Favreau, e quando mi è stato proposto di dirigerlo, ci è arrivata la notizia della produzione dell’altro. Per un po’ non ci siamo preoccupati di quale potesse uscire prima, e io sinceramente non ne ero turbato, perché sapevo che la nostra versione sarebbe stata comunque molto diversa.
Certamente è stata una coincidenza sfortunata, ma non è sicuramente la prima volta che capita nella storia del cinema, che due film simili escano contemporaneamente, è accaduto in diverse occasioni.
Per cui, all’inizio c’è stata una gara per un po’ ma poi, noi volevamo prenderci il nostro tempo con il lungo processo del motion capture, e non volevamo correre il rischio di non riuscire a fare il film che volevamo fare. Per cui abbiamo semplicemente deciso, ad un certo punto, di levare il piede dall’acceleratore e lasciare che il film di Favreau avesse il suo momento.
Durante questo periodo, abbiamo visto cambiare il panorama distributivo, quello cinematografico e anche quello legato al cinema come passatempo. A parte i soliti film blockbuster, il pubblico cinematografico sta scomparendo grazie a/o purtroppo per il servizio di streaming.
Comunque, noi siamo andati avanti nel finire il film, e praticamente, l’ultimo giorno in post produzione, e quando avevamo già cominciato a promuovere il film con la Warner, ho ricevuto una telefonata in cui mi avvertivano che c’erano stati dei contatti con Netflix, e che loro erano molto interessati al film e alla sua acquisizione.
La prima reazione per me è stata quella di enorme sorpresa, visto che, ripeto, la promozione con Warner era già iniziata, ma alla luce dei fatti, più ne parlavamo e più ci pensavo, più per me aveva un senso tutto ciò. Specialmente per un film come questo, che ho sempre pensato funzionasse meglio con un pubblico internazionale invece che come solita uscita blockbuster americana del weekend, una cosa molto vecchia scuola, direi.
Ho pensato che mi sarebbe piaciuto farne anche un’uscita da Festival tipo Cannes o Venezia. Questa transizione a Netflix mi è sembrata quasi naturale e il fatto che il film apra ad un pubblico globale di, e in 190 paesi, per me rispecchia in pieno l’identità di questo film. L’anteprima mondiale l’abbiamo fatta a Mumbai, cosa poteva esserci di meglio?

Quale è stata la reazione di Warner dopo il passaggio, ha avuto un feedback?
Erano convinti sin dall’inizio che fosse un connubio felice, era già successo prima, con Bright, se non sbaglio, che si è rivelato un grande successo. Inoltre anche Netflix è molto interessata a cambiare strategia ed espandersi nella distribuzione cinematografica. Questa per ora è l’acquisizione più grossa che hanno fatto, e credo che abbia generato una nuova prospettiva per loro, di farsi spazio nella distribuzione cinematografica.

Avrebbe diretto il film in modo diverso, se avesse saputo prima che sarebbe stato mostrato sul piccolo schermo?
No, in effetti no, perché come si potrà vedere nel film stesso, volevo passare molto tempo sulla parte animale, che paradossalmente lavora molto bene sul piccolo schermo. Il 70% di questo film sono primi piani degli animali, primi piani che fanno leggere le loro emozioni. Ci sono inquadrature larghe, certamente, ma quelle raccontano la storia, il dramma, non la giungla. E questo è stato concepito così fin dall’inizio.




Come influisce la motion capture a livello registico?
Mah, io sono totalmente a mio agio con questa tecnica, la pratico da molti anni come attore, in termini invece di produzione virtuale ci sono tutta una serie di attrezzature e congegni che sono davvero molto migliorati a livello tecnologico, e che per un regista sono un grossissimo aiuto.
Allo stesso tempo sono anche molto meno invasivi per gli attori stessi, per cui è tutto più organico. Alla fine, anche per gli attori, è semplicemente un modo per esplorare un’altra tecnica di recitazione.
E anche recitare, credo, non dipende solo dall’attore. Esiste tutto l’insieme, il contorno, la cornice dei costumi, del trucco, della scena. Credo che siano altri elementi che costituiscono la recitazione. Almeno per un attore. Mentre davvero, per me, la motion capture è una pura forma di recitazione. Dietro Bagheera, si vede Christian Bale, perché è lui l’attore. E abbiamo fatto così per tutti gli altri, per vederne le loro espressioni.



Sembra che questo fosse davvero un progetto a lei molto caro. Ci sono altre storie che vorrebbe adattare in futuro?
Sì, assolutamente, il mio prossimo progetto è l’adattamento di Animal farm, di George Orwell, che, di nuovo, stiamo facendo in collaborazione con Netflix. E probabilmente cominceremo le riprese l’anno prossimo. Anzi, in effetti era davvero il nostro primo progetto, e quando è arrivato Mowgli stavamo appena partendo con Animal farm. Ma fare Mowgli era un progetto troppo allettante.

Mi ricordo che il suo Animal Farm era ambientato nell’America contemporanea. Sarà ancora così?
Certamente sì.

Con Mowgli, Quale messaggio vuole arrivi al pubblico?
Credo che questo film esprima bene il concetto “dell’essere qualcosa a metà”.
E visto il grande dibattito, che c’è ovunque, rispetto all’identità, perché le persone si sono rese conto della diversità, appunto, di identità e di culture diverse, di razze diverse, all’improvviso si sforzano di capire dove si sentono di appartenere.
Credo che Mowgli simbolizzi davvero bene tutta la confusione rispetto a queste grandi domande, con il plus di un mondo nel mezzo di un enorme cambiamento.
Credo che questo sia proprio un messaggio molto contemporaneo, nonostante, culturalmente ed epocalmente, Il Libro della giungla sia molto specifico, l’India durante l’Impero Britannico. Ma risuonano molto il senso delle domande, “dove appartengo, chi sono”.
I crimini di odio che stanno aumentando vertiginosamente in questo Paese e un po’ ovunque in Europa, purtroppo grazie all’avvento del populismo, hanno risonanza in questo film. Quando Mowgli va a vivere nel villaggio, cercando di assimilarsi, e invece viene aggredito, ecco, questo mi sembra molto contemporaneo, questo senso della paura degli altri.



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