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Tutti gli uomini del Presidente

L'America sceglie il suo nuovo presidente. Quali sono state, nel corso degli ultimi anni, le serie politicizzate che hanno appassionato di più la platea mondiale?

Tutti gli uomini del Presidente

Dopo una combattuta campagna elettorale, lo scontro tra il presidente uscente Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney giunge alle battute finali. Gli Stati Uniti e il resto del mondo conosceranno tra poche ore il prossimo inquilino della Casa Bianca. Una scelta, compiuta da oltre 100 milioni di cittadini americani, la quale in un modo o nell’altro eserciterà un’influenza decisa su molte realtà, non ultima la tv. Ma questo è il futuro. Trascorrerà un po’ di tempo prima che gli autori di questo o quello show ci strappino una risata o ci stimolino a un’attenta riflessione sul ruolo e l’operato del prossimo uomo più potente del mondo. Tornando ai giorni nostri, e concentrando l’attenzione su ciò che il piccolo schermo ci ha offerto negli ultimi anni, ci accorgiamo che di politica - non in senso lato ma quella circoscritta alla figura del presidente degli Stati Uniti e ai suoi subordinati - in tv non si è smesso mai di parlare, con risultati più sorprendenti di quanto il vento dell’anti-politica lasci pensare. Nel suo precorrere i tempi o affondare le braccia nei talvolta torbidi affari di Washington e delle altre città che hanno fatto da scenografia, nell’ultimo decennio o poco più la tv ci ha proposto alcune delle serie più belle di sempre, acclamate dal pubblico e dalla critica, biasimate per il proprio orientamento, o semplicemente troppo influenzate dalla realtà - dove l’immaginazione non conosce davvero limiti - per essere tollerate. Serie che ogni bravo telefilo dovrebbe conoscere e, cosa ancora più importante, aver visto in una certa misura almeno una volta nella vita.

Viene piuttosto facile tornare con la memoria al 1999, quando su NBC Aaron Sorkin si presentò al mondo come uno dei creativi che avrebbe cambiato la tv con il suo West Wing, drama che negli anni successivi trionfò quattro volte consecutive agli Emmy come miglior serie. Per sette stagioni, durante le quali gli ascolti restarono costantemente altissimi rispetto alle medie odierne di NBC, Martin Sheen vestì i panni del Presidente Josiah Bartlet, personaggio che nelle intenzioni originali di Sorkin sarebbe dovuto apparire solo in una manciata di episodi. Influenzato in parte da Bill Clinton, Bartlet offrì al pubblico l’opportunità di conoscere quel lato presidenziale che i giornali raramente raccontavano, quello intimo e privato. E’ anche per questo motivo che Sorkin scelse coraggiosamente di caratterizzare il suo personaggio con una grave malattia. Nello studio ovale, Bartlet era il presidente di tutti, attento verso le questioni dell’integrazione razziale e dell’ambiente, il quale però non esitava a usare la forza militare quando la situazione lo richiedeva, come una minaccia terroristica, tema molto caro alle stagioni 3 e 4.

E il terrorismo è uno spettro su cui Homeland, il più recente successo di Showtime, fonda le proprie radici. Adorata da Obama (il presidente appare nei crediti di apertura di ogni episodio), la serie di Howard Gordon e Alex Gansa - che con questo tema accumularono notevoli consensi già ai tempi di 24 - racconta l’ossessione di Carrie Mathison (Claire Danes), operativo della CIA con un disturbo mentale taciuto, per Nicholas Brody (Damian Lewis), insospettabile terrorista interno legato a una cellula di Al-Qaeda intenzionata a colpire nuovamente gli Stati Uniti con l’uccisione delle sue massime cariche di governo, a cominciare dal vicepresidente William Walden (Jamey Sheridan) nel finale della prima stagione. In 24, i due produttori esecutivi affidarono il ruolo del presidente David Palmer a un attore di colore, Dennis Haysbert. Nel 2008, durante una puntata del Daily Show, Jon Stewart sottolineò come l’allora candidato Barack Obama fosse il primo afro-americano ad ambire alla Casa Bianca dai tempi in cui Jack Bauer salvò la vita a Palmer nella prima stagione di 24. Geena Davis, invece, interpretò il primo presidente donna degli Stati Uniti nel drama di breve durata di ABC Commander in Chief (in Italia Una donna alla Casa Bianca). Le circostanze della sua elezione, però, furono anomale. Mackenzie Allen non fu nominata presidente dai grandi elettori, ma subentrò al repubblicano Theodore Roosevelt Bridges dopo la sua morte improvvisa. Quest’ultimo l’aveva scelta come suo vice per ingraziarsi l’elettorato femminile, ma come indipendente Mac non si tirò indietro di fronte alla possibilità di servire il proprio Paese, come invece tutti si aspettavano, incluso il suo ambizioso rivale Nathan Templeton (Donald Sutherland).

Commander in Chief è la serie che meglio rievoca le atmosfere di West Wing, e anche il successo fu analogo, almeno finché gli incomprensibili ritardi nella programmazione e i continui spostamenti in palinsesto non confusero il pubblico. Un atteggiamento che certamente non aiutò a tacere le malelingue sul presunto passo da gambero di ABC. Alcuni episodi erano stati oggetto di forti polemiche, soprattutto da parte della coalizione di destra, la quale accusò la serie di fare un enorme favore alla possibile corsa presidenziale della democratica Hillary Clinton. La stessa aria che in tempi più recenti ha circondato il drama politico di Starz Boss, stando all’opinione del suo protagonista Kelsey Grammer. Nello show, l’attore non interpreta né il presidente né un governatore, bensì il sindaco di una delle città americane più difficili da amministrare, Chicago. Durante un suo intervento al Late Show with David Letterman, Grammer, reduce da un importante riconoscimento ricevuto dalla stampa estera per il ruolo di Tom Kane, provò a spiegare la scelta dell’Academy of Television Arts & Sciences di non soprassedere su Boss come un affronto al suo essere repubblicano, ordito logicamente dai democratici, di cui l’industria dell’intrattenimento sarebbe piena. Va detto che, nei panni di Kane, Grammer non dà un bell’esempio di politica. Anch’egli malato come Bartlet, Kane è un uomo avvinghiato alla poltrona, disposto a qualunque sporca macchinazione per compiacere l’elettorato.

L’immoralità la fa da padrone anche nel recente drama di Shonda Rhimes per ABC Scandal. La serie - in onda da questo mese su FoxLife - ruota attorno all’epicentro politico a stelle e strisce ma lo racconta da un punto di vista diverso, quello di Olivia Pope (Kerry Washington), ex referente del presidente la quale ha lasciato la Casa Bianca per avviare un suo studio di consulenza. Il compito di Olivia è tirare fuori dai guai i propri clienti. Nella sua agenda c’è anche il nome del presidente Fitzgerald Thomas Grant III (Tony Goldwyn), repubblicano ed ex governatore della California, innamorato della donna nonostante sia sposato con un’altra. Il loro complesso dramma amoroso porta Fitz a gesti imprudenti, sommando nuovi scandali ad altri più vecchi. E’ una storia vecchia, invece, il matrimonio tra l’ex First Lady Elaine Barrish (Sigourney Weaver) e il presidente non più in carica Bud Hammond nella miniserie di USA Political Animal. Quest’ultimo, interpretato da Ciarán Hinds, ha perso la fiducia del popolo americano ed è caduto in disgrazia a causa del suo temperamento da buffone. Sostituito dal non altrettanto idoneo Paul Garcetti (Adrian Pasdar), Bud ama ancora Elaine, ma lei è già sopraffatta dai tentativi di bilanciare il suo nuovo incarico come Segretario di Stato con gli altri problemi della sua famiglia - un figlio che ambisce a una carriera in politica e il suo fratello gemello, apertamente omosessuale, finito su una brutta strada.

Non di soli drammi, però, è ricca la platea di serie tv che osservano queste presidenziali con maggiore attenzione rispetto alle colleghe. Senza andare a rivangare troppo il passato, ma rivolgendo lo sguardo all’immediato futuro, il 10 gennaio NBC lancerà la nuova sitcom 1600 Penn, con Bill Pullman nei panni di un presidente la cui famiglia non è meno disfunzionale degli Hammond. I Gilchrist sono la tipica famiglia media americana alle prese con i problemi di tutti i giorni, come un figlio ormai cresciuto (Josh Gad) costretto a tornare a casa, due adolescenti che si dimostrano più scaltre dei loro insegnanti, e una matrigna (Jenna Elfman) la quale cerca disperatamente di conquistare i suoi figliastri. Tutto sarebbe normale se il loro numero civico non fosse il più famoso d’America: che si tratti della visita di un funzionario estero, di una riunione di gabinetto segreta, o di un incendio - in senso figurato e, a volte, letterale - non c’è mai un momento di noia alla Casa Bianca con i Gilchrist. Può dire altrettanto Julia Louis-Dreyfus in Veep di HBO. Fresca di vittoria agli Emmy come miglior attrice in una comedy, l’ex protagonista de La complicata vita di Christine interpreta la vicepresidente Selina Meyer, la quale si rende conto che aveva idealizzato un po’ troppo il suo importante incarico quando si ritrova circondata da uno staff incapace tanto quanto lei di lasciare il segno senza essere schiacciata dal gioco della politica. Creata dall’elogiato Armando Iannucci, Veep racconta con lo stile del cinéma-vérité una realtà alla quale resta poco più che la propria autoreferenzialità. Un ritratto forzato ma inevitabilmente poco lusinghiero della politica, peggiorato se possibile nel corso delle ultime stagioni, e che si riconosce in larga parte in Parks and Recreation di NBC. Tuttavia, è rassicurante (o forse solo divertente) notare come almeno in tv gli idealisti in politica non si siano ancora arresi alla dilagante pestilenza del qualunquismo.



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