The Knick Stagione 2, Clive Owen: La tv oggi è migliore del cinema e Thack è una rock star

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The Knick Stagione 2, Clive Owen: La tv oggi è migliore del cinema e Thack è una rock star

Nella prestigiosa cornice della sede di HBO sulla 6th Avenue a New York abbiamo avuto il piacere di incontrare Clive Owen, in città per presentare la seconda stagione di The Knick, attesa in Italia su Sky Atlantic per lunedì 19 ottobre alle ore 22:15 con la versione originale sottotitolata in contemporanea con gli Stati Uniti, mentre andrà in onda dal 26 ottobre la versione doppiata in italiano, alle 21:10, seguita dal nuovo episodio sottotitolato. Ecco cosa ci ha raccontato il protagonista dello show prodotto e diretto da Steven Soderbergh.

Partiamo subito dalle novità. Quale sarà la principale differenza con la prima stagione?
Lo spazio esterno. Ci saranno molte più scene all'aperto o in altri set rispetto all'ospedale, soprattutto per le strade di New York. Steven è un genio nell'adoperare gli spazi dentro l'inquadratura. Ad esempio, siamo riusciti a girare a Chinatown in un qualsiasi giorno di lavoro e, senza intervento scenografico, l'ha trasformata nella Chinatown d'inizio Novecento.

Perché hai scelto di passare dal cinema alla tv con The Knick?
Qualsiasi cosa faccia la scelgo in base alla scrittura e a chi dirigerà il progetto, quindi Steven Soderbergh è stato una parte importante nella mia decisione. Lui disse che voleva ritirarsi e due mesi dopo gli arrivò la sceneggiatura di The Knick, talmente bella che decise di lavorarci. Lo stesso in qualche modo accadde a me, anche se all'inizio non ero sicuro di voler lavorare a dieci ore di uno show per la televisione. Poi lessi la sceneggiatura e non aveva importanza per quale mezzo fosse, quante ore durasse o per quale canale fosse: era grande scrittura. Questo è il motivo per cui la tv oggi è migliore del cinema: la scrittura è migliore e più coraggiosa, si spinge dentro aree in cui il cinema non entra più. The Knick è un viaggio folle dentro territori molto complessi, e li scava a fondo. E, alla fine, se hai una buona sceneggiatura avrai anche buoni attori, perché questo è ciò che noi usiamo per lavorare.

La bellezza di The Knick è nell'idea di messa in scena di Soderbergh, che lavora su un drama in costume girandolo come se fosse una sorta di racconto di fantascienza distopica. Cosa puoi dirci del suo stile?
Capisco il tuo punto di vista ma non la vedo allo stesso modo, per me rimane un modo il più possibile onesto di rappresentare la vita com'era nella New York di quei tempi. Sono inglese, sono abituato a una rappresentazione dei drama in costume dove tutto è lusso e privilegio, mentre la realtà per molte persone era il contrario di questo. The Knick scende per strada e la rappresenta come un luogo oscuro, pericoloso, ma allo stesso tempo reale. Quando abbiamo cominciato la serie, Steven ha provato a lavorare con una luce bassissima perché quella allora era la realtà della strada; girare per New York di notte poteva essere un'esperienza davvero spaventosa. Poi ha capito che la mancanza d'illuminazione per le riprese era davvero frustrante. Però, allo stesso tempo, quando ho letto la sceneggiatura ho sentito subito la contemporaneità dei personaggi, l'urgenza e la vitalità del racconto: tolti i costumi e le scenografie, con The Knick guardiamo nel nostro mondo attraverso la lente di un'altra epoca. La seria ha la stessa forza che aveva I figli degli uomini, il film che ho fatto con Alfonso Cuaron, ambientato nel prossimo futuro. È un modo di mettere uno specchio di fronte alle nostre vite, a chi siamo, anche se deformato dal passato o dal futuro. Se li usi nel modo giusto puoi riflettere sul nostro oggi in maniera intelligente.

Limitless
Clive Owen in The Knick.

Possiamo quindi dire che The Knick è l'anti-Downtown Abby?
Non la metterei su questo piano. Io ho avuto la fortuna di girare Gosford Park con Robert Altman, raccontava di un altro mondo come la campagna inglese, dove l'universo dei ricchi e quello della servitù erano magnificamente dipinti. Questa invece è New York nel '900, è un ambiente del tutto diverso.

C'è qualcosa del personaggio di John Thackery in cui in qualche modo si riflette la tua personalità?
Fortunatamente no. La ragione per cui ho scelto d'interpretarlo è la sua potenza drammatica, il suo ardore e il suo essere in qualche modo pericoloso per sé stesso e gli altri. È imperfetto, provocatorio, irrazionale. Questa è la sua bellezza, ciò che mi ha attratto. Alla mia prova costumi con Ellen Mirojnick, una leggenda nel settore, chiesi di provare qualcosa di un po' stravagante per Thackery, pur sapendo che magari non si addiceva all'abbigliamento dell'epoca. La sua risposta è stata: "Sei Thackery, puoi fare quello che ti pare!". Questo è lo spirito del personaggio, si sente come una rock star dell'epoca. È una persona arrogante, e nella seconda stagione lo esprimerà anche attraverso il suo abbigliamento.

Come sei riuscito a trasformarti in un chirurgo d'inizio '900?
Ci siamo documentati insieme con Steven attraverso migliaia di foto di operazioni chirurgiche che si effettuavano in quel periodo, e posso assicurare che la nostra rappresentazione è assolutamente realistica, non esagerata nel mostrare il sangue. Il consulente che abbiamo adoperato sul set insisteva addirittura per usare più sangue o metallo nelle scene di chirurgia. Il mio personaggio è ispirato da un vero chirurgo, William Halsted, e al libro a lui dedicato Genius on the Edge. Un genio sregolato che consumava enormi quantità di droghe per mantenersi costantemente all'apice del suo ingegno. Partendo da quello mi sono documentato con altri libri riguardanti quel periodo, ma la verità è che il materiale principale l'ho preso dalla forza delle sceneggiature. Perché, alla fine, non importa quante ricerche tu abbia fatto, interpreti comunque un ruolo in una partitura, e quello conta più di tutto.

Le scene in cui tu e il resto del cast operate sembrano impegnative...
Tutte le scene di chirurgia sono state complicate a livello tecnico, perché dovevamo eseguire tutte le procedure con accuratezza e insieme recitare i nostri dialoghi. Di solito le prime due o tre ore di riprese in quei giorni erano davvero difficili, anche perché il ritmo delle operazioni doveva essere serrato e determinava anche il tono della recitazione e della scena. Trovare il ritmo giusto era tremendo, sapendo che spesso Steven voleva girare magari un solo ciak.

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Clive Owen in The Knick.

Com'è lavorare con Steven Soderbergh?
È un privilegio lavorare con un artista che ha una visione così unica. E per "visione" intendo un'idea complessiva di cinema, in quando Steven dirige gli attori, sta alla macchina da presa, illumina la scena e alla fine monta il girato. A livello artistico e creativo non ha paura di nulla, ci siamo trovati subito d'accordo sul non avere freni nel rappresentare l'aspetto selvaggio di Thackery e di quel periodo.

Quanto influenza il timbro della recitazione girare così tante pagine di script al giorno, molte più della media delle normali produzioni televisive?
Se vuoi lavorare con Soderbergh devi stare al suo gioco, non puoi fare altro. Devi essere preparato e pronto a lavorare sodo. Sono della sua stessa idea, quindi non ho dovuto cambiare abitudini per quanto mi riguarda. È uno che non gira molti ciak e quasi nessuna copertura, ma al contrario di ciò che si crede, molti grandi registi lavorano in questo modo. Mike Nichols lavorava così, ti fa sentire vivo e partecipe. Le giornate di lavoro con Steven sono piuttosto corte, ma quando si gira si è concentrati al massimo, non c'è tempo per nient'altro. Ad esempio, non c'è un monitor sui suoi set: giri e passi alla prossima scena senza poter commentare ciò che hai fatto.

Una delle cose più affascinanti di The Knick è la colonna sonora...
La forza della musica di Cliff Martinez è che va contro il concetto di passato: al contrario della musica classica che avremmo potuto adoperare, i suoi suoni ci scagliano nell'immediatezza dell'azione, la rendono più contemporanea. È stata una scelta molto originale, che ci ha ispirato.

Ma il cast di The Knick non è soltanto Clive Owen...
Robert Altman mi disse che il novanta percento del lavoro di un regista è scegliere bene gli attori. Il livello degli interpreti di The Knick è incredibile, io non conoscevo nessuno di loro prima di lavorarci insieme e li ammiro tutti, dal primo all'ultimo. Il resto sta al gusto del regista, e il merito di averci messi insieme è di Steven.

Ultima domanda: sai già se girerete una terza stagione?
Al momento nessuno sa cosa succederà, ma mi piacerebbe ci fosse una terza stagione. Mi piace fare grandi lavori. Penso sia una grande opera, un gran momento di televisione. È sfrontata, coraggiosa, interessante. È grande intrattenimento e spiega magnificamente la vita di quell'epoca. Vorrei che il pubblico prima di tutto si divertisse.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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