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SanPa: scrutare nell'abisso e avere il coraggio di porsi domande invece che offrire risposte

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Troppo spesso, specie sui social, la miniserie documentaria su Netflix al centro del dibattito pubblico viene raccontata in maniera facile e schematica, attraverso le dinamiche algoritmiche degli opposti estremismi. Ma SanPa pone più domande di quanto non offra facili risposte.

SanPa: scrutare nell'abisso e avere il coraggio di porsi domande invece che offrire risposte

Come tutti quelli della mia bolla, anche io ho visto SanPa.
E, dopo aver letto praticamente tutto quello che ha prodotto la mia bolla, sui social o sui siti o sui giornali, anche io scrivo di SanPa.  Nella consapevolezza che sarà difficile aggiungere molto a tutto quello che è già stato detto, ma con alcune convinzioni piuttosto marcate.
Partendo dalle cose semplici e basilari, c'è da dire che SanPa è una docuserie molto ben fatta: complimenti, quindi, a tutti quelli che l'hanno realizzata. Anche se, andando a cercare un po' di peli nelle uova, la patina formale è a tratti un po' troppo standardizzata, e certe sottolineature di montaggio vagamente spettacolari quando si parla delle violenze sono inutili e un po' fastidiose. Un po' più di rigore avrebbe giovato.
E poi c'è da dire che SanPa parla di una sorta di rimosso riportato in maniera rapida e un po' sconvolgente a galla, costringendo il dibattito pubblico a fare i conti non solo con cosa sia stato e cosa è oggi San Patrignano, ma con tutto quello che riguarda la droga, la tossicodipendenza, il ruolo dello stato e della società nella loro lotta. E chissà che il grande dibattito apertosi attorno alla serie non possa sortire qualche effetto positivo, ricordando all'opinione pubblica e a chi siede nei palazzi che i problemi di cui si parla in SanPa sono ancora oggi tutt'altro che risolti, considerate diffusione delle sostanze e morti per overdose.
Con un andamento narrativo attento e studiato, le cinque puntate di SanPa raccontano la storia della comunità e di Vincenzo Muccioli seguendo la cronologia degli eventi, svelando progressivamente le tante ombre che hanno offuscato le luci dei successi di San Patrignano, del recupero di migliaia di tossicodipendenti, della gratitudine eterna di famiglie celebri e non. E quindi le catene, le segregazioni forzate, le umiliazioni pubbliche, fino ad arrivare ai casi limite del suicidio di Natalia Berla (c'è stato anche quello di Gabriele Di Paola, ma nella serie praticamente non se ne parla se non con qualche accenno, probabilmente perché la famiglia non ha voluto parlare) e dell'omicidio di Giuseppe Maranzano.
Il tutto attraverso un'analisi attenta delle contraddizioni incarnate da Muccioli, figura che a sua volta sintetizzava e rispecchiava, specularmente, quelle di tutta una società.

SanPa: il trailer

Sono convinto che il pregio principale di SanPa sia qualcosa che non tutti i commentatori hanno colto: il fatto che davvero, e non per ipocrita facciata, e al netto di qualche spettacolarizzazione censurabile, chi ha realizzato la serie abbia cercato di essere il più possibile oggettivo raccontando la storia di Muccioli e della sua comunità. E che davvero non abbia voluto assumere un atteggiamento partigiano né quando racconta delle buone intenzioni del fondatore e dei suoi risultati positivi, né quando ne sottolinea le derive pericolose.
SanPa, infatti, non racconta una comunità, o un Vincenzo Muccioli: racconta le tante cose che è stata San Patrignano nel corso del tempo, le sue trasformazioni, l'ipertrofia deforme che ha assunto anno dopo anno, la crescita incontrollata dovuta all'essere più microstato para-totalitario, che setta vera e propria, esistente perché lo Stato, quello vero, ha preferito delegare una funzione di sua spettanza alla comunità. E racconta l'evoluzione - o l'involuzione, se preferite - della personalità di Muccioli.
All’inizio Muccioli si presenta come il padre-padrone di una comunità familista (e non sempre la famiglia è luogo salvifico, come ha sottolineato Vanessa Roghi su Domani), emerso proprio negli anni in cui la trasformazione della società italiana vedeva il tramontare la figura del padre tradizionale (con tutto quello che questo ha comportato in termine di mancanza di riferimenti simbolici e psicologici nuovi) e il progressivo dissolversi delle funzioni protettive nel sistema sociale e politico, come fa notare su Facebook lo psicologo Luigi D'Elia. Col tempo, e al crescere della comunità e della sua popolarità, è scivolato in una deriva megalomane e ipertrofica dettata da una progressiva perdita di contatto con la realtà (anche con quella della sua stessa comunità) e di probabili disturbi della personalità.

In un'era dove gli algoritmi e le disuguaglianze spingono in maniera sempre più accelerata ogni opinione verso gli estremi dello spettro dialettico, dove ogni aspetto della vita pubblica e perfino privata pare affrontabile solo attraverso dinamiche da curva calcistica, SanPa sembra porre molte domande, oltre che raccontare alcune certezze. Ed è un peccato che a queste domande molti sembrino dare risposte scontate o preconfezionate.
La razionalità e l'illuminismo ci impongono di ammirare la placida lucidità di Vincenzo Andreucci, magistrato riminese coinvolto in entrambi i processi in cui Muccioli fu imputato: quello, cosiddetto, delle catene, e quello legato all'omicidio di Maranzano. Andreucci parla con tale calma e precisione che pare quasi non muovere la bocca, nascosta sotto una barba bianca d'incredibile candore, ed è precisissimo nel ricordare come abusi, violenze e violazioni della libertà e dei diritti individuali non possano essere tollerati in uno stato democratico e di diritto, e che era necessario e giusto perseguirli, ma sembra anche cosciente che quello stesso Stato, nella sua assenza, aveva lasciato quei vuoti riempiti spesso erroneamente da San Patrignano. E non è mai dimentico del fatto che, comunque, San Patrignano è stata salvifica per molte persone.

Anche per questo, senza sminuire il grande lavoro di ricostruzione d'archivio fatta dalla serie, il cuore pulsante di SanPa sono le testimonianze delle persone che vi sono state ospitate, e che ne sono uscite con maggiore o minore criticità rispetto ai suoi metodi.
E tra queste, quella fondamentale, quella che è cruciale per capire questa docuserie e quello che racconta, non è tanto quella di Walter Delogu, padre della conduttrice televisiva Andrea e primo grande accusatore di Muccioli e del "metodo" di San Patrignano, ma quella di Fabio Cantelli.
Tormentato e macilento, come in opposizione alla sicurezza un po' spavalda e all'abbronzatura di Delogu, e seduto sul bordo del letto in una camera d'albergo, e non sul divano di casa come tanti altri ex ospiti di SanPa che raccontano e si raccontano nella serie, Fabio Cantelli è quello che giustamente Luca Bizzarri ha definito sul suo profilo Facebook "uno che personalmente vorrei avere sul comodino ogni giorno per spiegarmi come vivere e che non è affatto 'contro' Muccioli."
Cantelli parla del suo ingresso a SanPa, dei suoi tentativi di fuga, della sua reclusione forzata, di come Muccioli gli abbia restituito una vita, permesso di studiare e comunicato in maniera sconvolgente e incredibile che era sieropositivo. Racconta del suo distacco dalla comunità, della ricaduta nella droga e del suo rientro, e del suo diventare portavoce e addetto alle pubbliche relazioni di San Patrignano, e dal distacco definitivo avvenuto proprio dopo quando, in quel ruolo, ha dovuto affrontare e gestire l'onda mediatica del processo Maranzano.

Nelle parole di Cantelli, sempre pesate, sempre sofferte, sempre intelligenti, c'è tutto quel che SanPa racconta in cinque episodi e in cinque ore di ricostruzione.
C'è l'amore e la disillusione (forse non odio) nei confronti di Muccioli e la dipendenza che dalla droga diventa dalla comunità; c'è la complessità e la trasformazione di San Patrignano in qualcosa di diverso da ciò che era agli inizi. C'è soprattutto, per dirla con lo stesso Cantelli, la realtà sconvolgente per la quale, in determinate ed estreme situazioni che portano la vita e la morte pericolosamente a contatto, determinate categorie di bene e male e di giusto e sbagliato possono e devono essere riviste: ciò che Giacomo Papi, sul Foglio, ha definito benissimo lo stare sempre "in bilico sull'abisso che separa (o tiene insieme) il bene e il male."
Quell'abisso che è stato San Patrignano, dentro il quale è necessario scrutare se non si vuole semplicemente tornare a casa con risposte preconfezionate e rassicuranti, in una direzione come dall'altra, e se non si vuole commettere quell'errore capitale commesso da San Patrignano e Muccioli e descritto proprio da Cantelli, che ricorda come "a un certo punto San Patrignano ha pensato che la sua immagine pubblica fosse più importante della libertà interiore, ma se chiudi la porta alla verità la chiudi alla vita, perché smetti di evolverti."

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