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La fine di una bella storia

Private Practice chiude una stagione da dimenticare con un finale straziante per il pubblico ma non per i suoi protagonisti. Resta la delusione per le belle promesse non mantenute.

La fine di una bella storia

C’è stato un momento durante l’ultimo episodio della terza stagione di Private Practice, andato in onda lo scorso lunedì sul canale satellitare FoxLife, in cui per un istante si è percepito un sentimento di rassegnazione sul volto commosso di Chris Lowell. Chi dalle recenti notizie aveva appreso in anticipo il modo ignobile in cui sarebbe terminata la sua storyline, in altre parole con la morte di Dell, non ha fatto fatica a leggere l’immensa delusione negli occhi di un attore che probabilmente, decidendo di abbandonare lo show, ha fatto la scelta migliore della sua carriera. Un’affermazione forte ma incontrovertibile se consideriamo l’assurdo percorso compiuto da Dell in questo terzo ciclo di episodi, il quale probabilmente non riuscirebbe a distinguersi neanche se allargassimo il discorso al resto della cricca di dottori.

Private Practice nacque tre anni fa con un’ambizione affascinante: permettere al personaggio interpretato da Kate Walsh, Addison Montgomery, di evolvere in modo più incisivo e naturale sacrificato com’era in quell’affollato ecosistema conosciuto come il Seattle Grace Hospital. Una notizia, la produzione di uno spin-off di Grey’s Anatomy, che fece cascare dalla poltrona parecchi dirigenti avversari vista l’allora crescita rapida del pubblico di Shonda Rhimes. Gli stessi che oggi riderebbero in faccia alla ABC per il modo in cui l’idea è stata effettivamente sfruttata. Una terza stagione senza né capo né coda. Addison più confusa di quanto non lo fosse prima del suo approdo a Los Angeles. Rapporti che nascono e muoiono alla velocità della luce senza riflessioni o confronti seri; neanche un’inconcludente sfuriata. Spazi riempiti da comprimari che non hanno una propria continuità e neanche dei precedenti. E un’indelicatezza generale che non ha risparmiato neanche la season finale, apparsa come uno spiacevole tentativo per far parlare la gente piuttosto che una ricchezza narrativa.

Una situazione assolutamente ridicola di cui si sono avvertiti in modo netto i contorni con l’immagine desolante della piccola Betsey, ora rimasta senza una madre e senza un padre. Neanche il più sadico degli autori sarebbe stato capace di fare meglio. E spiace dover dire che ciò non fa ben sperare sul futuro dello show, giacché è stato abbastanza palese, dallo sguardo di Addison, che la bambina non resterà a lungo con la zia; la mente del telespettatore non deve in nessun caso viaggiare più veloce di quella degli sceneggiatori. In Private Practice sembra come se nulla fosse importante o abbastanza sconvolgente. Un fan, che non è un robot e quindi si affeziona a un personaggio come se questo fosse una persona che esiste realmente, come può aver interpretato, se non negativamente, la scelta di permettere ad Addison di spogliarsi e gettarsi nelle braccia di Sam un istante dopo aver scaricato Pete e suo figlio - che per lei era più importante della loro relazione - con un’innaturale tranquillità nonostante anche lo shock per la morte di Dell?

Dell che era stato quasi del tutto estromesso dalle vicende della terza stagione a favore di un ridicolo tira e molla tra Charlotte, Sheldon e Cooper. Salvo poi rispuntare nella parte conclusiva della stagione quando, nel tentativo di soccorrere una gestante Maya, i due finiscono travolti da un guidatore ubriaco che sembra aver messo in pericolo soltanto la ragazza. Lei rischia di rimanere paralizzata, e al tempo stesso di perdere il bambino che ha in grembo. E mentre tutti le stanno intorno tentando disperatamente di salvarli entrambi, nessuno si accorge che, gettato su una poltrona, c’è un ragazzo che di quell’incidente non ha alcuna colpa, e che un’emorragia nella sua testa lo sta uccidendo talmente in fretta da non avere neppure il tempo di salutare chi pensava lo amasse.

L’unica nota positiva di questo groviglio di situazioni confuse e confondibili è Violet, forse la vera Addison di Private Practice. Sarà stata la sua abitudine a psicanalizzare qualunque evento le accade attorno, il personaggio interpretato da Amy Brenneman dimostra che da qualche parte, tra i suoi numerosi impegni come showrunner, c’è la capacità di Shonda Rhimes di fare grandi cose anche con Private Practice. Straordinaria, infatti, è stata la crescita di Violet in questo terzo ciclo, sicuramente non abbastanza evidente nell’ultimo episodio come lo era stato nei precedenti. Con lei è stato fatto un percorso di ricostruzione che ci aspettiamo, o meglio, ci auguriamo ora sia fatto con tutti gli altri personaggi. Sfasciata letteralmente nel finale della stagione precedente, quando una pazza le strappò il figlio dal ventre, Violet è stata ricostruita un pezzo alla volta, permettendole dapprima di venire a capo di se stessa, poi della sua professione, e del suo ruolo di madre. Rimaneva un’unica parte da ricollocare, e negli ultimi istanti del finale, durante una scena molto emozionante, a farlo è stato Pete (Tim Daly), quando ha permesso al cuore della donna di tornare a battere per lui.

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