Incontro con Michael Dobbs, il creatore di House of Cards

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Incontro con Michael Dobbs, il creatore di House of Cards

C'è una bellissima atmosfera nell'affollata sede di Fandango Libri, dove è atteso per un incontro pubblico organizzato da Fazi Editore e moderato da Giancarlo De Cataldo, Lord Michael Dobbs, ex chief of staff del governo conservatore di Margaret Thatcher, che passerà alla storia per aver creato, prima sotto forma di libro poi di due serie tv, uno dei maggiori - e meritati - successi televisivi di tutti i tempi, la straordinaria House of Cards. E Dobbs, simpatico, acuto e con un gran senso dell'umorismo, ripaga i presenti dell'attesa. Si dichiara felice e quasi commosso di questa accoglienza e di poter presentare i suoi due libri nel centro di Roma, di fronte a un pubblico appassionato che ringrazia più volte. L'uomo che, dopo aver visto una foto del premier italiano che acquistava i suoi libri, gliene ha inviato delle copie autografate con un biglietto, racconta, che diceva "le ricordo che è un'opera di finzione, non un manuale di istruzioni", si concede per quasi un'ora alla curiosità e alle interessate domande del pubblico. Questo un estratto di questo lungo e piacevole Q&A.

Come è nata l'esperienza di House of Cards, su carta e poi nelle due serie?

Lavoravo per una signora che avete forse sentito nominare, Margaret Thatcher. Dopo una discussione, lei mi ha cacciato dall'ufficio e la mia carriera e le mie ambizioni politiche sembravano andate in frantumi. Così sono andato con mia moglie in vacanza a Malta e abbiamo litigato per via del best-seller che stavo leggendo, perché era bruttissimo e io mi lamentavo per questo. Mi arrabbiavo moltissimo e mia moglie si arrabbiò molto con me. Mi disse, la cito: “smettila di essere così dannatamente presuntuoso, se pensi di poter fare di meglio allora prova a scriverne uno, ma non sono venuta in vacanza per la prima volta in due anni e mezzo per sentirti lamentare di questo libro!”. Così mi sono seduto a bordo piscina con un blocco, una penna e una bottiglia di vino, ed è stata un’esperienza traumatica, perché quando ho finito la bottiglia, sulla pagina c'erano solo due lettere, F.U., non so se sapete quello che significa in inglese ("fuck you", ndr). Quel F.U. è diventato il nome, Francis Urquhart e poi Francis Underwood e anche l'atteggiamento del personaggio: "non strappare mai al tuo avversario un braccio solo quando ne ha due”. Il libro è stato pubblicato col titolo di House of Cards 27 anni fa, ha cambiato la mia vita completamente e devo tutto alla mia ex moglie.

La BBC decise di farne una serie. Nella prima inquadratura il protagonista, l'attore Ian Richardson, attraversa una stanza e guarda una foto con Margaret Thatcher in una cornice d’argento, dice “niente dura per sempre” e la appoggia a faccia in giù sulla scrivania. Quella scena è andata in onda 3 giorni dopo che Margaret Thatcher era stata trascinata fuori da Downing Street in lacrime, e tutti pensarono che io lo sapessi. In realtà come sapete non fu un complotto, semplicemente accadde. Molti anni dopo mi chiamano dall'America per dirmi che sono interessati a farne una versione americana e mi dicono “abbiamo questi due signori, Kevin Spacey e David Fincher, che ne pensa?” Ho risposto “c’è davvero da pensarci?”. Era ovvio che sarebbe stata geniale.

Quali sono le principali differenze tra la serie del 1990 e quella attuale?

Nella serie inglese c'è più umorismo, si prende quasi in giro, la serie americana è molto più dark, è tutto bianco e nero, è davvero cattiva. Ci sono due grandi attori che interpretano due ruoli diversi in modo brillante. L’altra grossa differenza è che la versione inglese è stata fatta prima dell'era dei cellulari e quindi tutto è cambiato in quel senso. E poi con la BBC ho avuto problemi nella produzione, tanto che alla terza serie (trattasi di 3 miniserie in 4 puntate, ndr) ho chiesto di togliere il mio nome dai titoli, mentre la serie americana è stata la più appagante esperienza professionale di tutta la mia carriera. Non me lo aspettavo da Hollywood, ma è stato molto divertente. Quando vendi i diritti a Hollywood in genere è come vendere la tua casa, la comprano e aspettano solo che tu te ne vada. Invece mi hanno detto "è la tua casa, tu l’hai progettata e costruita, resta con noi, mangia con noi, dormi con noi, fai parte di questa avventura". E per questo è stata l'esperienza professionale più felice della mia carriera.

Si aspettava tanto successo?

Per me scrivere “House of Cards” è stata una specie di terapia, non mi aspettavo che venisse pubblicato, quasi non mi aspettavo di finirlo. E’ come scalare una montagna: migliaia di persone arrivano in vetta prima di te, ma quando lo fai tu per la prima volta e guardi giù, quel momento è strettamente personale, vuol dire qualcosa solo per te, per nessun altro. E questo è quello che pensavo di “House of Cards”. Anche quando l'ho scritto non avevo ambizione di diventare uno scrittore e di lasciare il mio ottimo lavoro. Poi la BBC l’ha portato sullo schermo. Com'è noto finiva con un grande climax, un confronto tra FU e la giornalista, Mattie Storin, che veniva uccisa. Mentre iniziavano a scorrere i titoli di coda cominciò a squillare il telefono, tutti mi chiamavano per congratularmi per la mia bellissima serie e io a dire che in realtà il merito era della BBC, non mio, ma il telefono ha continuato a suonare e alla fine mi sono dovuto assumere le mie responsabilità. Dopo mezzanotte squillò di nuovo ed era mia zia: “Michael, ho appena visto il tuo programma, hai permesso a quel bastardo di cavarsela!”. Quindi ho capito che dovevo scrivere di più su FU per dare a mia zia la sodddisfazione di vederlo, dopo un viaggio lungo e meraviglioso, fare la fine che meritava. E in quel momento il personaggio ha iniziato a vivere di vita propria.

Qualche politico si è riconosciuto e offeso?

Penso che gli unici a restarci male sono quelli che mi venivano a dire "sono io Frank, vero?" e io "no!", dando loro una cocente delusione. Il resto di loro mi ha invitato a eventi, alle loro campagne elettorali, mi hanno messo nella Camera dei Lord... mi chiedevo perché mi avessero chiesto di entrarci, pensavo che magari fosse per la bellezza dei miei libri e invece uno dei miei colleghi mi ha detto “no, in realtà è per dimostrare che abbiamo ancora il senso dell’umorismo". Lo confesso: sono stato io da solo a creare la cattiva reputazione dei politici di oggi, è tutta colpa mia. I migliori politici, quelli che noi consideriamo i migliori della storia non erano persone gentili, affettuose e generose, ma erano ambiziosi, ossessionati, determinati a conseguire i loro obiettivi a ogni costo ed è l'unico modo in cui in politica si possa portare a compimento qualcosa. In fondo scrivere fiction politica non è difficile: si prende la realtà e la si annacqua per renderla credibile.

Come vede il futuro di House of Cards?

Quando ho iniziato a scriverla a bordo piscina, 27 anni fa, non sapevo nemmeno se aveva un presente, figuriamoci un futuro! 27 anni dopo è più forte che mai. Forse sì, gli resta ancora qualche anno. La cosa fantastica ora è che è diventato un lavoro di squadra, non sono solo io, ci sono altre persone geniali, uno sceneggiatore fantastico come Beau Willimon, Kevin Spacey che ci ha messo tantissimo di suo e tantissimi altri che hanno contribuito a questo incredibile successo televisivo. Mr. Obama twitta sulla serie, il primo ministro Cameron la adora, il signor Renzi ha comprato i libri, è vista da milioni di persone ed è un grande successo anche in Cina, non ho idea di dove arriverà.

Nella terza stagione vedremo Frank Underwood aprirsi di più all'esterno?

E' vero, Frank interagisce col suo gruppo di lavoro ma sta molto rinchiuso. E' un problema della politica moderna il fatto che moltissimi politici sono rinchiusi nella loro piccola bolla. Una delle critiche maggiori e più giuste che si fanno ai politici in tutta Europa è che sono troppo distanti da tutti gli altri e la sfida è fare in modo che questa distanza diminuisca e i politici tornino in contatto con la gente. Nella terza stagione, che abbiamo finito di girare proprio questa settimana, vedrete Francis che esce da quella bolla e intraprende nuove avventure ma se vi dicessi quali sono poi vi dovrei uccidere.

Il rapporto tra Frank e Claire è così forte, insieme sono una coppia diabolica eppure affascinante.

Nel mio libro Frank era sposato, ma nella serie tv americana hanno portato quella relazione a un altro livello. Avrei voluto avere io quell'idea brillante. La relazione tra loro due è la spina dorsale attorno a cui ruota tutto quello che accade. Nella terza stagione ci sarà un'esplorazione ancora più profonda del loro rapporto. E' sorprendente vederli sul set mentre girano quelle scene elettriche, sono dei veri catalizzatori. Poi finiscono la scena e all’improvviso cominciano a ridacchiare tra di loro. Sono una coppia meravigliosa. Quanto alle sigarette di cui qualcuno mi chiedeva, sono una debolezza privata di Frank, un segnale di conflitto interiore. Lui cerca di smettere ma non riesce. Chissà, forse vorrebbe anche smettere di essere cattivo, ma non penso che ci riuscirà.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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