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Good Omens, la fine del mondo secondo Neil Gaiman: Intervista all'autore dietro la miniserie di Amazon

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Basato sul suo romanzo del 1990, il drama è in streaming dal 31 maggio.

Good Omens, la fine del mondo secondo Neil Gaiman: Intervista all'autore dietro la miniserie di Amazon

"Mi piace pensare che Buona Apocalisse a tutti!​ sia uno dei romanzi più divertenti mai scritti, sulla fine del mondo e sulla fine dell'umanità". Esordisce così Neil Gaiman, scrittore inglese amatissimo in tutto il mondo, autore insieme con il compianto Terry Pratchett del libro di successo - uscito ormai più di trent'anni - che ha ispirato la nuova miniserie evento di Amazon Prime Video Good Omens, disponibile in streaming dal 31 maggio.

Ambientato nel 2018, il dramedy fanta-apocalittico segue le vicende del demone Crowley (interprato dall'ex star di Doctor Who David Tennant) e dell'angelo Aziraphale (Michael Sheen, Masters of Sex), sulla Terra sin dall'alba dei tempi in veste di rappresentanti dell'Inferno e del Paradiso. Felici della propria vita tra gli umani, i due decidono di allearsi per evitare la venuta dell'Anticristo, un ragazzino cresciuto all'oscuro di tutto in un piccolo villaggio immerso nella campagna inglese. Non disposta a rinunciare alle proprie abitudini per fiancheggiare la guerra imminente, la strana coppia si imbarca così in una folle e colorata avventura per ritrovarlo e impedire l'Apocalisse. Ma il tempo stringe e il destino non sembra qualcosa che possa essere cambiato facilmente.

Abbiamo incontrato Gaiman a Londra, per una chiacchierata molto interessante sul libro e sulla miniserie.

Neil Gaiman

Good Omens è stato pubblicato negli anni '90 e lei ha dichiarato di recente che oggi è più rilevante che mai. Può spiegarcelo meglio?
Certamente. Ho scritto Good Omens insieme a Terry Pratchett esattamente 30 anni fa, e finita la prima stesura ci siamo guardati intorno e ci siamo resi conto che le cose, all'epoca, stavano andando piuttosto bene su questo pianeta: l'Armageddon era lontano, e così la fine del mondo. Mi piacerebbe poter dire la stessa cosa oggi, ma ci siamo davvero resi conto che fare l'adattamento di Good Omens ora sembrava davvero molto appropriato. Semplicemente, perché all'epoca sembrava fantasia pura l'idea di risolvere le cose scatenando una guerra. Invece è un'idea piuttosto comprovata. Anzi, sono passati trent'anni e non abbiamo risolto assolutamente niente, direi.

Tra lo scrivere il libro e adattarlo come sceneggiatura, che percorso ha fatto, sia a livello tecnico che emotivo?
Per me la differenza più grande è stata la mancanza di Terry Pratchett. Quando scrivevamo il libro, se a volte mi impantanavo, mandavo quello che avevo scritto a Terry, e siccome parliamo di molto tempo fa, lo salvavo su un floppy disk, lo mettevo in una busta e glielo spedivo. Lo stesso se mi capitava di scrivere qualcosa di davvero originale, chiamavo Terry. Ogni giorno parlavamo almeno per un paio d'ore. Sia del libro che per prenderci in giro. Quando ho scritto la sceneggiatura, l'ho fatto senza di lui. L'ho cominciata la settimana dopo il funerale di Terry. Quando niente era davvero divertente. E quando mi bloccavo, non c'era più lui ad aiutarmi. Mi manca davvero tanto.

Crede che il processo di adattamento per lo schermo aggiunga qualcosa alla storia piuttosto che toglierla? E ancora: mi incuriosisce sapere se scrivere una sceneggiatura sia per lei come scrivere un romanzo o se si avvicini di più all'esperienza creativa del fumetto.
Allora, scrivere un fumetto per me è come scrivere per immagini in sequenza, una sequenza di frames. Scrivere invece una sceneggiatura per attori in carne ed ossa significa anche immaginare come si muovono. Per questo c'è stata molta interazione con Douglas [MacKinnon, il regista].

Good Omens

Com'è nata l'idea di trasformarlo in uno show per la tv?
Terry e io avevamo questo accordo: che non avremmo fatto nessuna versione televisiva di Good Omens senza l'altro. Dovevamo farla insieme, o non farla affatto. Abbiamo cercato uno sceneggiatore a lungo, poi un giorno Terry si è ammalato. E mi ha scritto una lettera: 'Lo so che sei incredibilmente impegnato, ma questa storia è ridicola ormai. Devi scrivere tu la sceneggiatura di Good Omens. Io ho l'Alzheimer, non posso farlo, ma almeno la vorrei vedere. E tu sei l'unica persona che ha la stessa passione e lo stesso amore per Good Omens che ho io. Lo devi fare, perché io voglio vederla'. Non ho potuto dire di no. Non mi ha mai chiesto niente in 35 anni di amicizia, per cui gli ho risposto immediatamente di sì, e ho mollato tutto il resto. Avrei voluto ci fosse stato l'happy ending di Terry che riesce a leggerla, ma pochi giorni dopo avermi scritto quella lettera, è entrato in coma ed è morto poco dopo. È stato terribile dover scrivere in quello stato ed essere capaci di renderlo divertente. Perché il divertimento era appena morto.

Michael Sheen e David Tennant hanno un'intesa pazzesca!
Abbiamo visto crescere l'alchimia tra loro due proprio sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. La prima scena insieme non è stata così organica, poi hanno trovato questo ritmo ed è stato come se avessero iniziato a danzare insieme. E a quel punto è stato tutto davvero speciale. Inoltre, quando stavo scrivendo la sceneggiatura, ero determinato a non perdere mai di vista il fatto che sotto un certo aspetto fosse anche una storia d'amore tra Aziraphale e Crowley. Non voglio che la gente fraintenda, è una relazione che va avanti da seimila anni la loro, è un'amicizia strana, gloriosa sotto certi aspetti, e per me è stato un enorme piacere potergli dare nuova vita per la tv.

Good Omens

C'è un'aria vagamente à la Monty Python: deriva dal lavoro svolto con Terry Gillian o semplicemente è parte del DNA inglese?
A proposito di questo, devo ammettere che il tweet entusiasta di Eric Idle, uno dei padri fondatori del senso dell'umorismo britannico, su Good Omens, mi ha fatto davvero molto piacere. E credo che faccia parte del nostro DNA, sì.

C'è qualcosa, un soggetto, che la lascia letteralmente senza parole? Qualcosa su cui non può scrivere ancora?
C'è un argomento di cui parlo e ho parlato molto, ma ancora sento di non poterne scriverne, perché ancora non ho le parole per dirlo, ma su cui prima o poi scriverò un romanzo: i rifugiati. Quello che sta succedendo ora nel mondo, in tutto il mondo, dove 60 milioni di persone sono senza casa e forzate a lasciare il proprio paese, è qualcosa che dovrebbe essere negli impegni primari di tutti, e invece si fa finta di pensare che sia principalmente colpa loro. Pensate se l'Inghilterra o qualsiasi altro paese occidentale diventasse zona di guerra. Se c'è una cosa che ho imparato lavorando nei campi per rifugiati, con le Nazioni Unite, è che ci vuole davvero nolto per convincere le persone a lasciare il proprio paese. E la propria città. La gente non vuole andarsene. Quando decidono di andare, è perché davvero non c'è più nientr'altro. Niente che le faccia sopravvivere. Nemmeno un gatto o un cane randagio. Bon c’è più acqua, non c'è più niente. E ancora ti devi trascinare con tuo figlio per centinaia di chilometri. Questo è il fallimento completo del mondo, in empatia e compassione, da parte di chi non vuole vedere cosa sta succedendo. E questo mi lascia davvero senza parole. Ma sicuramente, a un certo punto, lo affronterò.



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