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Fran Lebowitz: Una vita a New York è un perfetto antidoto ai mali dei nostri tempi

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Nella miniserie documentaria Netflix di Martin Scorsese - che già aveva fatto parlare Fran Lebowitz di fronte alle sue telecamere dieci anni fa, ai tempi di Public Speaking - c'è un concentrato d'intelligenza, umorismo e lucidità che tutti dovremmo prendere ad esempio.

Fran Lebowitz: Una vita a New York è un perfetto antidoto ai mali dei nostri tempi

Mentre passeggia dentro e attorno l’enorme diorama di New York che venne realizzato da Roger Moses per la World's Fair del 1964 (lo stesso utilizzato da Todd Haynes per il suo Wonderstruck, Fran Lebowitz dice di non capire come mai certa gente si senta così provocata e irritata dalle sue opinioni.
Di opinioni Fran Lebowitz ne ha molte. Moltissime. Su un sacco di argomenti: da come si dovrebbe comportare la gente camminando per New York fino allo sport (che non le piace, non capisce e non le interessa), passando per i libri, i computer, il fumo, i giovani, gli anziani, i mezzi pubblici della sua città, il politicamente corretto, le vacanze, gli aerei, gli appartamenti e il femminismo. Giusto per fare qualche esempio.
E tutte queste opinioni che ha, Fran Lebowitz, le esprime nella maniera più netta, diretta e divertente che si possa immaginare. Per usare una frase fatta, non è una che ha peli sulla lingua, Fran Lebowitz, e non è nemmeno particolarmente diplomatica, per usare un eufemismo.
E, dice lei, non si capisce perché certa gente si senta offesa da quello che dice. Non ha alcun potere, lei, spiega Fran. Non è che le cose che dice diventino regole, o leggi, o imposizioni per gli altri. E allora, si chiede? Perché diavolo la gente se la prende così tanto? Chi sono io? Prendo decisioni per voi, forse?

Questa riflessione qui, esposta con tutta l'ironia e l'intelligenza di Fran Lebowitz, mi ha colpito molto, perché mi pare centrare alcuni punti nodali dei nostri tempi, tutti interlacciati gli uni con gli altri: il sentirsi offesi da opinioni diverse dalle nostre; il timore di dire le cose che pensiamo veramente; quella sorta di sudditanza psicologica che molti provano nei confronti delle opinioni di gente considerata "importante".
Il che, in estrema sostanza, potrebbe essere descritto come la crisi della dialettica e dell'intelligenza di cui abbiamo esperienza tutti, tutti i giorni, nella nostra vita reale, in quello che leggiamo sui giornali e vediamo alla tv, nelle nostre esistenze online. Quando tra gli estremi delle dispute da pollaio tra opposte tifoserie che basano le proprie opinioni sul preconcetto e il cieco rispetto di dogmi ideologici si espandono praterie fatte di silenzi, ipocrisie e ignavie assortite.
Lo dice proprio Fran: oggi non potrebbe emergere una come lei, perché non viene permesso. Oggi le persone sono: o incredibilmente e follemente critiche riguardo cose idiote come il taglio di capelli di qualcuno, o esageratamente prodighe di lodi e complimenti nei confronti di chiunque.
Allora ecco che Fran Lebowitz, così come è e così come è raccontata in Fran Lebowitz: Una vita a New York, è il più puro antidoto a tutto questo. È una boccata d'aria fresca d'intelligenza, lucidità, umorismo, dialettica, e totale indipendenza da ogni dogma e ogni preconcetto.
Buon senso, anche, se queste due belle parole e la bella cosa che stanno a significare non fossero state irrimediabilmente rovinate dall'uso che ne ha fatto un politico italiano.

Questa docuserie di Martin Scorsese (che la costella di frammenti di repertorio e musiche bellissime) è il secondo lavoro del regista su Fran Lebowitz, arriva a dieci anni da Public Speaking, che venne realizzato per la HBO, e trova anche il modo di neutralizzare quell'insopportabile abitudine di Netflix di farti passare all'episodio successivo della serie che stai vedendo non appena partono i titoli di coda. E forse ha ragione Guia Soncini quando, su Linkesta, scrive che anche Una vita a New York è vittima dell'imperativo netflixiano di allungare ogni brodo, e poteva essere fatta anche di meno puntate; ma è anche vero che di Fran Lebowitz e delle sue parole c'è ancora più bisogno oggi di quanto non ce ne fosse dieci anni fa, ai tempi di Public Speaking, che durava meno della metà di questa miniserie.

Di fronte a Fran Lebowitz puoi ridere nel modo scomposto di Scorsese, che mentre parla con lei ogni tanto scoppia in risate irrefrenabili, si contorce, diventa tutto rosso in viso, rantola, e quasi hai paura gli possa prendere un colpo, per colpa di tutto quel ridere.
Oppure, reazione opposta ma ugualmente comprensibile, puoi quasi deprimerti un po', perché tu non ce l'hai più attorno, tutta quell'intelligenza e quella lucidità, e quel ferreo e cortese rifiuto di piegarsi a ogni luogo comune, a ogni moda, a ogni parlare secondo preconcetti e ideologie e senza pensare e saper riconoscere e vedere le cose come stanno veramente, e non come vorremmo che fossero o qualcun altro ci dice siano. Belle o brutte, intelligenti o cretine che siano.

Di fronte a Fran Lebowitz puoi essere invidioso della vita straordinaria di questa donna che, arrivata a New York negli anni Settanta dal New Jersey, senza un diploma e con quattro soldi in tasca, ne è diventata un'icona e un simbolo, e ha conosciuto praticamente chiunque e qualunque luogo della cittò, ha visto Alì sul ring incrociare i guantoni con Frazier grazie a Frank Sinatra (e alla sua fidanzata di allora), ha lavorato con Andy Warhol (non andandoci d'accordo), è stata amica di Charles Mingus ed è amica di Martin Scorsese e Toni Morrison, e dialoga sui palchi di New York e di tutto il paese con Alec Baldwin, Spike Lee o Olivia Wilde. E che è stata tanto sconsiderata (o coraggiosa, o ottimosta) da comprare un grande appartamento che gli costa tre volte quello che si può realmente permettere per poter avere spazio per la sterminata collezione di libri, e non farci entrare praticamente nessuno, a parte quei pochi, pochissimi che gli sta bene entrino in casa sua.
E ti può venire voglia di vivere New York come l'ha vissuta e la vive lei. O semplicemente di andarci, specie in questo periodo qui, dove viaggiare è un'utopia.
Perché, come dice Fran Lebowitz, a New York c'è tutto.
Perché New York è l'America, è l'Occidente, è il nostro mondo. Una rappresentazione in scala del nostro mondo, attraversata e dominata dall'intelligenza, dall'umorismo e dalla lucidità di Fran Lebowitz.

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