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The Knick - recensione dei primi due episodi del medical in costume di Steven Soderbergh

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Una serie affascinante che rielabora uno dei generi più popolari della tv.

The Knick - recensione dei primi due episodi del medical in costume di Steven Soderbergh

Da General Hospital fino al Dottor House, passando per ER e Grey's Anatomy, le serie di ambientazione ospedaliera, nel loro differente approccio al mix tra questioni lavorative e private, storie d'amore e tecnicismi medici, il medical è sempre stato uno dei generi che hanno segnato le sorti e il successo della lunga e variegata storia dei serial televisivi.
Nata in un momento cruciale nell'evoluzione del linguaggio delle serie, delle loro potenzialità e delle risorse a loro disposizione, The Knick sembra voler rivendicare il primato dei medical, da qualche anno messo in discussione da successi horror, drammatici o polizieschi, sintetizzandone e distillandone con un'abilità quasi diabolica le diverse anime ed elevandole con una qualità registica e di scrittura forse senza precedenti per il genere nel tentativo di travalicarlo.

Ambientata nella New York del 1900, all'interno del leggendario Knickerbocker Hospital (da cui il titolo), la serie diretta integralmente da Steven Soderbergh e creata da Jack Amiel e Michael Begler, sceneggiatori di quasi tutte le puntate, non mescola infatti medical e period drama solo per vezzo narrativo, ma chiarisce fin dai primissimi episodi che la sua ricostruzione delle fondamenta della medicina e della chirurgia moderne va di pari passo con quella della società statunitense tutta.

Dando per l'ennesima volta ragione al Fincher che sostiene che se vogliono raccontare personaggi oggi si deve usare la tv e non il cinema, The Knick mette assieme un insieme di figure affascinanti e profondamente simboliche, raccontandoli da subito in tutte le loro sfumature e le loro contraddizioni.
Basterebbe l'apertura del primo episodio, che ci sbatte subito davanti agli occhi un protagonista, interpretato da Clive Owen, raccontato prima come oppiomane e cocainomane e solo dopo come bizzoso, irascibile, determinato e genialoide chirurgo messo a capo dell'ospedale.

Al fianco di questo ibrido tra House, Holmes e Frank Underwood, che associa hybris e professionalità, due medici fedeli, un direttore sanitario indebitato con la mala, portantini che gestiscono i malati mafiosamente, giovani ereditiere idealiste e un medico nero brillante ma vittima di un razzismo esplicito e sprezzante, e per questo accantonato. E ancora infermiere insicure, suore che praticano aborti clandestini e una New York che è (come sempre) personaggio fondamentale, affascinante, leoniana e contraddittoria.

A fianco di scene di chirurgia che fanno impallidire il take tarantiniano di ER, e tecnicismi alla House, The Knick alterna una serie d'intrecci dai quali sembra eslcluso (ma solo al momento) il romanticismo, e dove invece è il dramma interiori di ogni personaggio, l'energia che nasce dalla discrepanza delle loro immagini pubbliche e private a farla da padrone.

Mettendo in scena questo materiale Soderbergh fa quello che sa fare meglio: gira con enorme rotondità una storia spigolosa, applicando il suo camaleontico marchio autoriale in uno sguardo (letteralmente) chirurgico e curioso, morbido e indagatore.
E il suo stile così moderno, enfatizzato dalla notevole la colonna sonora elettronica di Cliff Martinez, non fa altro che annullare il secolo abbondante che separa la storia di The Knick dall'oggi e mostrare l'inquietante aderenza dei due piani temporali.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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