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Guardate Fleabag perché... perché... non lo so perché. Sono fatti miei (e di quel genio di Phoebe Waller-Bridge)

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Una personale riflessione sulla serie più bella, intelligente, divertente e commovente che potrete vedere in streaming. Su Amazon Prime Video.

Guardate Fleabag perché... perché... non lo so perché. Sono fatti miei (e di quel genio di Phoebe Waller-Bridge)

Capita a volte - rare, rarissime volte - d’imbattersi in delle cose così belle che dopo averle viste (o lette, o ascoltate) nemmeno hai voglia di scriverne. Che mentre le vedi (o le leggi, o le ascolti) l’esperienza è così forte, e totalizzante, che se poi devi raccontarle a qualcuno, spiegargliele, stai lì tutto bloccato, perché sai bene che niente di quello che potrai fare sarà in grado di restituire la bellezza, e la complessità, di quella cosa che ti ha rapito.
Non riesco a pensare a un termine migliore di “rapimento”, per descrivere l’effetto che ha avuto Fleabag su di me.
Forse solo una dipendenza compulsiva può essere paragonata alla voglia che avevo, arrivata sera, di spararmi la dose quotidiana di episodi. Due al giorno, ma di più: un po’ perché tanta bellezza andava centellinata, un po’ perché magari la vostra no, ma la mia vita quotidiana - tra lavori, famiglia, amici, scuole e weekend vari - è tanto piena e complicata da non lasciarmi tempo per vedere molto di più.
Allora non vedevo l’ora arrivasse il buio, l’aria rinfrescasse e la casa diventasse finalmente silenziosa per aprire il portatile e premere play, e vedere cosa avrebbe combinato la protagonista, e sentire lo stomaco annodarsi, e poi quel nodo sciogliersi in una risata irrefrenabile, per poi formarsi di nuovo nell’incessante succedersi della tragedia e della farsa della vita.

Ci ho messo tanto ad arrivare a Fleabag.
Un po’ per via della complicazione della vita di cui sopra; un po’ perché sulle serie nutro un tasso di scetticismo maggiore di quanto non mi capiti di fare sul cinema; un po’ perché quando tutti ma proprio tutti, specie sui social, parlano di qualcosa, un bastiancontrarismo vagamente infantile s’impadronisce di me, e mi porta a rifiutarla.
E poi però ci sono arrivato, e non me ne sono staccato più fino alla fine. E anche ora che è finita, ci ritorno col pensiero, di continuo, perché una cosa fatta così bene era molto tempo che non la vedevo.
L’ultima a ossessionarmi allo stesso modo è stato un film fluviale e bellissimo, che con Fleabag non ha molto a che vedere, o forse sì, se ci si pensa bene. Un film argentino che s’intitola La flor e dura la bellezza di quattordici ore, nel corso delle quali t’immergi in un mondo dal quale non vorresti più uscire. Come quando guardi Fleabag.
Le due stagioni della serie di Phoebe Waller-Bridge messe assieme non ne durano nemmeno sei di ore, invece, e per me è anche questa parte della sua grandezza: la sua capacità di essere sintetica ed essenziale laddove - nel mondo delle serie e dello streaming - tutto sbrodola immancabilmente, e si protrae senza capire quando è il momento di dire “basta.”
Ma mettiamo anche da una parte la durata degli episodi e di tutta la serie.
Perché alla fine le cose importanti di Fleabag sono altre, e stanno tutte nella scrittura - che è straordinaria - e nella recitazione degli attori. Waller-Bridge in testa, ovviamente, che quando rompe la quarta parete e ammicca, fa i sorrisini o gli sguardi preoccupati è irresistibile, e che riesce sempre a essere ficcante, sarcastica e divertente senza mai dimenticarsi di mostrare in qualche modo sottile tutta la sua irrimediabile fragilità, e anche il contrario.
Anche questa è però, in fondo, tutta scrittura, in una serie che va avanti senza sosta grazie ai dialoghi e all’azione: anzi, all’azione che nasce dalla parola, che non è mai stata così centrale dai tempi di The Newsroom proprio perché, lì come qui, è al centro di tutto ma per mostrare, spesso e volentieri, la sua incapacità di essere esaustiva nelle descrizioni possibili del mondo e dei sentimenti. La parola di Fleabag è insufficiente a comprendere (in entrambi i sensi, quello di contenere e di capire) il mondo di Fleabag, perché in fondo parliamo di una protagonista e della sua inadeguatezza, vera o percepita, alla vita e all’amore, che poi sono invariabilmente la stessa cosa.
E allora è forse anche per questo che, finita Fleabag, ho trovato e trovo così difficile scriverne.

Cosa devo dire, io, di Fleabag e della sua autrice, se non che è un genio, e che la serie è perfetta? (Perché ci penso e ci ripenso, ma un difetto non so trovarglielo, e se non sono oggettivo, francamente, me ne infischio.)
Cosa devo dire se non che con umorismo tutto britannico - quello che, quando è buono, è il migliore del mondo - fa a pezzi la famiglia in maniere tutte nuove e creative, per poi riattaccarla assieme in maniera altrettanto originale, e che finalmente parla di femminismo e indipendenza femminile con un’intelligenza acuta e al passo coi tempi, senza stare appresso alle nenie ideologiche di troppi anni fa? Che è capace di parlare del lutto nelle pieghe del racconto con una potenza inaudita? Che, nel racconto di come sesso e sentimenti viaggino paralleli o intrecciati nella vita della sua protagonista, e nella storia col prete della seconda stagione in particolare (ma anche con quella di Boo nella prima, con appendice nella successiva), mette a nudo in maniera urticante e irresistibile la nostra debolezza, il nostro bisogno d’amore, e il modo in cui dimostra che c’è sempre una speranza, non importa quali siano i nostri dolori, o quali le volpi che ci inseguono?
Forse, tra le tantissime che non ho avuto la forza di appuntarmi, perché troppo preso dalla visione, le battute che più mi sono rimaste impressa di Fleabag non sono tanto le dichiarazioni del finale, ma da un lato quella che parla del perché ci sono le gomme sulle matite (“perché le persone fanno errori”), e dall’altro quella rivolta dal padre di Fleabag alla figlia, quando gli dice - più o meno - che lei di tutti loro è quella che sa amare meglio, e proprio per quello lo trova, l’amare, così doloroso.
Dell’amare (anche noi stessi, mica solo gli altri), e del fare errori. In fondo in fondo è solo di questo di cui parla Fleabag. “Solo” per modo di dire, poi. Perché lì in mezzo, tra quelle due cose che forse sono una sola, ci siano tutti noi, e tutte le nostre vite, in tutta la loro sconquassante complessità.

Le due stagioni di Fleabag, scritte, prodotte e interpretate da Phoebe Waller-Bridge, sono disponibili in streaming in Italia solo su Amazon Prime Video.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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