Ratched: Recensione della nuova serie di Netflix sulla cattivissima infermiera di Qualcuno volò sul nido del cuculo

16 settembre 2020
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Con la scusa di voler fare la origin story della cattivissima Mildred Ratched di Qualcuno volò sul nido del cuculo, la nuova serie tv di Ryan Murphy frulla noir, mélo, thriller, Hitchcock, Twin Peaks e soap opera per raccontare un'America folle e malata. Ecco la nostra recensione.

Ratched: Recensione della nuova serie di Netflix sulla cattivissima infermiera di Qualcuno volò sul nido del cuculo

Siamo nel 1947. Un giovane uomo massacra quattro preti cattolici nel loro appartamento. La sua è una vendetta. Nella furia omicida, non si rende però conto di aver lasciato un testimone, e viene arrestato.
Stacco.
Una donna si presenta per un colloquio di lavoro presso un ospedale psichiatrico del nord della California, a Lucia, nella Contea di Monterey, poco lontano da San Francisco. Nessuno ricorda di aver preso quell’appuntamento, ma la donna è abile e determinata, e riesce a farsi ascoltare prima, e lavorare come infermiera nella struttura poi.
La donna si chiama Mildred Ratched. L’ospedale psichiatrico è lo stesso in cui verrà portato, per una perizia, il folle omicida. E che Mildred abbia così risolutamente voluto un posto proprio lì, nell’ospedale psichiatrico di Lucia, non è un caso.

Mildred Ratched: dalla New Hollywood a Netflix

Chiunque abbia visto Qualcuno volò sul nido del cuculo, capolavoro diretto nel 1975 da Milos Forman, ricorda il personaggio dell’infermiera Ratched almeno quanto il protagonista McMurphy. E non solo perché l’interpretazione di Louise Fletcher (da Oscar, letteralmente) non aveva molto da invidiare a quella di Jack Nicholson. In quel film simbolo di un’intera stagione cinematografica, quei due personaggi erano la rappresentazione quintessenziale del conflitto primario che quel cinema raccontava: quello tra un Sistema crudele, inumano e insensibile, è la spinta disperata e anarchica verso un cambiamento che già si sapeva impossibile, nel nome di un’umanità dolente e disperata.
In quel film, ambientato nel 1963, Mildred Ratched non era solo crudele, inumana, insensibile: era perfino sadica. Era un vero e proprio mostro.
In Ratched, serie tv firmata da Ryan Murphy e Evan Romansky, in cui è interpretata - benissimo - da Sarah Paulson, Mildred è spietata, determinata a passare sopra a ogni ostacolo (e a ogni cadavere) per arrivare dove vuole arrivare, ha già subito gravi traumi in passato che l’hanno resa la perversa manipolatrice che è, ma ancora non ha abdicato alla sua umanità, che emerge in più di un'occasione, né la si può accusare di sadismo. E sarà così anche alla fine di questi otto episodi che ne raccontano la origin story, certo, ma che in fondo con quella Mildred, e con Qualcuno volò sul nido del cuculo, non hanno nulla a che spartire.

Ratched: da Hitchcock a Twin Peaks, passando per De Palma

Ryan Murphy è uno degli uomini d’oro della serialità americana contemporanea. Lo è grazie a serie come Nip/Tuck, Glee, American Horror Story, Feud e Hollywood: serie che, in un modo o nell’altro, si riflettono tutte dentro quel grandioso e ambizioso caleidoscopio che è questa nuova Ratched.
Ma l’impressione è che quel che stava davvero a cuore a Murphy - molto più che il replicare e condensare in una nuova serie tutte le sue ossessioni tematiche ed estetiche, molto più che stabilire un qualsiasi legame con la storia e i personaggi del film di Forman e del romanzo di Ken Kesey da cui era stato tratto (cosa che di fatto, nome della protagonista a parte, non fa minimamente - era realizzare il suo Vertigo, il suo La donna che visse due volte. Sia nel senso di dare vita a un suo personale omaggio al più esplicitamente psicanalitico, e per molti il migliore, dei film di Alfred Hitchcock, sia in quello di fare di Ratched la vetta psicanalitica e artistica della sua produzione.
A far venire rapidamente alla mente il capolavoro hitchcockiano, fin dal primo episodio (diretto dallo stesso Murphy) non sono solo certe ambientazioni nord-californiane, o lo stile di case ed edifici che vengono mostrate, o l’ambiguità identitaria della protagonista, ma anche quella di praticamente tutti gli altri personaggi, ma addirittura uno degli elementi più noti e caratteristici di La donna che visse due volte: l’uso del colore.
Fin dal primo episodio, il colore dominante di Mildred Ratchet in questa serie, quello al quale spesso l’immagine che la ritrae viene virata, quello che contraddistingue il suo abbigliamento, la sua auto, i luoghi che visita, è il verde: che poi è il colore della rabbia, della distorsione della realtà, di qualcosa di spettrale. E le musiche di Ratched, costantemente, non fanno altro che richiamare alla memoria quelle di Bernard Herrmann.

A quelli a Hitchcock, però, rapidamente Murphy associa riferimenti più ampi e complessi, utili per cercare di descrivere la sovrabbondante complessità tematica e formale di una serie come Ratched. A partire da quelli del più hitchcockiano dei registi contemporanei, ovvero Brian De Palma, che non solo viene tirato in ballo attraverso l’uso di sporadiche ma assai significative scene in split-screen, ma anche in una stilizzazione formale che si fa sempre più evidente, puntata dopo puntata, e sull’accento super-esplicito che viene posto in ogni dinamica tra personaggi sulla sessualità, sul potere che esercita, e ancora di più sulle varie forme perverse che può assumere.

Perversione: un’altra parola chiave, in Ratched. Perversione, e malattia mentale.
Quando non esplicitamente psicotici o perversi, quasi tutti i personaggi di Ratched sono caratterizzati da una profonda assenza di moralità, e non esitano a utilizzare le stesse tecniche della protagonista (il ricatto, la manipolazione, la coercizione esplicita oppure quella subdola) per portare avanti i loro piani, per raggiungere i loro scopi: dal Governatore della California interpretato da Vincent D’Onofrio all’infermiera Betsy Bucket (una straordinaria Judy Davis, che all’inizio della serie sembra una sorta di prototipo della Mildred del film di Forman, rappresentando quindi probabilmente un imprinting per quella della Paulson), passando per la socialite Lenore Osgood di Sharon Stone.

I complessi e opachi intrecci tra tutti questi personaggi sfiorano spesso dinamiche da soap opera, e l’atmosfera di surrealtà che Murphy ha voluto come caratterizzante di molte scene e situazioni, potrebbe perfino spingere a qualche confronto con le due stagioni originarie di Twin Peaks, ma va detto che Murphy non spinge  troppo su questo pedale, né ha le capacità per farlo. Così come certe stilizzazioni, l’uso degli spazi, delle luci e delle scenografie, rimane inferiore a quanto, ad esempio, fatto da Paolo Sorrentino con The Young Pope e The New Pope.

Oh Carol

Come tutte le serie di Murphy, anche Ratched ha toni esplicitamente queer, ma è anche quella in cui più che in tutte le altre le donne sono il vero e sostanzialmente unico motore della storia e dell’azione. Gli uomini, in questa serie, sono pazzi e sadici, o inetti e troppo morbidi: due esempi per tutti, il dottor Hanover di Jon Jon Briones, un instabile pioniere della lobotomia e dellipnosi con pericolose inclinazioni alla tossicodipendenza, a capo della struttura psichiatrica nella quale Mildred, che lo avrà in pugno da subito, si fa assumere; e l’infermiere Huck, sfigurato eroe di guerra troppo buono per avere un ruolo davvero attivo nelle vicende.
Sono le donne, a dominare la scena: Mildred, Betsy, Lenore, ma anche Gwendolyn (Cynthia Nixon), assistente del Governatore che si legherà in maniera ossessiva a Mildred. E molte sfumature del loro rapporto, che diverranno sempre più esplicitamente saffiche, sembrano guardare a un altro modello esterno: quello del Carol di Todd Haynes, ambientato in anni - l’inizio degli anni Cinquanta - che non sono affatto lontani da quelli di Ratched, il cui ultimo episodio racconta eventi che si svolgono appunto nel 1950.

Sotto il vestito niente (a parte la follia)

Ratched è una serie dai valori produttivi innegabili: fotografia e scenografie sono curatissime, fin troppo, nell’ossessione di raccontare un mondo malato attraverso la sublimazione estetica delle geometrie e dell’art-déco che non sempre raggiunge i suoi scopi.
Conta su un cast di alto livello: svettano Paulson e Dixon, ma non sono da meno tutti gli altri interpreti finora citati, cui vanno aggiunti anche Sophie Okonedo, Amanda Plummer e Alice Englert.
L’impressione complessiva, però, è che sotto alla forma e alla recitazione Ratched sia una serie che nasconde ben poco, confermando così quella per cui Murphy è un abile narratore ma soprattutto un furbo esteta, e un astuto assemblatore di temi e situazioni che puntano a perturbare lo spettatore ma sempre e solo a livello superficiale, attraverso facili provocazioni, senza mai davvero voler scalfire alcuna sicurezza, senza mai chiedere un reale e profondo coinvolgimento con un racconto esplicito e privo di tematiche sottostanti.
Ratched può essere avvincente, più essere divertente - lo humor nero, sottile, è forse l’elemento più riuscito della serie - ed è sicuramente ben scritta nei dialoghi.
Ma nel frullato che fa di noir, mélo e thriller, nello spezzatino di riferimenti e di tematiche, con quella femminile e queer a farla da padrona, come sottolineato in precedenza, finisce con il dare troppo poco risalto a quello che è invece è il suo elemento fondativo, e più interessante: quello di essere il ritratto di un’America (l’America di allora, quella della Ratched del Cuculo, e quella di oggi) fondata sulla psicopatologia dei suoi attori principali, sull’inganno e sulla menzogna, sulla manipolazione e sulla violenza.
“I veri mostri vengono creati, non nascono tali”, si dice nella serie, ed è vero: peccato che Murphy pensa sia sufficiente giocare al burattinaio (vedere episodio 6, “Got no strings”, per credere), per raccontarlo al suo pubblico in modo credibile ed efficace.   



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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