Prisma, indefinibile e universale, è la serie che l'Italia meritava: la recensione

26 settembre 2022
4,5 di 5
73

Ludovico Bessegato e Alice Urciuolo fanno centro raccontando una generazione che vuole provare, scoprire, e trovare la propria unicità nell''apeiron', l'infinito che tutto ingloba: la nostra recensione finale.

Prisma, indefinibile e universale, è la serie che l'Italia meritava: la recensione

"Vogliamo vedere che succede?", dice a un certo punto Nina (Caterina Forza) ad Andrea (Mattia Carrano) in Prisma. E in questa semplice domanda è racchiuso tutto il senso della serie, che poi è la premessa da cui sono partiti anche gli autori Ludovico Bessegato e Alice Urciuolo: ascoltare, capire senza giudicare, provare e magari anche sbagliare, porsi mille domande e darsi zero o poche risposte. E vedere che succede a portare in scena una generazione di ragazzi che si mettono in discussione ogni giorno, e ogni giorno abbracciano un colore diverso della propria anima. Prisma, serie originale italiana di Prime Video arrivata in streaming il 21 settembre, è il tassello che mancava nell'ormai vastissimo panorama della serialità italiana. Una serie necessaria e allo stesso indefinibile, proprio come indefinibili sono i suoi protagonisti: adolescenti che semplicemente vivono e non chiedono il permesso a nessuno. Che sono speciali non per meriti particolari ma solo perché unico è il viaggio alla scoperta di sé che ciascuno di loro compie. Finora nessuno, nel nostro Paese, li aveva resi protagonisti e aveva dato loro voce come ha fatto Prisma. Ora finalmente si vedono rappresentati sullo schermo. E mai come oggi la rappresentazione - al cinema, in tv, a teatro, persino tra i banchi del Parlamento -  conta eccome, in un mondo dove ci si sente sempre troppo spesso incompresi e soli.

Prisma

Essere unici nell'infinito: Gli adolescenti di Prisma, recensione

Non basterebbe un dizionario per descrivere i protagonisti di Prisma che sono molte cose insieme, sinonimi e contrari, indeterminati e illimitati. Proprio come l'apeiron che alcuni di loro trovano tra le pagine del loro libro di filosofia: l'archè da cui tutto deriva e che tutto comprende teorizzato dal filosofo greco Anassimandro. Gli autori fanno proprio questo affascinante concetto filosofico per presentarci i loro personaggi, lontani da qualsiasi stereotipo. Ci sono i gemelli Andrea e Marco (entrambi interpretati dalla bellissima sorpresa Mattia Carrano), il primo all'apparenza sicuro di sé ma attraversato da profonde inquietudini, il secondo all'apparenza timido ma determinato e metodico; c'è Carola (Chiara Bordi), che potrebbe essere la classica ape regina della scuola, ma non lo è; c'è Nina (Caterina Forza), battagliera e fiera che scopre con sorpresa di essere più di quello che mostra di sé; c'è Daniele (Lorenzo Zurzolo in un ruolo che sembra essergli stato cucito addosso), fuori baldanzoso e dentro riflessivo. Tutti loro, insieme agli altri adolescenti del gruppo, sono l'affresco della Generazione Z. Una generazione che rifiuta le etichette e, non senza rompicapi e notti insonni, traccia strade nuove da percorrere e osa farsi domande (su chi si vuole essere, sulla propria identità, sul rapporto con il proprio corpo) andando oltre i confini tracciati da chi l'ha preceduta.

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Ludovico Bessegato e la tecnica al servizio del messaggio

Ludovico Bessegato, reduce dalla fortunatissima SKAM Italia (una serie a suo modo rivoluzionaria, ma pur sempre un remake da un format norvegese), fa finalmente qualcosa di suo regalandoci una lezione destinata a durare nel tempo. La regia è molto personale e riconoscibile eppure non sovrasta mai le interpretazioni degli attori. Accompagna, piuttosto, il loro percorso enfatizzando i risvolti chiave senza aver paura di osare, quando necessario. La colonna sonora (dai brani trap, all'evocativa Lontano lontano di Tenco fino alla delicatissima (No One Knows Me) Like the Piano di Sampha), la fotografia (calda e quasi fiabesca nei flashback, fredda e più radicata alla realtà nel presente) l'ambientazione a Latina (una città interessantissima, che meritava di essere raccontata) sono tutti elementi messi al servizio del racconto, perché - come si dice - content is the king. E qui si vede.

Prisma

Il bello del reale: Prisma non esagera, e va bene così

Prisma ci insegna che non servono storie complicate e personaggi afflitti da demoni personali per intrattenerci e raccontarci la realtà che stiamo vivendo. Non serve neppure un certo voyeurismo come quello di Sam Levinson che traspare da Euphoria, una delle serie a cui Prisma è stata subito paragonata. Dopo aver visto l'intera prima stagione, chi si è affrettato ad accostarla al teen drama con Zendaya molto probabilmente si ricrederà. Sì, mette in scena giovani che lottano per l'autodeterminazione e che si esprimono come meglio credono. Ma Prisma non è la Euphoria italiana soprattutto perché non si compiace dei suoi personaggi, non gode nel mostrarcene criticità e difficoltà. Si limita, invece, a descrivere la realtà, che non è perfetta e proprio per questo è interessante. Se proprio dovessimo accostarla ad altre serie teen recenti, verrebbero in mente Sex Education o la più recente Heartstopper. Due serie che, come Prisma, hanno usato un registro meno sfacciato di quello di Euphoria, ma di certo non meno efficace.

Il lato dell'Italia che vediamo in Prisma è quello migliore. Motivo per cui non si può che augurare a Ludovico Bessegato, Alice Urciuolo e a tutti coloro che hanno lavorato a questa serie di essere "scoperti" ed elogiati anche all'estero, visti i temi universali e trasversali trattati. E a noi di avere, subito subitissimo il prima possibile, una seconda stagione.



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  • Appassionata di Serie TV e telespettatrice critica e curiosa
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