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John Lennon: Murder Without A Trial: ecco com'è la docuserie sull'assassinio dell'ex Beatle

L'8 dicembre del 1980, quarantre anni fa, Mark David Chapman uccideva John Lennon sparandogli cinque colpi di pistola all'ingresso del Dakota Building di New York. La docuserie in streaming su Apple TV+ ricostruisce quell'evento e quello che è accaduto successivamente.

John Lennon: Murder Without A Trial: ecco com'è la docuserie sull'assassinio dell'ex Beatle

Una delle prime cose che pensi di fronte a John Lennon: Murder Without a Trial, e che un John Lennon, oggi, non esiste più.
Non parlo di genio musicale, che pure, ecco, ci siamo capiti: parlo di una figura che è una delle massime icone della cultura popolare mondiale, e che ha usato quella popolarità per portare avanti con estrema determinazione una battaglia politica, tanto da finire nel mirino di Nixon, dell’FBI, della CIA. Parlo di qualcuno che, invece di crogiolarsi nella fama e nell’attenzione mediatica, i media prima li ha usati per le sue rivendicazioni, e poi si è chiuso in un isolamento tutto privato senza sentire il bisogno di incisioni, concerti, interviste, dichiarazioni pubbliche, comparsate televisive.
Subito dopo, invece, pensi che Mark David Chapman, purtroppo, il mondo di oggi è pieno, probabilmente assai più di allora. Disagio, mitomania, instabilità psichica, desiderio di affermazione e di rivalsa sono all’ordine del giorno. E se i Mark David Chapman di oggi, per fortuna, sparano molto di meno (ma forse gli incel che commettono le stragi fanno parte della stessa famiglia), è perché il loro rapporto malato con chi è famoso, e attira il loro perverso intreccio di amore e odio, lo portano avanti sfogando le loro frustrazioni sui social, magari in maniera violenta ma, grazie al cielo, non letale.

Considerato questo, su John Lennon: Murder Without a Trial possiamo dire molte cose, a partire magari da qualche piccolo difetto.
Per esempio, non si capisce bene perché farne una miniserie da tre episodi di 35/40 minuti l’uno, quando poteva essere benissimo un unico film documentario da meno di due ore.
E però c’è anche da dire che questa scansione tripartita - L’ultimo giorno, L’indagine e Il processo sono i titoli dei tre episodi - aiuta a far sì che l’attenzione si concentri lì dove deve andare: su Lennon nel primo episodio, su Chapman nell’ultimo, e sull’incontro fatale e indiretto tra queste due figure nel secondo.

Più volte il narratore - che nella versione originale è Kiefer Sutherland - ricorda che alcune delle testimonianze e dei materiali che stiamo per vedere e ascoltare sono stati resi pubblici solo oggi, dopo più di quarant'anni, appositamente per questa serie.
Ma, inediti o meno, tutti i materiali di archivio di John Lennon: Murder Without a Trial sono a modo loro affascinanti e avvincenti, capaci di rievocare un momento, un clima, una cultura e un’epoca, oltre che una tragedia.
È appassionata e al tempo stesso misurata, equilibrata, questa docuserie. Capace di far risuonare il dramma personale e collettivo che è stata l’uccisione di John Lennon, ma anche di mostrare i limiti e le ambiguità di una giustizia che, forse, non ha compreso appieno la gravità dei disturbi di Chapman, che pure, qui, non viene mai assolto.
E però, in anni di giustizialismo e di estremismi un po’ forcaioli, ricordare che invece la nostra civiltà dovrebbe basarsi su criteri diversi, male non fa.

Lì dove John Lennon: Murder Without a Trial rimane un po’ ambigua, e forse volontariamente, è lì dove presta il fianco alle teorie della cospirazione, mettendo in parallelo l’assassinio di Lennon con l’attentato a Ronald Reagan avvenuto l’anno successivo per mano di un altro personaggio che aveva con sé una copia del “Giovane Holden”, e parlando degli esperimenti della CIA di lavaggio del cervello allo scopo di creare assassini inconsapevoli. Carte gettate sul tavolo, nella docuserie, ma poi rapidamente fatte sparire da altre, senza che mai arrivi un giudizio reale su queste illazioni, che fanno venire voglia di rivedere - per divertimento - l’Ipotesi di complotto di Richard Donner, col Mel Gibson ossessionato anche lui dal romanzo di Salinger.

Sono passati quarantatré anni da quell’8 dicembre del 1980 in cui Mark David Chapman uccideva John Lennon.
Lennon manca più che mai. Mancano il suo genio, la sua musica, il suo impegno. Di lui ci rimangono i dischi, le canzoni, i ricordi. Quel monumento a lui e ai suoi amici e colleghi che è The Beatles: Get Back. Da poco, abbiamo anche una nuova canzone, “Now and then”, arrivata proprio grazie alle tecnologie usate da Peter Jackson in quella sensazionale opera.
Chapman è ancora in carcere, si è scusato, si è spiegato, gli è sempre stata negata la libertà.
Sono passati quarantatré anni, e non sono certo che il mondo, intanto, sia diventato un posto migliore. Non è per questo lecito pensare, tantomeno sostenere, che, fosse stato ancora vivo Lennon, le cose sarebbero andate meglio.
Però la sensazione che quel giorno si sia chiusa un’epoca è forte. Che gli anni Ottanta evocati da Lennon nel corso della sua ultima intervista sarebbero potuti andare diversamente, e diversamente quindi anche i decenni successivi, se non fosse morto, anche.
E l’immagine della copertina di "Seasons of glass" di Yoko Ono, e di quegli occhiali insanguinati, è per questo ancora più dolorosa.

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