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Il soldato che sogna di fare il vecchietto in un western: Stefano Cassetti presenta Into the Night

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Abbiamo intervistato Stefano Cassetti, uno dei protagonisti di Into the Night, l'adrenalinica e apocalittica serie Netflix ambientata su un aereo che insegue la notte.

Il soldato che sogna di fare il vecchietto in un western: Stefano Cassetti presenta Into the Night

Quando è uscito da Politecnico di Milano, Stefano Cassetti, nato a Brescia nel 1974, non immaginava certo di avere di fronte un sentiero di mattoni gialli che, come Dorothy de Il Mago di Oz, lo avrebbe condotto da un "prestigiatore", nel suo caso un regista francese di nome Cedric Kahn che gli avrebbe offerto il ruolo del protagonista nel film Roberto Succo. Ne ha fatta di strada da allora l'attore, attraversando diverse cinematografie, incontrando in Italia soprattutto gli "autori" e, un po’ ovunque, qualche cattivo magari di troppo, come dice lui.

Intervistiamo su Zoom Stefano Cassetti perché siamo rimasti stregati da una serie belga in 6 puntate disponibile su Netflix dal 1° maggio. Si intitola Into The Night e riunisce su un aereo diretto a ovest, e quindi verso la notte, pochi passeggeri in fuga dal sole, che uccide chiunque si trovi a illuminare. Ben scritta e con un ritmo che è un'istigazione al binge-watching, Into the Night nasce da un'idea del noto showrunner Jason George, che ha preso ispirazione da un romanzo polacco di fantascienza. In realtà, il territorio in cui ci muoviamo è più quello del genere apocalittico, il che, in tempi di Coronavirus, un po’ ci inquieta. Il ruolo che Stefano interpreta è quello di Terenzio Matteo Gallo, un ufficiale italiano della NATO che è fra i primi ad accorgersi del pericolo e che intima all’equipaggio dell'aereo di sfrecciare a tutta birra all'inseguimento del buio.

"Quando un attore si trova di fronte un ruolo con tanti paradossi" - ci racconta - "è sempre contento. Terenzio mi ha affascinato fin dalla prima lettura perché ha di fronte due paradossi. Il primo è che il personaggio apre le danze in possesso di un'informazione vitale che tiene per sé, e ciò non lo rende un eroe positivo ma un egoista che sfrutta la preziosa informazione per salvarsi la pelle. Però poi, nel corso della serie, riesce a far passare questo suo gesto egoistico per altruismo, imponendosi come il salvatore del gruppo, cosa che ovviamente è falsa perché Terenzio è stato costretto a ricorrere agli altri per salvare se stesso. L'altro paradosso, sempre più sottile, è che Terenzio è un soldato e quindi sa benissimo cos'è la gerarchia - chi comanda e chi deve obbedire - e sa anche che, quando c'è una crisi di questa portata, il militare comanda mentre il civile obbedisce. Nonostante questo suo ruolo di comando e l'arma che impugna, il personaggio diventa il paladino della democrazia. Chiede che le decisioni vengano prese dal gruppo, perché solo così si può andare avanti nel migliore del modi".

Into The Night è stato ideato da un signore piuttosto importante, Jason George. Che mi dici di lui?
Jason, era sempre con noi durante le riprese e ci ha aiutato molto. Non era un set facile perché si parlavano svariate lingue, ma credo che tante diverse sensibilità abbiano giovato alla serie. Anche noi attori abbiamo aggiunto qualcosa. Erano molto aperti alle nostre proposte, cosa che in Europa è sempre più rara. In Europa l'attore è spesso uno strumento nelle mani del regista, mentre durante la lavorazione di Into the Night era come se si aspettassero un nostro contributo. Era bello, c'era parità. Inoltre, ho imparato molto dal lavoro di gruppo. Sono rimasto in contatto con gli altri attori, ci sentiamo spesso.

Insomma è stata un'esperienza positiva?
Sì. La serie sta andando benissimo. Ricevo centinaia di messaggi al giorno di gente che mi ringrazia. C'è qualcuno che ha visto tre volte Into the Night in due giorni. E’ la prima volta che mi capita di avere un tale riscontro mondiale. E’ bellissimo.

Jason George è anche lo showrunner anche di Narcos. La segui? Segui le serie tv? Quali ti piacciono?
Narcos mi piace. Ho cominciato a guardare le serie proprio con il genere apocalittico, vedendo FlashForward, una serie di 10 anni fa. Poi mi piacciono Black Mirror, Dark, le serie cupe insomma, per esempio Black Spot, in cui ho lavorato anche io, una specie di Fargo alla francese.

So che fare un film o una serie di genere apocalittico era uno dei tuoi due sogni professionali. L'altro è un western. E’ così? E che western vorresti fare, e chi vorresti interpretare?
Sono nato nel '74, quindi ho vissuto l'ultima parte dei western anni ’80 e sono sempre stato affascinato da quel tipo di cinema, da Clint Eastwood e Sergio Leone. Non vedo grandi possibilità di realizzare questo mio sogno prossimamente, perché, Tarantino a parte, il genere è quasi scomparso. Magari però, fra vent'anni, potrei tranquillamente fare un vecchietto che fuma la pipa in un angolo di un paesino sperduto davanti a una sparatoria. Sarebbe fantastico.

Un vecchietto cattivo?
Certo. Mi sono riappacificato con questo vecchio dilemma. Va benissimo fare il cattivo. Per anni sono stato incerto se accettare o meno ruoli da cattivo, poi mi sono reso conto che ognuno deve fare le cose che gli vengono meglio. E comunque ultimamente mi vengono affidati ruoli non da cattivo al 100%, ma di cattivi che sono un po’ anche buoni, e queste sfumature di grigio mi piacciono molto.

Altri sogni nel cassetto, o meglio ruoli nel cassetto?
Un attore è fortunato se un personaggio va a braccetto con le cose che sta provando nel momento in cui gli viene offerto. Mi piacerebbe molto interpretare un politico, cosa che mi è capitato per un pelo di fare. Con il mio accento bresciano è difficile lavorare in Italia, ho difficoltà a infilarmi in contesti ad esempio malavitosi. Però potrei impersonare un politico del nord. Infine, mi piacerebbe fare un ruolo comico. Mi piacerebbe mostrare che posso far ridere, sono molto portato per la battuta, almeno così mi dicono gli amici.

Vedere una serie catastrofica in un periodo come quello che stiamo vivendo fa riflettere e impressiona un po’. Tu come hai vissuto questa pandemia?
Io sono stato fortunato, ero ai Caraibi, ho allungato la mia vacanza per evitare rischi, sono stato in Martinica per un paio di mesi. Ho cercato nel mio piccolo di utilizzare questo tempo al meglio. Da buon bresciano che non riesce a buttare via il tempo, ho fatto dei corsi, ho scritto, mi sono buttato nel lavoro. Nella mia città, dove sono nato e dove non passo tanto tempo, è stata una catastrofe, però mi piace anche pensare che poteva andare peggio. Dobbiamo vedere il bicchiere mezzo pieno e cominciare a dirci: siamo pronti a fare dei sacrifici per pulire l'aria, per mangiare meglio. Se mangiamo male, non aiutiamo il nostro sistema immunitario.

Secondo te abbiamo imparato cose importanti nei lunghi giorni di lockdown?
Certo. Abbiamo imparato che possiamo fare delle cose che pensavamo di non poter fare, ad esempio lavorare a casa. Abbiamo capito che possiamo avere aria pulita in città e questa cosa dobbiamo tenercela stretta e fare questi sacrifici in tempi non di Covid. Le nostre città sono piene di macchine al 90%, e nelle macchine c'è una sola persona, non possiamo occupare sei metri quadri per percorrere uno o due chilometri. Sono sacrifici che dobbiamo fare tutti quanti e che dovrebbero essere imposti dall'alto.

Come guardi al cinema italiano?
Mi sembra che il cinema italiano abbia tantissime possibilità ma pochi aiuti. I giovani registi che vogliono emergere hanno di fronte un vero muro. Io conosco bene il sistema francese di aiuti e penso che dovremmo prendere esempio dai francesi che danno una mano anche agli scrittori che iniziano. Il cinema italiano che mi appassiona e che mi sceglie è quello impegnato. In generale mi sento molto vicino al cinema ambientale e devo ammettere che fra una serie e un bel documentario che parla di inquinamento, io scelgo il documentario. Poi però non trovo nessuno che venga a casa mia a vederlo.

Hai cominciato per caso a fare l'attore. Cosa ricordi di quella prima esperienza (Roberto Succo)?
All'epoca non avevo ancora un lavoro stabile, ricordo che mia madre mi diceva: "Guarda, rifiuta, te l'hanno proposto perché nessun altro vuole farlo". Mi sono trovato nel momento giusto nel posto giusto, a Parigi, e con l'accento giusto. E’ stata un'esperienza abbastanza travagliata, mi ha lasciato l'amaro in bocca. Quando non hai idea di cosa stai facendo, ti disturba anche la tua immagine sullo schermo. Così per due anni mi sono detto: non voglio più fare questo lavoro, poi le cose sono cambiate, mi sono reso conto della fortuna che avevo avuto e ho iniziato così a tornare in questo mondo di pazzi che adesso mi diverte molto. 

E quando non sei in questo mondo di pazzi che fai?
Faccio ritorno alle mie passioni. Mi serve molto lavorare con le mani, con la materia, costruire in silenzio, in contrapposizione a mesi passati sui set dove si parla 14 ore al giorno e si spingono le emozioni all'estremo.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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